Film .8: The vvitch, Eggers

The vvitch – Robert Eggers

Il titolo lo scrivo così, com’è riportato in copertina e sul catalogo bibliotecario, anche se è intuibile che quella strana parola sta per “witch”.
Me lo sono visto incuriosita dalla recensione assai critica di Fabio Arancio, che ora posso a ragione avallare. Non amo i commenti che protestano la malvagità di un’opera (o più modestamente, di un prodotto) – in genere raccontano sciocchezze. Ma in questo caso, pur senza stracciarmi le vesti, convengo che il film non solo non ha nulla da dire ma tutt’al più va a stuzzicare corde poco sane nello spettatore medio, che abbia cioè una cultura cinematografica ed un’attitudine religiosa non abbastanza mature.
Sino a circa metà storia, ma anche un pochino più in là, la resa è discreta nonostante si fondi su un’idea banalotta (famiglia devota dei secoli che furono viene cacciata dalla propria congregazione e va a vivere vicino ad un bosco, nel quale le forze del male si scatenano. E vincono. Con tanto di caprone parlante che, non fosse triste, sarebbe alquanto grottesco).
Poi, però, mancando di un fondamento vagamente solido, lo sviluppo precipita: tra bambini scomparsi, bambini morti (non prima d’aver esalato l’ultimo respiro il quale, più che un rantolo affannoso, sembrerebbe decisamente un ansito orgasmico), accuse a destra e a manca di stregoneria; passiamo in rassegna una bella galleria di stereotipi e leit-motiv di genere – sottofondo di violini dissonanti incluso – senza tuttavia arrivare al dunque, ad un senso della storia ed un significato morale (fosse pure un comunissimo atto d’accusa verso la rigidità mentale di un certo tipo di religiosità), ad uno scopo insomma.
Il male vince, dicevamo, la qual cosa in sé non è carina ma nemmeno inaccettabile: il male vince spesso, ahinoi, molte battaglie nel mondo reale ed in quello fittizio. Lo fa, però, in maniera quasi scontata, un po’ automatica, che non genera tensione né lotta – è un male privo di nerbo eppure mai veramente contrastato. L’unico personaggio che può vantare forza di carattere cede proprio sul più bello così, come fosse un berlusconiano alla deriva che deve riposizionarsi su un nuovo carro dei vincenti. Si è voluto insomma presentare un finale (pseudo)sovversivo, senza avere i numeri per crearlo… come Dio comanda.
Soprattutto, sin dall’inizio, ogni azione o considerazione svolta sulla scena è pervasa da un’inclinazione d’animo disperata, vuota di grazia, che ne suggerisce unicamente un’interpretazione deterministica, ineluttabile.

E’ tutto: un’operazione commerciale malriuscita nel migliore dei casi, il consapevole contrabbando del male come schieramento appetibile e vantaggioso nel peggiore.

13 pensieri riguardo “Film .8: The vvitch, Eggers

    1. Volevi dire “visto”, immagino 😉
      Grazie. Mi fa piacere.
      Casomai ti venisse il pallino, anche occasionale, dell’horror, suggerisco invece “Scappa (Get out)” di Jordan Peele, visto or ora come ti dicevo al tel., e meritevole.

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      1. Sul momento avevo proprio sbagliato. Successivamente, mi sono accorto dell’errore. Non so, se in futuro, per distendere i nervi, sostituirò le parole crociate coi film horror, so che tu sei un’esperta (ma tu sei esperta di tutto…).

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        1. Nel caso, sono a tua disposizione! 😀
          (Anche se la vedo dura, eh).
          Esperta di tutto… diciamo appassionata 😉
          O meglio ancora, polleggiatrice di professione.
          Miao!

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  1. The witch è per me un film horror, di quel particolare tipo di cui il cinema ha bisogno come una cura per anni di banale torture porn e caroselli esoterici, ma per spiegare questa mia presuntuosa affermazione sarò costretto a sporcare il tuo spazio web con un mio rigurgito di supponenza e di tale prosopopea, di cui, ahimé, ti chiedo perdono in anticipo… Ma sappi che il mio è solo affetto, come fa un timido aggressivo quando ha paura del confronto!

