Libri .5: L’uomo dei dadi, Rheinhart

L’uomo dei dadi – Luke Rheinhart

E’ un romanzo problematico, questo, poiché occorre inoltrarsi per un discreto tratto nel testo prima di capire se, pesandone i vari elementi, la nostra personale bilancia lo decreti un libro di valore oppure un libro da evitare. Sì: perché non è uno di quelli che si possano giudicare lungo una scala lineare di piacevolezza, o lo si apprezza tanto da oltrepassare un certo limite e dunque senza sconti, o lo si gode sino a quell’estremo limite, dal quale poi lo si prende in antipatia, in sospetto e infine lo si disprezza.
Un libro inutile? Un libro dannoso, piuttosto; anche se l’intelletto e la libertà umana, generalmente parlando, non mancano delle risorse adeguate ad approcciarlo con criterio.

Luke non è Luke – ma questo non ci stupirà. Luke è solo uno pseudonimo, ma il fatto è che l’uomo celato dietro ad esso di pseudonimi ne ha molti, uno diverso per ciascuna delle, pare, numerose finte autobiografie prodotte nel tempo.
L’uomo dei dadi, protagonista di questa in particolare, non esiste – nemmeno questo può stupire più di tanto, dopo Matrix, Vanilla Sky, Eternal Sunshine ecc., e nipotini elencando. L’uomo dei dadi non esiste perché ha scelto, più o meno deliberatamente, di cancellare se stesso – la sua personalità, le sue abitudini, le sue scelte predeterminate dal vissuto – e generare ad ogni nuovo lancio di dadi un nuovo sé, nuove azioni avulse da un contesto psico-attitudinale stabile, un nuovo futuro privo di una prospettiva a lungo termine.
Già così fa paura, ma c’è di più: il dottor Luke Rheinart, psicoanalista vagamente frustrato, giunge ascoltando la voce di Dio (ossia, del Dado), a smontare la propria intera esistenza e contagiare, contaminare sistematicamente, interi gruppi di persone con una fissazione deleteria e distruttiva. Lasciar decidere al Dado, appunto.

trasferimento

Non entro in dettaglio: la storia è lì, reperibile in qualsiasi biblioteca, e pure scorrevole nonché divertente (sempre che il turpiloquio e l’abbondanza di sesso che discende dalla triade psicanalisi-newyork-secolarizzazione non vi turbino. Vi assicuro che ce n’è).
Considerando che a suo tempo un romanzo con intenti, mi verrebbe da dire, psicotropi come questo ebbe un vasto successo, e che io ne sono venuta a conoscenza attraverso una pubblicazione recente (citato in Propizio è avere ove recarsi di Carrére), non è poi così peregrino domandarsi quale impatto possa determinare su una persona – non parliamo di società – oltre che da quale humus culturale nasca.
A proposito di quest’ultimo, quale sia è presto detto: la prima edizione, se non erro, risale al ’67. Anno più anno meno, siamo nell’orbita di quella detonazione culturale della quale stiamo ancora subendo le radiazioni.
Sviluppo armonioso del bambino, ben distinto dai ruoli adulti? Spazzatura.
Identificazione stabile con un sesso, prosecuzione stabile di una famiglia, atteggiamenti coerenti col proprio passato ed orientati ad un futuro quantomeno delineato? Spazzatura.
La società? L’autorità? La normalità, e di conseguenza lo scompenso o la devianza da curare? Via. Via tutto, perché dove si scorge un neo sulla pelle della realtà, magari un po’ grandicello, è buona cosa amputare per intero l’arto.
La religione? I valori? La continenza e il pudore? Ancora spazzatura.
E dove sarebbe il problema? Di queste cose è pieno il mondo, e non da ieri. Però, quando qualcuno riesce a trasmetterle sotto una sembianza che non è di critica pura cioè di saggio e d’invettiva, né di parodia edificante, né di storia bislacca ma consapevole degli intrinseci limiti di ogni storia, che veicola un mondo ed un pensiero parziali, contestabili; ecco: il mix inattaccabile di veleno spacciato per confetto – senza alcun avviso ai consumatori – è pronto.

Mi piacerebbe che a commento di una prodezza tale – e lo è, il guaio è appunto questo: che il libro è davvero ben scritto, ben pensato, ben diretto, insomma fico, diabolicamente affascinante – intervenisse Claudio alias Sir Cliges. Ma con un post dei suoi.
L’hai letto? Lo conosci?

10 pensieri riguardo “Libri .5: L’uomo dei dadi, Rheinhart

  1. Una perdita di tempo apparentemente “gradevole” ed estremamente nociva, insomma… 🙂
    Mah, a suo tempo mi diede un simile profondo fastidio “Meno di zero” di Bret Easton Ellis e anni dopo “L’estensione del dominio della lotta” di Michel Hollebecq. Del primo credo di averne saltato ampie parti e non averlo finito, il secondo purtroppo l’ho letto fino alla fine. Scritti “bene”, ma proprio inutili.

