Per vivere

Lo dicevo ieri ad un amico.
Io mi considero una scrittrice non perché scriva, o peggio faccia letteratura.
E’ una cosa che mi capita, spesso che cerco, ma è la foce e non la fonte.
Penso di essere “scrittrice” perché scrivere è il mio modus vivendi, nel piccolo e nel grande; un elemento del mio esistere al mondo come lo è il modo in cui stringo la mano alle persone o preparo una valigia.
E’ prima e insieme oltre la questione di cosa sia scrittura, di cosa sia poesia, e quale abbia un certo rango e quale no.

Lo faccio per vivere, non per campare.

9 pensieri riguardo “Per vivere

    1. Capisco.
      Per me al contrario – ma semplificando molto, e superando già anche il discorso fatto qui che è pragmatico e non tecnico – uno scrittore è chiunque scriva testi compiuti, lavorati, e in modo non occasionale: abitualmente, anche se magari non con frequenza costante (questo, sì, è un carattere fondamentale per distinguere, a prescindere dalla qualità, tra “chi scrive” e chi è uno scrittore).
      Riandando indietro nel tempo ricordo che fino ad un certo punto la qualità è stata per me il discrimine effettivo tra scrittori e non – mentre non ho mai considerato un criterio sostanziale la pubblicazione, appunto.
      Non che abbia abbandonato del tutto questo metro di giudizio, anzi semmai l’ho rafforzato; ma stante la sua enorme differenza da un numero qualsiasi (copie vendute, copie lette, guadagno dell’autore, posizione in classifica e così via) che lo rende praticamente indefinibile, e dato che – a differenza di altri – credo la scrittura sufficiente a se stessa: legata alla lettura, ma non in subordine ad essa, ecco che inquadro la questione in termini praticamente opposti al tuo.
      Che poi è la goduria dello star qui a scrivere un blog, che alla fine ci si possa dire scrittori oppure no: il piacere di raccontarsi a vicenda 🙂

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    2. p.s.: sull’editoria a pagamento già ci siamo trovati concordi in un commento da te, ma per amor di precisione lo ribadisco qui a chi dovesse passare e leggere: nemmeno per me pubblicare un libro a pagamento equivale nella sostanza a pubblicare con una casa editrice tradizionale, con tutto il suo bell’apparato di professionisti e mestieranti.
      Nemmeno se si trattasse della Divina Commedia.

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  1. Siamo tutti talmente schiacciati, vilipesi, ottusi ed infine resi ciechi da una visione della società contemporanea basata solo sul concetto di produttività (con lo spettro della crisi economica e dei limiti di bilancio da far si che il rapporto spesa/risultato venga elevato a voloro ontologico ed etico) che si identifica l’essere un professionista dall’essere e basta: non hai solo ragione, ma hai sacrosantemente ragione nel dire che scrittore è chi scrive con la consapevolezza che scrivere gli è funzionale ai suoi bisogni, perché vuole comunicare con il mondo o con l’altro sé oppure perché ha bisogno di portare all’esterno pulsioni che resterebbero nascoste dentro, perché ama il pensiero che si transusta in parola scritta… Insomma non è assolutamente vero che uno scrittore vero è colui o colei che viene pubblicato, così come non è un pittore vero solo chi espone nelle gallerie o viene quotato dai mercanti d’arte e non è ballerino solo chi si esibisce sui palcoscenici ed infine non è poeta solo chi edita poesie.

    La distinzione tra pofessionista ed amatore, anche in arte, come già nello sport, è squisitamente commerciale e non meritoria: basti pensare ad uno scrittore come Giuseppe Tomasi di Lampedusa che non vide mai pubblicata alcuna delle sue opere finché fu in vita (solo un anno dopo la sua morte, nel 1958, si cominciò a pubblicare tutto quello che aveva scritto, grazie a Giorgio Bassani, partendo proprio dal suo capolavoro ovvero Il Gattopardo).

    In uno dei film più belli artisticamente e cinematograficamente degli ultimi anni, Paterson di Jim Jarmusch, viene descritto il vero rapporto tra un poeta ed i suoi scritti, in un modo così essenziale, semplice e veritiero, da poter assumere questa pellicola quasi a manuale di significanza: il protagonista è indubitabilmente un poeta, perché scrive poesie e lo fa come motivo di vita (si ricava i suoi spazi di tempo, i suoi luoghi ed il suo ponte personale con l’anima), ma non lo fa di lavoro e non pubblica ed anche quando la sua compagna cerca di spingerlo verso un tentativo di condivisione con il mondo dei suoi scritti, egli manipola il destino affinché questo non accada…

    Quindi, riassumendo, tu hai ragione, gli altri torto.

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  2. Ahah, con la tua chiusa mi hai fatto (sor)ridere: hai un’attitudine molto “argomentativa”, perciò a maggior ragione quel tuo secco secco tu hai ragione, gli altri torto cala come il martello di Thor su un’incudine 😉

    Tomasi di Lampedusa è solo uno degli esempi che si possono portare; di autori più o meno grandi – resi tali dalla risposta della società e/o della critica – che rimasero ignoti e relegati nell’angolo degli scribacchini “a tempo perso”, finché un piccolo ingranaggio del tutto casualmente ne ha ribaltato il destino, se ne contano a decine.
    C’è poi chi ottiene riconoscimento per la propria opera all’alba dei cinquant’anni, senza avere alle spalle alcuna storia di tentativi di pubblicazione falliti: vedi Susanna Clarke con quel tomone pesante come una lasagna dopocena, e tuttavia intrigante, che è Jonathan Strange & il signor Norrell.

    Mi segno Jarmusch.

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    1. Purché la stima di sé quale scrittore, svincolata dal riconoscimento dato dalla pubblicazione, non si traduca in una giustificazione a priori di qualunque capriccio uscito dalla propria penna o tastiera.

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