Di clown, gatti ciechi ed Humphrey Bogart

in Pet Sematary King riflette, attraverso il personaggio di Lou Creed, sull’opportunità di mettere i propri figli a parte del Grande Segreto: il sesso, e ancor più la morte, in un’età che preceda quella “della ragione”.
Non esiste genitore che non se lo domandi, quali siano il momento ed il modo migliori per far conoscere le due verità nascoste a quelle creature che grazie ad esse sono nate, e a causa di esse andranno inesorabilmente incontro alla fine.
Meno persone, molte meno, soprattutto meno genitori si domandano se una simile grave scelta, carica delle sue conseguenze, si debba applicare anche alla verità sulla – alla realtà della – follia. E della paura (sono sorelle).
Mi ha stupito leggere, in un’intervista a Burton su un numero di Vanity Fair di aprile che ho scroccato in ospedale, che il suo Batman – il secondo direi, Il ritorno, che ho da poco visto sul Canale 20, nel quale compare Pinguino – è stato classificato come vietato ai minori. “I ragazzi non hanno paura di un mostro come Pinguino” ha risposto lui nell’intervista originale su Interview – “Sai di cosa hanno paura? Dei colpi che i genitori danno contro i mobili quando, la notte, rientrano a casa ubriachi”.
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Beh, mio padre non ha mai bevuto. Ha avuto i suoi casini, come tutti, ma non mi ha mai fatto paura – al contrario, è stato ed è la mia roccia. La mia sicurezza più grande, forse unica, in anni di totale sbandamento.
Mai avuto paura di lui dunque, ma in alcune occasioni ho avuto paura della sua paura.
Per esempio, grande sovrana di tutte le altre, la paura della follia: non di incontrarla, nel suo caso, ma primariamente di subirla. Di impazzire insomma.
Ora non ditemi che è cosa comune, di tutti: “tutti”, in genere, la ignorano o la scacciano. E questo non è aver paura; è rendersi duri come sassi, puliti come ossa ripassate dal vento e vuoti come conchiglie che risuonano solo di ciò che il proprio ambiente racconta.
(La follia per altro ha un suo status speciale, ben distinto seppure burocraticamente lo incroci da quello di un disabile motorio, o persino con ritardo mentale. E forse non ci crederete, ma non ho ancora trovato un solo psichiatra che capisse la cosa più ovvia, cioè che il meccanismo stritolante della psichiatria fa molta, molta più paura, e legittimamente, dei mostri nascosti nell’armadio o delle voci dentro la testa).
C’è stata la faccenda, abbastanza breve, della tricotillomania.
Non ricordo l’età esatta, ma andavo alle elementari – probabilmente si trattava degli ultimi due anni, quando la malattia (rara, neuromuscolare) di mio fratello aveva appena avuto il suo esordio e, come dire, ne ero vagamente provata. Già occupata a trattare ogni giorno un armistizio con i miei personali problemi, la cosa ha fatto traboccare il proverbiale vaso e per scaricare la tensione mi son messa ad arrotolare, involontariamente annodare e poi – per forza – strappare intere ciocche di capelli.
Mio padre bum!, anche capelli a parte, con la sua sensibilità ultrafina che accidenti a lui m’ha trasmesso, capiva che stavo prendendo una brutta china e s’è scantato – per dirla alla siciliana. Non capiva però, o comunque non riusciva ad aggrapparsi all’idea, che era un fatto normale. Anzi, era il meglio che potessi fare e farmi: tormentarsi i capelli, così come altre amene soluzioni, non è che un modo per esternare l’angoscia e liberarsene. Un banale meccanismo di difesa. Tra questo e l’implosione psicologica, voi cosa scegliereste?
Fatto sta che una sera è sbottato, e mi son beccata una lavata di capo (aha) e – peggio – l’ho visto strappare in due un libro-game a tema fantasmatico che avevo appena fatto comprare al supermercato a mia mamma (ero al settimo cielo: un libro-game tutto mio, che non avrei dovuto chiedere in prestito un mese sì e l’altro pure alla biblioteca!). Naturalmente, temeva – e me l’ha detto chiaro – che la mia “fissazione” per fantasmi e roba horror in generale mi danneggiasse. Idea sbagliata, ma comprensibile (papà, ti perdono, e se solo avessi potuto far di più per te…).
Vorrei che prima di passare alla riga successiva, o di chiudere la pagina su questo post, immaginaste: strappare un libro di almeno una cinquantina di pagine belle solide tenute unite, strapparlo in due per il verso della larghezza sì, ma a mani nude. Scommetto che manco ci riuscireste. E’ roba da furia ribollente, da terrore accecante.
Poi, certo, quell’altra faccenda. Un po’ imbarazzante, ma la taglio corta.
Va bene che siamo nati in un’epoca in cui api e fiori avevan già fatto il loro tempo, e non s’arrivava al primo ciclo di mestruazioni totalmente ignare di quanto, almeno a noi donzelle, sarebbe avvenuto. Eppure con il menarca ho avuto un piccolo trauma, e non perché fossi impreparata. Lo era mio padre, di nuovo, che non so quanto ci avesse ragionato in precedenza, ma nel più completo black-out della razionalità ha collegato il mio sangue a quello che seppure in tutt’altro modo ha caratterizzato gli anni iniziali dell’emersione della schizofrenia in mia zia – sua sorella. E via la brocca, alè. L’ha recuperata presto, ma per un’ora ho avuto davanti una persona estremamente trasformata. Non a me sconosciuta, ma piuttosto ferina…
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… a questo punto, chissà se qualcuno si ricorderà ancora del titolo e si chiederà cosa c’entrino con tutto questo clown, gatti e soprattutto il buon vecchio Bogart.