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    1. Non conosco il titolo che citi di Easton Ellis – comunque, a suo modo, mi ha sempre respinto.
      Invece Houellebecq ce l’ho in lista di lettura. Al di là del suo essere “estremo”, suona innovativo, e tocca temi di grande interesse. Ma finché non l’avrò almeno assaggiato, non posso parlare che per sensazione. Che critica gli muoveresti, se volessi sintetizzare?

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  2. Non conoscevo assolutamente questo libro né l’autore, nonostante pare sia un cult, e quello che scrivi non mi invoglia a conoscerlo meglio. 😐

    visto che citate altri autori, penso si debba fare una distinzione dentro la categoria di autori nichilisti. Ci sono scrittori che raccontano il nichilismo per compiacersene e insegnarlo (e guadagnare soldi); e ci sono scrittori che lo raccontano per criticarlo e mostrarne l’insostenibilità.
    Questo sembra un nichilista del primo tipo. Hollebecq è sicuramente del secondo tipo. Breat Eston Ellis non l’ho mai letto. Chuck Palahniuk (“Fight Club” ma anche altri pregevoli) ha cominciato nella prima categoria ma forse adesso è passato nella seconda. Si potrebbe fare una lista.

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    1. Giusta distinzione, stavo cercando di formulare un pensiero simile anch’io – ma il campo d’indagine è vasto e le possibili distinzioni infinite.
      In Rheinhart (chiamiamolo così, ‘ché il nome reale non lo ricordo) tutto prende spunto, seppur se ne parli marginalmente, da una fascinazione per il buddhismo zen rivelata dall’autore-protagonista in una conversazione da tavola. Nichilista è, comunque, un aggettivo che trovo calzante: non viene esplicitato nelle intenzioni, ma risulta evidente nelle conseguenze.
      Il fatto che l’abbia interrotto e poi terminato per brani, vedendo di cogliere solo le eventuali nuove svolte importanti (che non ci sono state), è un indicatore che ti fa capire già molto. Fossimo entrambi più giovani e perché no, nullafacenti, ti direi: arriva almeno dove sono arrivata io e scrivici su, perché è materiale ottimo per delinare il profilo di Satana nella modernità. Ma tali non siamo, e dunque, passiamo oltre.

      Mi fa piacere sapere che Houellebecq, qualunque siano la sua forma mentis ed il suo sistema di idee (se ne ha uno…), nel collasso dell’individuo e della società non ci sguazzi. E’ appunto ciò che invece annuso quando leggo le quarte di copertina di Easton Ellis, anche se in una forma più elementare: vouyerismo tragico, forse.
      Volendo, un’ulteriore distinzione (non per incasinarsi la vita, ma per… beh, appunto, discernere, che non è giustificare) la si potrebbe fare tra nichilisti consapevoli e nichilisti, a vario livello e titolo, che son meri veicoli d’un pensiero pensato da altri per loro.
      E’ forse il caso (ma non ci giurerei: è un autore quantomeno consapevole della portata del male nelle proprie storie) di Herman Koch, olandese che apprezzo molto; nei cui romanzi la disanima della miseria umana, dei rapporti di potere e via dicendo, con una discreta crudezza, la fa da padrona.
      Del suo primo e più riuscito fra quelli da me letti finora, La cena, era uscita una trasposizione cinematografica con Gere, piacevole ma non all’altezza.
      Metterei in questa categoria, anche se forse definirlo nichilista è azzardato, Somerset Maugham. E Mishima?

      Del primo tipo, ovvero nichilista compiaciuta, è senz’altro una mia vecchia conoscenza: Natsuo Kirino (vedi: Le quattro casalinghe di Tokyo, Morbide guance, Grotesque).
      In ambito del fantastico-horror, c’è per esempio William Hope Hodgson (non so dire del resto, ma La casa sull’abisso è certamente di questo segno, assai lovecraftiana).

      Del secondo tipo (nichilista divulgativo-preventivo) ti consiglierei, addirittura, un titolo di Bruno Arpaia: qualcosa, là fuori. Homo homini lupus all’indomani dell’avvenuto tracollo climatico.
      Ovviamente, abbiamo Dostoevskij, Bradbury, Lansdale…, i primi che mi vengono in mente.
      Ma ho probabilmente sconfinato già in autori che col nichilismo puro, in senso stretto, hanno poco a che fare.

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    2. (O forse, la mia sensazione nasce dall’abitudine di riferirmi sempre a quei quattro-cinque nomi noti pescati da letture ultra-datate. Sono disperatamente a corto di cose fresche, e da tempo 😦 Dovrei smetterla di adagiarmi su saggi e saggettini).

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    1. Ah, interessante!
      Può anche darsi che lo ricordi male io (anche se l’ho riletto abbastanza di recente). Il racconto lungo che ti citavo m’è perso proprio senza un barlume di speranza.
      Ma se è stata un’eccezione, o se non ne ho còlto appieno il senso, tanto meglio 🙂

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