Serie Tv .1: Twin Peaks

Tralascio di creare una sottocategoria apposita per le serie tv, dato che non ne seguo moltissime e, soprattutto, è raro che ne veda una per intero a posteriori (in questo caso 28 anni dopo!) bevendomi un episodio dietro l’altro.
Twin Peaks, un po’ per l’aura leggendaria ed un po’ per il genere, o meglio il mix di generi, interessante, mi stuzzicava da tempo; ma il fattore decisivo che mi ha spinto a noleggiare il cofanetto è stata la lettura dell’articolo di David Foster Wallace dedicato a Lynch (sia detto a suo merito di aver centrato in pieno una considerazione che lì per lì mi aveva lasciato scettica: Tarantino è in debito pressoché totale con il regista più disturbato di tutti i tempi).
Speravo senz’altro di trovar conferma del tanto lodato fascino dell’intreccio e delle caratterizzazioni, ma non mi aspettavo, obbiettivamente, così tanta roba.
E’ proprio vero che Tp ha rappresentato una pietra miliare, di quelle che spartiscono il tempo in due: dopo il passaggio in tv, l’universo-fiction non può più essere il medesimo – e tante tante cose nate dopo l’evento, fanno riferimento ad esso per strutturarsi e definire il mondo che raccontano: da X-files (Duchovny per altro compare in Tp), a Criminal minds, passando per altri centomila (non escluso Desperate housewives, che di certo non ha pescato ispirazione soltanto da Peyton Place).
Se vi pare strano accostare un thriller paranormale ad una fiera campionaria di soggetti anormali, può essere solo perché – com’era vero per me fino a pochi giorni fa – ignorate cosa sia Tp: in breve, una miscela estremamente coerente e fluida di generi e stili differenti, sospesa o forse immersa in un magma dove thriller (a dosaggio alterno di paranormale) e pulp convivono, nella stessa stanza in cui potete trovare anche la (ormai) classica indagine poliziesca-efbiaiesca che spazia da un brutale ma tradizionale omicidio alla tragica vicenda personale del (super)detective legato a doppio filo all’immancabile serial killer.
Nella mescola il momento ansiogeno e talora persino noir si fonde e si accavalla, più che avvicendarsi, alla comicità metacinematografica ed al grottesco; non c’è soluzione di continuità, e del resto perché dovrebbe essercene? La vita non ha cesure nette.

Vero è che la seconda stagione, al di là del calo di audience che registrò alla prima messa in onda, tende un po’ troppo a forzare la mano al soggetto: se con il chiarimento del perché, del come e del chi abbia ucciso Laura Palmer non si esaurisce il materiale narrativo, è altrettanto innegabile che tanto l’aspetto più mistery quanto quello di più sottile critica sociale – chiamiamola così per intenderci – hanno già dato il loro meglio proprio con quel primo asse portante.
La comparsa, prima collaterale poi spostata al centro della scena, di Windom Earle; la confessione di Cooper su come sia nata la loro rivalità (con l’ideazione, di nuovo gratuita, di un personaggio femminile che a mio parere sarebbe stato perfetto corrispondesse alla fantomatica donna “ascoltante” di Dale, Diane); funzionano quanto basta ma non scorrono, non hanno nemmeno lontanamente lo stesso naturale appeal della storia di Laura.
Eppure, nel frattempo, mi sono fortemente affezionata a quella manica di matti dei personaggi, alla località – comprensiva delle presenze nel bosco e dei gufi che “non sono quello che sembrano” -, tanto da accarezzare l’idea di trasferirmici anch’io, e persino alla maledetta segheria. Per tacere del ceppo…
… dunque, pur riconoscendo la validità delle critiche alla seconda altalenante stagione, queste non rappresentano un ostacolo al godimento puro che l’infilata di episodi mi ha garantito; sino al finale rimasto ahinoi una promessa sospesa e incompiuta di nuove vicende (ma, fortunosamente, perfetto anche come cupo lascito di Bob: niente si conclude mai veramente, niente si salva se non temporaneamente). Davvero un bel colpo.