Innanzitutto, non penso di dover spiegare a nessuno cosa sia la coulrofobia – orribile termine! -, e potrei ma non mi va di discettare sulla reazione a figure simil-umane e sulla devitalizzazione nel test di Rorschach – bellissimo strumento! Immagino anche che fra voi si nascondano numerosi “estimatori” dei brividi da spina dorsale ghiacciata a causa di Pennywise e dei suoi fratellini minori.
Tanto perché devo sempre fare cose stupide, lessi It all’alba dei miei dieci anni, sempre con la schiena appiccicata al letto e lo sguardo che scattava spesso alla porta della camera, così, nel caso dovesse all’improvviso profilarsi qualche ombra estranea.
(E sopra il copriletto, tanto per gradire, era stampato il disegno di un Pierrot. Un essere maligno come pochi. Altro che libri di fantasmi, caro papà, tu non sapevi e non hai mai saputo che a terrorizzarmi erano piuttosto il pierrot che mi spiava dal copriletto, la mia stessa fotografia ingrandita appesa sopra la testata – mi fissavo sugli occhi, li vedevo diventare neri e piccoli e cattivi e se ero abbastanza sfasata, mi pareva persino che si muovessero in su e in giù. Oh e, certo, mi terrorizzava anche Humphrey. Adorabile di giorno, ma avercelo di fronte la notte, nella penombra del corridoio, che mi fissava dal fustino del detersivo non m’ha fatto crescere troppo a mio agio).
Così dei clown s’è detto, ma non sarebbe una rassegna onesta se omettessi che un clown – non Pennywise – me lo sognavo regolarmente. Mi inseguiva caracollando dietro a mia mamma, sulla cui spalla mi raggomitolavo tipo sacco di patate, che in piena notte mi veniva a riprendere all’asilo. E  dalla spalla lo osservavo mentre ci seguiva: e sempre lo associavo ad un certo strano pizzicorino sulla pelle, tipo quello della lana pura.
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I gatti, in maggioranza ciechi da almeno un occhio e palesemente infetti, sono invece quelli che circolavano da padroni assoluti nel cortile e in alcuni corridoi del manicomio (e spero non vi aspettiate che lo chiami “ospedale psichiatrico”), il primo in cui mia zia è stata ricoverata – cioè: il primo che ho visto io. La roba degli anni ’60 l’ho schivata, ma tanto i racconti di famiglia han fatto il loro sporco e orrendo dovere.
Oltre ai gatti, agli inservienti con l’aria più sbandata dei pazienti ed alla Grande Donna Nuda che faceva le sue scorribande nei corridoi inseguita dai suddetti inservienti (e sì, come suggerisce il nome era completamente nuda, e grassa, e raccapricciante); oltre che da loro la compagine di amici era composta da: persone-che-sbavavano, persone-che-urlavano, persone-che-ti-si-avvicinavano-troppo, persone-con-lo-sguardo-fisso-nel-vuoto e persone-con-lo-sguardo-fisso-e-penetrante-su-di-te. Spesso e volentieri, avevano tutte queste caratteristiche insieme, nonché l’immancabile sigaretta.
(Le poche, rilevanti eccezioni di matti “gestibili” e “piacevoli”, coi quali ho instaurato persino un rapporto di affetto, sono nate molto più tardi).
Non può sorprendere che nell’arco della mia vita abbia poi dato fondo ad antropomorfizzazioni, pensiero magico, allucinosi, scissione, derealizzazione e dissociazione. L’età da marito – l’età più propizia ad una fioritura schizofrenica – l’ho passata, e la familiarità per questo tipo di “malessere” è nel mio caso contenuta, se non addirittura esile. Ma la paura non lo è.
(Anche questo gli psichiatri non capiscono, povere teste di legno: che se per una sindrome si può parlare di familiarità, ma non di ereditarietà, ciò non la rende meno possibile o pericolosa. Che la pazzia è sì terribile e strana, ma è anche enormemente affascinante, attrattiva; ed è proprio vero che è come la gravità: basta solo una piccola spinta. Potrai anche avere solo occasionali e rari episodi psicotici di lieve entità, ma se li hai precisamente normale non sei. Piccolo e infrattato tra le circonvoluzioni del cervello, hai un marchio. “Loro”, gli psichiatri, sullo stigma sociale organizzano fior di convegni – ma di quello interiore che sta sempre lì a ricordarti che tutto può andare a ramengo in un solo rapidissimo attimo nulla sanno).
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Cosa volevo dire con tutto questo non lo so più, oppure non l’ho saputo mai.
Però, dopo aver nascosto per tre mesi ai miei compagni di corso nel 2009 che mio fratello era appena morto, è bastato un accenno durante una lezione al TSO che ho mollato le cataratte e vomitato fuori tutta la depressione e lo schifo e la disperazione provati quando è toccato a lui essere legato, forzato, portato via, ucciso come individuo.
O quando una volta in struttura mio cugino, con noi lì attorno, gli ha rasato i capelli – non ricordo perché servisse – in una doccia da caserma o da carcere, col telefono in alto, le piastrelle verdi ed una luce debole quasi morente che non illuminava niente. Lagern docent.
Forse esprimere il dolore o la paura non risolve tutto, a volte persino complica le cose.
A ciascuno il suo, tuttavia: io ho trascorso davvero troppo tempo a razionalizzare, negare e scappare; posso affermare con cognizione di causa che mi è stato necessario, ma non è una scelta adatta al lungo termine ed alla vita.
Ed io la vita, la salute – la sanità mentale – non le disprezzo; anche se per apprezzarle in maniera adeguata, profondamente, ho avuto bisogno di tempo. (Humphrey invece no, pare non ce l’abbia mai fatta: con quello sguardo un po’ così, da eterno sconfitto…).