    Nell’epistola di San Paolo a Tito (Nuovo Testamento), l’apostolo afferma «Omnia munda mundis» ed è un insegnamento che crea automaticamente un terribile discrimine anti-moralistico e molto adulto (intendendo la maturità come consapevolezza e controllo), giacché l’uomo che non è stato in grado di compiere un percorso affettivo e sentimentale completo sarà inevitabilemnte preda di pulsioni che lo distrarranno, come un educatore, incaricato dal Tibunale dei Minori di vegliare su delle giovani adolescenti, tolte a famiglie disagiate ed interrotte (economicamente o anche solo moralmente), che dovrà essere sempre in grado di distinguere quel linguaggio del corpo con cui alcune delle ragazze, residenti nelle case-famiglia gestite dai servizi sociali, desiderano ricevere soltanto attenzione genitoriale, ma camuffano le loro richieste (con una non voluta ambiguità) camuffandola masochisticamente nel corteggiamento da prostitute che sono state costrette ad imparare, in un gioco perrverso e malato di assertività fisica: essendo stato in passato un coordinatore di tali educatori (per la cooperativa Il Centro di Bologna) posso testimoniare come la possibilità di equivocare e di creare più danni che benefici sia davvero dietro l’angolo!

    Nel bel film The Padre (termine anche in originale usato in venezuelano per indicare un prelato) con Tim Roth (storia mezza action e mezza comedy di un uomo in fuga schiacciato da un terribile senso di colpa e succube della parte più debole e nera della sua anima, trattata però con la delicatezza di un romanzo di formazione), c’è una breve sequenza, particolarmente significativa, in cui la bellissima attrice colombiana venticinquenne Valeria Henríquez (qui nei panni della ragazzina quindicenne che accompagna il protagonista nella sua fuga) si trucca le labbra con un rossetto rosso acceso (di fronte ad un imbarazzato Tim Roth nei panni del Padre) e poi, dopo aver giocato a fare l’adulta in grado di reggere l’alcol, crolla nel letto, abbracciata al suo compagno di viaggio (e surrogato di padre putativo), cingendolo ingenuamente con una gamba all’altezza delle parti intime, senza alcuna malizia voluta, ma mettendolo ugualmente in grandissimo disagio, tanto da spingerlo a dormire per terra: la scena può sfuggire ad occhio inesperto o creare confusione in chi la confusione l’ha già in testa, ma il sottotesto è in realtà evidente, così come la moralità senza incrinature del criminale in fuga.

    Tutto questo lungo preambolo per dire che oggi nel grande pubblico c’è il timore di uscire dalla sala cinematografica con turbamenti e dubbi esistenziali persistenti, che non scompaiono con la prima birra o ca bevuta dopo il cinema, sia che sia visto un film horror o un qualsiasi altro genre cinematografico, giacché per chi è debole di principi etici basta davvero una brezza per mandarlo nel panico: per questo i produttori da tempo commercializzano giocattoli horror, il cui scopo è fondamentalmente smussare gli angoli di comprensione del bene e del male per una popolazione occidentale sempre più ammalata di disturbi dell’attenzione.

    The Witch cerca, amio avviso, di creare nello spettatore più sofferenza che non paura, volendo descrivere una parabola adolescenziale fatta di quelle interruzioni nella formazione dell’io di cui parlavo sopra (in questo caso esemplificata dall’ortodossia bigotta del New England dell’epoca) ed il regista e sceneggiatore Robert Eggers lo fa partendo da una ricercata immersione, al limite del maniacale (basti vedere la cura impiegata nei vestiti, nelle suppellettili e persino nella lingua parlata nei dialoghi, costruita attraverso le struttre sintattiche estratte da veri diari di quegli anni), nell’esperienza di vita quotidiana della prima metà del 1600 del nucleo familiare protagonista della sua pellicola e tutto questo solo per forzare lo spettatore a capire le prospettive da cui guardano e sentono il dolore ed il male i personaggi che si muovono in scena, fino ad empatizzare (qui il vero turbamento degli spettaori che temono di stringere la mano al demonio perchè in realtà ne sentono il fascino) con essi, in particolare con la protagonista e mattatrice assoluta Thomasine: dopo anni trascorsi ad occuparsi in modo coatto e succube, in cui nessuno ha mai nemmeno per un istante tenuto in considerazione i suoi desideri e le sue aspirazioni sulla vita, quando il Maligno le chiede in inglese arcaico «Wouldst thou like to see the world?» proponendole la possibilità di girare il mondo e godere delle sue ricchezze, fino a che punto la nostra debole morale condannerebbe il suo volere danzare con il diavolo nel pallido plenilunio, come direbbe il Joker del primo Batman di Tim Burton?