19 pensieri riguardo “Serie Tv .1: Twin Peaks

  1. Ahhh… Twin Peaks.
    La volta che vidi Twin Peaks fu un’esperienza letteralmente allucinante. Primi anni 2000, metà agosto, stavo preparando non ricordo più che esame per il primo appello di settembre, il resto della famiglia era andato in vacanza e io ero rimasto completamente solo per due settimane. Intendo proprio “completamente solo”, non vedevo nessuno e non uscivo quasi da casa, vita da eremita.
    Quell’estate Ghezzi ebbe la bella idea di mandare in onda Twin Peaks su Fuori Orario. Ogni notte, per non ricordo quante notti, tutti gli episodi di seguito, senza stacchi pubblicitari, senza pause, sigla finale e subito sigla iniziale della puntata successiva. Un trip. Siccome non lo avevo mai visto e non c’era ancora l’internet che c’è adesso, mi sembrò una buona idea approfittare dell’occasione. Stando da solo a casa non dovevo neppure spiegare al resto del mondo perché non dormivo. Insomma situazione ideale per una video maratona.

    Ora figuriamoci lo scenario. Notte fonda. Deprivazione di sonno (oggi non so neppure se riuscirei a ripetere l’impresa, io soffro molto la mancanza di sonno, se a una certa ora non dormo comincio letteralmente a barcollare e perdere lucidità). Silenzio totale intorno all’abitato, ero in una zona periferica di un paese di provincia, non si sentivano neanche le macchine. Alienazione dall’umano consesso. Stress da studio.
    Bene, man mano che andavo avanti nella visione, ogni volta che finiva l’episodio e partiva la sigla finale, quella sigla inquietantissima con la foto della morta che ti guarda, io all’inizio ero più o meno normale, poi leggermente disturbato, poi (verso tipo la seconda o terza notte) letteralmente terrorizzato. Ma sul serio. Roba che avevo paura di uscire dalla mia stanza per andare a fare una pipì notturna. Ero regredito al livello di un bambino piccolo. Quando si faceva l’alba (l’ultimo episodio era trasmesso se ricordo bene alle 7 del mattino) correvo ad aprire le finestre perché avevo paura del buio. Poi dormivo qualche ora, mi alzavo tipo a mezzogiorno, studio fino a sera e poi si ripartiva con la serie credo alle undici.
    Ovviamente smettere quelle sessioni notturne era fuori discussione. Dovevo continuare.

    Bob mi ha fatto veramente saltare un paio di volte dalla sedia.

    La serie più “vissuta”, più partecipata psicologicamente, che abbia mai visto. Non la più bella (NB la seconda parte della seconda stagione è un obbrobrio di trama, sembra una parodia consapevole) ma quella che ha lasciato più il segno.
    Non ho ancora avuto occasione di vedere la terza stagione (quella del “venticinque anni dopo”), se possibile dovrei cercare di replicare le stesse circostanze. Sarebbe più facile tecnicamente, ma più difficile socialmente. Non vivo più in quella bolla di sapone in cui mi ero rinchiuso quell’agosto di quasi ventanni fa.

    Eh, il tempo passa.

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    1. Non è più il 2000 (non ero ancora diplomata, accipicchia!), ma tutt’ora non so usufruire degli streaming (se non quelli di RaiPlay, sempre che di streaming si tratti), e sono sola, e posso gestirmi tempi e spazi come voglio, e… insomma la mia maratona somiglia moltissimo a quella che è stata la tua 🙂
      Non fosse stato perché dovevo pur mangiare e dormire, sarei andata avanti a oltranza, con pochissime pause – alla fine credo di averci messo circa una settimana a scolarmi tutti i dvd.
      Terrore non ne ho provato, angoscia sì. Ed è cosa buona e giusta.
      Sono sempre stata esigente, ma adesso sono anche annoiata: per colpirmi una “nuova” serie (nuova per il mio palato) deve valere davvero. Diversamente non sacrificherei ore al mio legittimo letargo perenne… eh!
      Il tempo passa, sì. Ma solo all’esterno delle Logge.
      Buonanotte.