8 pensieri riguardo “Di clown, gatti ciechi ed Humphrey Bogart

  1. Faccio molta fatica a commentare un pezzo di prosa come questo, perché trattasi di uno strano marchingegno narrativo, a metà tra una recensione critica ed una pagina di letteratura autobiografica (paradossalmente ed ironicamente molto simile agli scritti che il da te non amato Roland Barthes scrisse sulla paura nel suo Barthes di Roland Barthes), mezzo monologo e mezza lucida analisi, laddove prendi le distanze dal tuo stesso tuffarti dentro il dolore, in un gioco bipolare di esibizione ed occultamento, senza vanità e senza pudore e per citare al contrario il titolo di un romanzetto di Baricco (quanta vanagloria in quest’uomo decisamente abile ma anche troppo pieno di sè) Pieno di Sangue.

    Non so se hai mai seguito il mondo di Harry Potter, ma io che considero il mondo creato dalla Rowlings, con tutti i suoi meriti e demeriti letterari (la sua è pur sempre letteratura young adult ovvero quella che una volta si chiamava solo letteratura per ragazzi, ovvero ciò che gli adulti incapaci di leggere cose più difficili considerano già un punto di arrivo per elevarsi dal loro analfabetismo culturale), la più importante mitologia fantasy dopo quella di Tolkien, sono molto legato intellettualmente ed emotivamente alle due grandi invenzioni create dalla Rowlings: l’Horcrux (oggetto o gruppi di oggetti in cui nascondere pezzi della propria anima per vincere la morte), che domina tutta la saga letteraria e cinematografica originale e l’Obsucurus (entità magica oscura nata da un potere represso con violenza durante l’infanzia), che invece determina gli avvenimenti della pentalogia cinematografica prequel; laddove il primo è evidente allegoria dell’uomo che divide la sua anima attraverso l’omicido di un altro essere umano (solo così, infatti, si ottiene la separazione dell’anima in pezzi, narra la Rowlings), il secondo è l’espressione della ribellione ad una castrazione emotiva.