    Insomma, per me è un film molto bello e molto pericoloso, come molta vera arte.

    Perdonami.

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    1. Oh wow, oggi è giornata di manna. Sappi che la mia massima aspirazione in fatto di pelosi domestici è tenere una capra in salotto (e un po’ sul terrazzino per l’ora d’aria): sporcare in giro è un dovere costituzional-relazionale.
      Sparata la mia minchiata quotidiana, passo a risponderti 🙂

      Apprezzo molto i dettagli che hai saputo leggere in altra chiave. Se nel regista c’era una simile intenzione la rispetto, del resto è anche probabile che quest’ultima tu la possa conoscere direttamente, o interpretare meglio: io per esempio credo proprio di non averlo incrociato né sentito nominare prima. Il bello ed il brutto del mio approccio è che sono interessata a quasi tutto, ma appassionata di poche cose: e perciò la mia capacità di analisi è buona, ma quella di “collegare i puntini” in ambiti specifici lo è meno.
      E’ senza dubbio ammirevole che ci si sforzi di virare dall’horror d’impatto a quello d’atmosfera e, infine, a quello privo di elementi standard ed anzi “umano, troppo umano”. Ciò su cui concordo e che ha costituito l’unico appiglio di mio interesse nel film è infatti il tuo riferimento al fattore sofferenza, in vece di paura: Thomasine certamente vive le pressioni della sua epoca con meno enfasi di quanto faremmo noi, anche soltanto davanti allo schermo; ma per esempio all’accusa della sorellina d’essere una strega (e che lei le ritorce contro come minaccia) la mia immedesimazione è stata totale.
      La delegittimazione, l’obliterazione di qualsiasi tratto caratteriale debordante dai confini della morale sociale, l’incapacità di sostenere il male nel mondo tanto da doverlo ridurre a qualcosa di gestibile accollandolo al miglior capro espiatorio: son tutte cose che il mio organismo tollera pochissimo.
      Si vede però che la caratterizzazione psicologica l’ho trovata nulla, perché a parte spedire la sorellina nel lago con un calcio ben assestato nel darrè non ho avuto quel moto di ribellione così prepotente che ben conosco.

      Detto ciò, preciso non per puntiglio ma per farmi meglio capire che la mia “condanna” del film è un giudizio di merito e non di legittimità: in altre parole, più che segnalarlo come dannoso (il che comunque corrisponde al mio sentire) lo vuole indicare come una perdita di tempo. Dato che abbiamo scomodato Paolo: vagliate tutto, e trattenete il valore.
      Mi fai venire in mente – anche se non si è arrivati a parlare di questo, addirittura – che salvo in situazioni di tipo dittatoriale sono contraria alla censura (poi dovremmo definire cosa sia ed entro quali limiti si situi la censura, ma non ora): ovvero non richiederei pressoché alcun tipo di restrizione della libertà di espressione a monte – e naturalmente le nostre più o meno serie recensioni, e le nostre chiacchierate riscaldate dal fuoco dei microchip stanno a valle.
      Vale per i “fascisti” di cui m’han chiesto una volta se ritenessi giusto potessero manifestare con tanto di saluto romano ecc., vale per i prodotti culturali, e via discorrendo.
      Ma tornando a Paolo: Tutto è puro per chi è puro, ma per quelli che sono corrotti e senza fede nulla è puro: sono corrotte la loro mente e la loro coscienza (1,15). Oh, quant’è vero. Esistono, tuttavia, non solo gli “impuri” di cuore che vedono ovunque volgarità perché sono volgari le loro cornici cognitive, ma anche i “piccoli”: coloro che possono venir scandalizzati (mossi al dubbio, resi incerti nella fede, compromessi nella speranza) da comportamenti e discorsi privi di prudenza.