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  2. Davvero molto affascinante la tua lettura di una delle fiction televisive più importanti di tutti i tempi, a cui spesso anch’io faccio ritorno per riflettere e capire lo specifico televisivo e lo storytelling nordamericano… Una produzione che, come hai fatto notaretu, è davvero tant’altro, oltre la sua natura dichiarata di serie TV, qualcosa che allora volle quasi annullare l’idea stessa di risoluzione del mistero (l’assassino è di fatto un prestanome, un fantoccio nelle mani del male, che a turno s’imposessa di chi vuole) e che diventa transdimensionale dopo decenni, nel suo ritorno.

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    1. Mi sono in effetti astenuta dall’inserire il discorso morale nelle mie notarelle, ‘ché avrebbe complicato troppo le cose, ma ho notato anche quello che oggi è divenuto tanto raro: un’evidente definizione di cosa sia male e cosa sia bene, una certezza che – anche se le persone sono complesse, le persone cambiano, e le persone meritano comprensione – siamo in grado di dare un giudizio su ciò che ci troviamo davanti. Di ragionare in termini metafisici, addirittura, che si voglia chiamare il male “male”, o “Bob”, o quel che sia.

      E’ stato divertente vedere certe carrellate di attori noti (per esempio il compianto Miguel Ferrer) e parodie infinite di situazioni-tipo che, a pensarci, potrebbero facilmente essere inscenati oggi, guardandoci attorno negli ultimi decenni di tv. Invece, già c’erano tutti.
      So che che Lynch ha firmato una terza stagione, ma per varie ragioni (non ultima il fatto che in qualche modo, appunto, sento che tutto è già compiuto così) credo non la guarderò se non tra parecchio tempo, a distanza.

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      1. A proposito di questo – mi scuso per la cascata di commenti, è che proseguendo nella riflessione e nelle letture vado ad annotarmele strada facendo.
        In un altro interessante articolo: http://filosofiaenuovisentieri.com/2018/07/01/david-foster-wallace-filosofo-contemporaneo-sul-male-in-lynch/ trovo una disamina dell’universo morale di Lynch che sembrerebbe, fin dove sono arrivata, sconfessare proprio questa riconoscibilità del male dal bene, o quantomeno – più che la possibilità di distinguerli – la possibilità di scinderli all’interno del singolo uomo.
        Un passo più in là di quanto la mia Weltanschauung cristiana contempli (se è vero che grano e zizzania restano indivisibili sino alla fine dei tempi, quando la separazione avverrà non per nostra propria mano, tuttavia essa avverrà perché già in origine sussisteva. Secondo quest’altra interpretazione, invece, l’ascendenza filosofica del pensiero lynchiano rende impraticabile discriminare i due fattori nell’essenza stessa delle cose).

        Di fatto, nella prospettiva morale lynchiana, non ha molto senso parlare dell’Oscurità o della Luce isolandole l’una dall’altra. Non è semplicemente che il bene implichi il male, ma che ciò che è cattivo è contenuto all’interno di ciò che è buono, è incluso nel suo codice genetico. (Wallace 2011, p. 306)

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        1. Se si affronta (con coraggio) la Terza stagione di Twin Peaks appare in realtà tutto più chiaro, perché l’estremisimo della posizione più formale che morale di Lynch o se vogliamo, morale solo di sponda) si trasforma in una messa in scena che stravolge questa volta davvero ogni canone, usando anche le forme più disparate di arte visiva.