    Ben lontana dall’horcrux, tu a volte mi appari come manifestazione di luce (una di quelle luci che secondo il Van Helsing dell’interpretazione di Coppola illuminano una vita di ombre) ed altre come emanazione di un Obscurus schivato per un pelo, come un demone convertito in angelo…

    Le mie sono solo parole, si sappia, ma sono quelle che esprimono le mie emozioni contrastanti quando leggo pezzi come questo.

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  2. Hai centrato un punto importante, perché ho voluto pubblicare questi pensieri, particolarmente intimi, sapendo che avrei potuto restarne scottata – ma sapendo anche che il “tributo”, sia di dolore o vergogna o paura, l’ho già pagato. Non si è mai fuori da certi labirinti in via definitiva, ma si può essere sopra, ed io oggi lo sono.
    Tutto questo, però, non toglie che il tuo definire le mie parole “senza vanità e senza pudore” mi fanno un piacere immenso. Davvero, immenso. E’ così facile (s)cadere in manfrine autocommiserative, ma se tu dici che l’ho scampata, bene, l’ho scampata.

    Conosco ed amo Harry Potter, e dunque gli Horcrux (e hai proprio ragione, sono un grande elemento narrativo che, tra l’altro, secondo me arriva a far riprendere il volo alla saga nel momento in cui avrebbe potuto cedere alla stanchezza ed inabissarsi).
    Non conosco invece l’Obscurus, perché i prequel per ora non li ho visti. Non so se ne abbia schivato la creazione: anzi, da quel che scrivi e da quel che leggo su Potterpedia e analoghi, non è sbagliato affermare che io abbia un nucleo di materiale psichico dannoso a lungo represso – ma del resto dargli voce come ho fatto qui è uno dei modi per evitare che esploda inopinatamente ed inaspettatamente.
    Per quanto sotto pressione, ho sempre avuto anche nei momenti peggiori un’autoconsapevolezza fortissima, persino granitica, e questo fattore ha potuto contrastare in maniera molto efficace debolezze che altrimenti chissà, potevano anche tracimare in qualcosa di più brutto. (Non a caso non sono mai arrivata ad avere vere e proprie allucinazioni, ma “soltanto” allucinosi, ossia a percepire cose inesistenti ma pur sempre mantenendo la cognizione della realtà, e quindi sapendo che reali non erano).
    Posso distinguere tra chi “ce l’ha fatta” e chi no, a dominare questa parte di sé, perché un ragazzo a me molto caro ha sofferto e soffre il suo essere uno specchio infranto (cit.) in quantità e qualità tali da impedirsi una vita non “normale”, ma “felice”. Un narcisista così rovinato e rovinante da avermi indotta ad allontanarmi molte volte, e l’ultima senza possibilità di ritorno. Ecco, lui di consapevolezza non ne ha, e quando qualcosa la fa emergere di forza, di forza la respinge indietro. (Tra parentesi, considero assurdo – una pazzia, aha – aver declassato il disturbo narcisistico di personalità a mero “tratto” della personalità. Ma il DSM non lo faccio io, ergo me ne sto buona, lancio il mio solito strale e via).

    Immagino che dovrò dare una chance a Barthes 🙂
    La mia antipatia è fondata su una (presunta) incompatibilità politica, che ho comunque desunto solo da terze letture, e dunque in sostanza su un pregiudizio.
    Ma anche questa è una ragione parziale a sua volta. Altri autori politicamente affini, in modo più o meno stretto, non mi suscitano affatto una reazione simile.
    Sarà bene tornare a rifletterci quando l’avrò letto.

    Non posso che chiudere ringraziandoti di tutto ❤
    Naturalmente immaginavo che avresti letto, e con qualche probabilità commentato, ma come pare io riesca a stupire te, ancora una volta anche tu hai stupito me con la tua densità.
    Che HaShem ti conservi stabile e saldo nella mente e nel cuore – è il miglior augurio che ti possa fare in questo contesto.

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