Film .14: Arrival, Denis Villenueve

Tra le tante piccole considerazioni che vorrei fare su Arrival a chi ne fosse incuriosito – o l’avesse già visto ed apprezzato – ce n’è una che, per ora, ho ritrovato espressa solo da Paolo Marino Cattorini (autore di molti imperdibili articoli sull’incrocio tra bioetica e cinema): ovverosia l’equivalenza tra il vetro che separa umani ed alieni eptapodi al termine del tunnel che conduce i primi all’interno dell’astronave, e lo schermo di un cinema.
Dài, è palese. E lì che ci guarda: un rettangolo stondato, d’un bianco abbacinante, sul quale si fa cine-grafia, scrittura in movimento: i segni tondeggianti del linguaggio  che diventerà universale, dipinti più che tracciati, in inchiostro nerissimo ma a suo modo luminoso.
Non siamo del resto noi spettatori a “scrivere di cinema”, quanto piuttosto, innanzitutto e soprattutto, è il cinema a “scrivere noi”.

Il film, tratto da un racconto di Ted Chiang, Storie della tua vita, fa esplicito riferimento all’arte del cinema, allestendo uno schermo vitreo luminoso e protettivo, attraverso cui avvengono gli scambi sonori, grafici e tattili tra due mondi.
Così come avviene in sala di proiezione, ombre gracili come d’inchiostro marino dialogano con gli occhi commossi di chi crede alle storie, le incarna nella propria vita e così facendo le completa, le moltiplica, le dissemina.

trasferimento (1)

Altra caratteristica rimarchevole è la bellezza di costumi, ambienti e via dicendo.
L’astronave, nella sua raffinata essenzialità, è un vero spettacolo a sé: nera, raffinata nella forma appunto, sì, ma anche dominata da superfici interne ruvide e scabrose, ben lontane dalle classiche e meno classiche padelle aliene di lucidissimo metallo.
L’accampamento militare preposto all’indagine ed al contatto con gli eptapodi, dove anche Louise ed Ian si trovano a collaborare, non è che un insieme affatto seducente di tensostrutture bianco latte, prive di alcun effetto suggestivo che parli di potere.
E infine, le tute anti-radiazioni indossate dai due scienziati (chi prova a dirmi che la linguistica non è una scienza muore, tra parentesi) è uno sgorbio arancione fatto su alla meglio: funzionale, ma brutto. Non è un caso: la costumista stessa, di cui non ho segnato il nome che comunque si troverà ovunque, spiega nel documentario Xenolinguistica che fa parte dei materiali extra come abbia voluto evitare di costruire un quadretto bellino e pulito, ma perciostesso meno credibile ed autentico.
Morale della favola: la semplicità paga. Eccome se paga.

9 pensieri riguardo “Film .14: Arrival, Denis Villenueve

  1. La semplicità paga. Questa breve frase mi è molto piaciuta ma è anche il motivo per cui Arrival funziona. Nonostante il tutto è un film semplice curato nei minimi dettagli, con dei personaggi ben scritti e una storia interessante così come è interessante la tematica del linguaggio.
    Ottimo articolo!

    Piace a 1 persona

    1. Detto da te è una garanzia.
      Il libro ce l’ho in wishlist.
      A proposito, e tu, quando torni a scrivere sul blog?! 😉

      Il film, comunque, è uno spettacolo.
      L’ho già annoverato tra i migliori dell’anno, del resto siamo oltre la metà ormai, qualche somma la si può tirare.

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  2. Brillantissimo il parallelo tra lo schermo dove comunicano gli eptapodi e il cinema.Caspita, come avevo fatto a non pensarci????? E’ sempre così quando ci si imbatte in riflessioni di geniale semplicità come quella da te riportata.
    Quindi, in prima battuta, ti ringrazio per avermi regalato questo spunto di riflessione che va ad arricchire un film che, già oggi, considero tra i migliori del decennio.

    La bellezza di Arrival, a mio parere, è eterogenea, nel senso che si sedimenta su più strati e in questo modo il film acquista sfumature diverse a seconda della prospettiva che si assume per guardarlo: c’è lo sci-fi nudo e crudo, c’è la linguistica (credo sia l’unico film al mondo ad aver parlato così tanto di linguistica…), c’è un po’ di romanticismo e un pizzico d’azione, c’è poi -soprattutto- un dramma familiare allucinante.
    Infine, il film (e il racconto di Chiang prima) hanno un approccio così relativistico al topos narrativo del contatto uomo\alieno da renderlo una perla di rara lucentezza.

    Immagino si sia capito che adoro questo film… 😀

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    1. Io ormai mi son fatta l’occhio per il meta-cinema, è diventato un po’ un mio leitmotiv di cui vado a caccia… eheh 😉 Sono una donna dalle molte fissazioni 😀

      A proposito della linguistica, in effetti, così su due piedi non mi viene in mente nessun altro titolo. Ma vorrei provare a fare una ricerchina… i film che parlano dell’incontro tra due culture e due lingue diverse abbondano, quelli sui problemi di traduzione non mancano, ma qualcosa di più radicale e specifico certo non si presta troppo a diventare un blockbuster.
      Con rilevanti eccezioni.

      Piace a 2 people

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