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        2. M’è parso strano poter seguire una qualche logica degli eventi, e persino una trama passabilmente coerente, in Tp; laddove mi ero ormai abituata a considerare l’unico suo film da me visto (Mulholland Drive) come la cifra emblematica della sua composizione schizoide (in senso clinico, proprio).
          Tanto che, generale caduta di tensione nella IIa stagione a parte, ho potuto assurdamente tirare un sospiro di sollievo con l’ultimo episodio nuovamente girato da lui: se vivere comincia a farti orrore, vuol dire che tutto sta funzionando come dovrebbe.
          Raccolgo il consiglio implicito e mi segno di non tralasciare la terza, allora (sperando di poterla reperire su supporto fisico, ‘ché io e gli streaming siamo due mondi a parte).

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        3. Beh, in quanto a logica in senso stretto, intesa come svolgimento sequenziale di causa ed effetto o come analisi di una struttura, la Terza Stagione di Twin Peaks è molto più figlia di Inland Empire ovvero della parte ancora più visionaria di Lynch laddove Mulholland Drive paradossalmente manteneva ancora una qualche ancora con la realtà… Per altro ammetto che io in arte subisco lo stesso fascino verso quella totale assenza di didascalicità e di spiegazioni che apprezzo anche nella fede (essendo seguace del pensiero santagostiniano del credo quia absurdum est…) e questo ovviamente mi crea dei pregiudizi su cui baso le mie stime: ad esempio, pur essendo un cultore del genere cinematografico horror, in genere disprezzo ogni storia che poggi in modo serioso sull’esorcismo (con l’eccezione ovviamente del primo cinematograficamente indelebile gioiello di Friedkin), ma ora tuttavia sto divagando troppo ed il tempo è tiranno…

          Inoltre la tua penna è affascinante ed irretisce: scrivi davvero molto bene (anche quando non concordo con te, come nella tua recensione-stroncatura che hai fatto del film di Robert Eggers The Witch che invece io ho apprezzato moltissimo), giacché probabilmente la pulizia della tua prosa dicende da una pulizia di pensiero che intuisco soltanto, ma di cui mi fido.

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        4. Non ho parole (strano!) per esprimere quanto mi facciano piacere le tue.
          Nasco fortemente cerebrale e contorta, nonché discretamente verbosa, e sentir parlare di “pulizia” in riferimento alla mia prosa è come ricevere un Oscar alla carriera ❤
          Dunque: grazie. Punto.

          L’esorcista l’ho sempre adorato, ma sono arrivata a capirlo ed amarlo solo quando ho letto il libro. Una fottuta bomba.
          Mi chiedo, a questo punto, cosa ne pensi de L’esorcismo di Emily Rose, per citarne uno che mi è piaciuto tantissimo su vari fronti.
          Serioso è un film a tema esorcismo che vorrebbe, forse, dare una risposta definitiva alla questione; o…?
          Del resto, che importa. Satana mica esiste davvero, è una fake news. Come la mafia (cit.).

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        5. Sul film di Scott Derrickson (regista che ha frequentato tanto horror mainstream, prima di passare all’universo supereroistico Marvel/Disney), ti rispondo come disse il demone Pazuzu, da dentro il corpo di Regan, quando veniva incalzato da Padre Karras… «Nel tempo…», perché ho già adocchiato il tuo post ed arriverò anche lì, ma non ora…

          Sulla tua prosa, invece, insisto che è davvero un piacere leggerti, sia quando sei sintetica ed anche tranchant, sia quando ti prendi il tuo tempo per circumnavigare un problema, con la tua nave pirata armata di tutto punto, così da bombardare le questioni più spinose: sono io, purtroppo, a non essere troppo spesso libero di scrivere, per inguaribile mancanza di tempo (mi sento sempre come il White Rabbit dei due libri di Carroll su Alice…) e di questo mi scuso, perché il tuo blog meriterebbe maggiore attenzione.

          Buona serata, madame Celia.