      Ho sporcato anch’io ma per me è già ora di relax: la scopa la passo domani 😀

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      1. In un altro mio commento (il penultimo per l’esattezza) parlavo della tua prosa e della tua intelligenza lessicale come di una nave pirata, che girava attorno al suo obiettivo pronta a sfoderare le sue armi, ma non voleva essere una metafora bellicosa in senso di aggressiva arroganza, tutt’altro: sentirti rispondere a tono (ed in modo molto più ordinato di me) alle mie esternazioni è un piacere intellettuale simile a quello che si prova gustandosi una fetta di Tarte tatin fatta a regola d’arte, laddove il capolavoro di pasticceria creato dalle sorelle Stephanie e Caroline Tatin nei primi del 900 fa sposare la sabbiosità non-dolce della burrosa pasta brisè con il caramello delle mele tagliate a fettine, con lo stesso commubio di comprensione delle idee altrui (nel tuo caso) ed il coprposo contributo di nuove informazioni che rendono il piatto finale ricco e soddisfacente…

        Come ho già fatto nel commento precedente, ti auguro anche Buona Serata e lascia pure in salotto la polvere che abbiamo creato: sta bene, ora che si è depositata.

        P.S. Piccolo angolo di Vanità… Eccoti una lista dei miei horror preferiti degli ultimissimi anni…

        Martyrs di Pascal Laugier
        Sauna di Antti-Jussi Annila
        Thanatomorphose di Eric Falardeau
        Goodnight Mommy di Veronika Franz e Severin Fiala
        The Babadook di Jennifer Kent
        It follows di David Robert Mitchell
        Grave di Julia Ducournau
        The Autopsy of Jane Doe di André Øvredal
        A Cure for Wellness di Gore Verbinski
        The Invitation di Karyn Kusama
        Get Out di Jordan Peele
        Hereditary di Ari Aster
        Us di Jordan Peele

        Sono consapevole che la visione di alcuni di questi titoli è al limite della sopportabilità media di dolore da parte dello spettatore, ma d’altronde siamo nati per seguir virtute e canoscenza

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        1. Cioè, dico: son qui che devo ancora fare colazione e mi ritrovo un commento che parla di tarte tatin, mele, caramello… devo decidere se sei un angelo o un uomo molto cattivo; studierò a fondo la questione.

          Disgraziatamente non ho a portata di zampa un fedele compagno/a di maratone horror, è uno dei miei sogni ad occhi aperti più frequenti. Dunque posso valutare solo con estrema approssimazione la vulnerabilità di terze persone al disastro fisico ed emotivo, ma almeno per quanto mi riguarda sono abbastanza corazzata.
          Uno di quelli più pesanti fra i titoli che citi, Goodnight mommy, è anche uno tra quelli che ho apprezzato di più negli ultimi mesi – in realtà mi ha anche parecchio spazientito, e sarebbe dura adesso come adesso riepilogare il perché, ma resta una vera chicca.
          Martyrs invece mi ha non dico deluso, ma quasi annoiato: ammetto che probabilmente mi manca un po’ il gusto dell’astrazione; so apprezzare ciò che è molto concreto e ciò che è chiaramente, esplicitamente simbolico (in questo senso ed in altri sarà difficile, per i prossimi horror, superare il mio stratosferico amore per Babadook), ma non mi riesce di far mio un messaggio troppo… “sublimato”, diciamo.

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        2. Ah, ah, ah, no, non sono cattivo, ma di certo goloso!

          Sono davvero poche le persone che conosco, cara Celia, che hanno visto ed apprezzato i titoli di elevated horror (che brutta definzione che hanno datto i critici americani di quiesto genere… Ma nelle “colonie” lo fanno spesso…) che hai visto anche tu, perciò chapeau!

          Su alcuni titoli ci torneremo, prima o poi…

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        3. Non sapevo che esistesse una simile espressione (e in effetti non sconfinfera nemmeno me).
          Torniamoci, torniamoci (considerato che nel fare le cose ho tempi geologici, il “prima o poi” è doveroso 😀 ) Diversi di quelli li ho pescati facendo una banale ricerchina su DuckDuck (e di seguito su vari e casuali siti che trattano di cinema) di classifiche / elenchi di film horror validi. Non mi hanno deluso, direi 🙂

          Buona (nuova) giornata, e a quando vuoi!

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