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        6. Ho controllato la filmografia di Derrickson e ci ho trovato dentro un altro film che mi ha fatto passare due belle orette: Strange! (la roba supereroistica / fumettistica non è il campo dove bruco più volentieri, ma Strange e Suicide Squad sono le due rilevanti eccezioni più recenti).

          Emily Rose aspetterà il suo tempo – magari una mia terza visione -, per decantare ulteriormente come i migliori vini.

          Intanto sono io che ringrazio nuovamente te (mi è palese il tuo essere indaffarato, ma anche, credimi, ti invidio una ricchezza intellettuale non comune: parlo proprio di ricchezza, abbondanza, non di spocchiosa finezza. Per esempio quel Gathering è cosa che non saprei ideare, figuriamoci tener in piedi, nemmeno in giornate di 36 ore totalmente libere. Ma, nostalgia canaglia, mi ricorda tutte le lunghe sessione di gioco del passato).
          Ti lascio sulla tavola thé, sakè e pasticceria varia, a tua scelta. Li metto bene in centro, così la capra non riesce a papparseli.

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        7. Sei molto gentile ed anche generosa nei miei confronti, Celia…
          Ho un certo caos interiore che spesso necessita di forma e rigore esteriori per essere contenuto e questo mi fa essere sempre entusiasta verso tremila nuovi progetti, a cui dono la totalità del mio tempo libero dal lavoro (quello che poi mi fa mangiare!), ma in realtà sono in costante debito di tempo verso ogni cosa (libri da leggere, serie da completare, mostre da visitare, luoghi dove recarmi, etc.)… In più, malgrado sia logorroico, mi capita spesso di fermarmi ad ascolatare, in religioso silenzio, un amico o un’amica che parlano delle loro cose (perché alla fine, saremo anche monadi o isole, ma la nostra vita ha significato solo in funzione di chi vive attorno a noi e con noi si relaziona, con una strana ed affatto relativistica concezione quasi filosofica delle teorie quantistiche legate all’osservazione del reale come elemento che modifica il tessuto dove viviamo) e questo mi fa letteralmente collassare ogni programma!

          Oggi sto rispondendo ai tuoi deliziosi commenti, ma domani? Chissà…

          Docotor Strange mi è piaciuto tantissimo, sia come divertissement fine a se stesso, sia come goduria di assistere ad una bella storia ottimamente interpretata (Rachel McAdams è tra le mie muse ispiratrici e maturando con l’età ha aumentato il suo fascino spressivo, tanto da risplendere persino, come una stella luminosissima, anche dentro una fiction traballante come True Detective Stagione 2… Mentre Cumberbatch è semplicemente uno dei maggiori interpreti viventi, un vero mostro di bravura, del quale andrebbe resa obbligatoria la visione del primo episodio, tassativamente in lingua originale, dell’altrimenti assai antipatica fiction Patrick Melrose, pomposo esercizio di stile britannico, diretto e sceneggiato in modo impeccabile ma anche assai noioso e con una critica anti-borghese che seppur legittima puzza di stantio ad ogni svolta narrativa).

          P.S. La storia della capretta è splendida… Ci penso ogni volta e me la immagino anche… Tra l’altro quello delle caprette che saltano, irrispettose e giocose, spesso anche sopra altri animali, è tra i video che guardo più spesso su YouTube, inframezzato ai trailer cinematografici, le interviste ai divi, il glamour da salotto (non italico) ed i film quasi irrintracciabili altrove…

          P.P.S. A quest’ora prendo il tea… Sono succube della modalità insegnata dalla Thompson in Saving Mr. Banks, quando verifica che Walt Disney lo stia porgendo bene: un velo di latte suil fondo della tazza ed una zolletta di zucchero (di giorno salto la parte della correzione con il rum!)

          P.P.P.S. A Dublino, proprio di fronte al Palazzo del Parlamento, in Dame Street, c’è una storica pasticceria che tutti i turisti golosi conoscono ovvero Queen of Tarts, dove servono ogni tipo di tartine dolci e salate in accompagnamento al tea: c’è un pezzo del mio cuore lasciato su quei tavolini striminziti, un pezzo di cuore che ancora batte a distanza e che posso sentire ogni giorno.

          P.P.P.P.S. Ho il massimo rispetto del tempo degli altri, perciò non ti sentire MAI nemmeno lontanamente obbligata a rispondere ai miei commenti nè velocemente né con identica lunghezza: a volte capita che, se qualcuno ci scrive un poema, noi ci si senta in qualche modo obbligati a spendere due parole in più di quanto non vorremmo, ma con me questa regola non vale, perché io scrivo quando ho tempo e capisco che la regola valga anche per gli altri… E ci saranno volte in cui ad una tua risposta lunghissima io risponderò solo con una stellina di gradimento o un banale «Grazie, buona serata»

          Torno al lavoro, buonissima giornata!

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        8. Caos interiore?
          Ti chiamerò “stella danzante” 🙂
          Ma preferisco non attribuire la paternità dell’espressione a un filosofo che malsopporto, diciamo invece che come i pellerossa sono sbucata dal teepee e ti ho dato il nome della prima cosa che ho visto di fuori.

          Non mi sentirò obbligata (anche se rispondere mi piace, come hai visto).
          Vale anche per te, naturally.

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        9. Ti capisco, Nietzsche è quasi indigeribile, foss’altro per tutto ciò che il suo pensiero si porta dietro… Purtroppo è anche imprescindibile studiarlo, ahimè…
          La citazione è però molto bella ed anche glorificante, perciò grazie molte!

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      2. In effetti anch’io ho volutamente tolto la disamina sugli aspetti morali (nel senso strettamente etico e filosofico e non ultimo religioso) sul discorso a proposito di Twin Peaks: anche quando me ne sono occupato personalmente in modo più disteso (come nella Parte 2 della mia serie di post sul’evoluzione dello specifico genere procedural nella televisione statunitense), volli fermarmi soltato sull’aspetto soprprendente di storytelling, che vedeva la cancellazione della parola fine ovvero l’abolizione del colpevole predestinato nel senso di canone giallo; Lynch fece questo però in modo dissimle da quanto invece cercarono Carpenter e Debra Hill con il loro primo Halloween o Sam Raimi con il suo primo Evil Dead del 1981, giacché, laddove questi ravvisavano il mostro in una sorta di male residente nell’umanità (come un rigurgito di divinità, insinuatosi nellumanità e quindi, di fatto, deresponsabilizzandola), Lynch ha mostrato un percorso di critica alla forma esteriore del giallo e della novelizzazione drammatica, laddove la morale di cartapesta (leggasi ipocrita e posticcia) dell’american way of life televisivo richiedeva un colpevole a cui attribuire non già i costumi decadenti di un’intera comunità peccaminosa (il teorema di Peyton Place) e così, quasi controvoglia, decidendolo a tavolino ed a posteriori, identificarono l’assassino nella figura di chi tu sai, per poi ribaltare tutto con la seconda stagione, laddove la demonologia diventa il mood della lotta tra il male della Loggia Nera ed il bene dell’agente Dale Cooper.

        Ciò che intendo è che non è Lynch ad aver confuso il male, sbiadendone i contorni, ma la televisione americana, che negli anni ha acquisito solo la parte meccanica dei procedimenti di indagine e di analisi del crimine che furono dei grandi detective “etici” (come Father Brown di Chersterton o Poirot della Christie), svuotando le loro indagini del significato morale di comprensione del male (sempre presente nei loro racconti, come una sorta di seconda e parallela investigazione ontologica delle motivazioni del crimine): Lynch da vero artista ha illuminato con il potente faro della televisione quella bugia con cui viene merceficata una finta ricerca del colpevole, giacchè i malvagi reali possano continuare a dormire indisturbati.

        Perdonami la logorrea.

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