Film .20: La legge del mercato, Stéphane Brizé

Comincio a sviluppare una certa dipendenza dal cinema francese… realista.
Per cominciare, non so se realista sia un aggettivo adatto, e se magari sto sfruttando un termine già codificato per altro (un po’ come se, da francese digiuna di cinema italiano, coniassi il termine “neorealismo” e lo usassi per quel che pare a me).
Non so se sia corretto, insomma, ma come definire altrimenti quel genere di narrazione didascalica che si prende il suo tempo, sino a rappresentare (quasi) sempre le vicende in un rapporto temporale di 1:1, ossia girando tre minuti interi di ripresa se una scena si svolge, nel concreto e nel reale, in tre minuti?
E allora toh, io lo chiamo realismo – ma se avete appunti da fare o informazioni migliori, vi prego, non risparmiatevi.

Un simile modo di procedere, che trovo alquanto rilassante oltreché interessante, mi sembra l’antitesi perfetta di quel sintagma a graffa di cui il cinema americano, specie in decenni passati, ha evidentemente abusato.
(Non spaventatevi. Il sintagma a graffa l’ho beccato in giro sul blog di Nick Shadow, prima mica lo conoscevo, e se volete capire cosa sia lo trovate qui.
Comunque, per intenderci, è quel momento in cui si riassume una parte della storia, magari del passato del protagonista, in una serie di frammenti superveloci e accompagnati da sola musica senza dialoghi, incollati insieme tipo “sto morendo e vedo passarmi davanti il film della mia vita”.
Tra un racconto normale e l’ellissi vera e propria, c’è questo, pare.
(Ogni errore di comprensione del concetto è imputabile solo a me, e durante la stesura di questo post nessun sintagma a graffa né a quadra né a tonda è stato maltrattato).

Ma veniamo a Brizé.
E’ il primo suo film che vedo, ma nell’approccio alla tematica del lavoro, e nella durezza della rappresentazione, è contiguo a Cantet (qui & qui).
Realista, dicevo, fino all’imbarazzo, quando la camera coglie momenti che non esitiamo ad associare ai nostri trascorsi più penosi (la canzoncina in coro, davvero terribile, per salutare la collega che va in pensione, il comizietto aziendale in cui uno scimunito pretende di farti sentire “in famiglia”, ecc.).
Dall’inizio (Thierry Tagordout, operaio in cassa integrazione, tenta inutilmente di cavare del buono dal Centro per l’Impiego, che lo spedisce persino a seguire un corso di formazione di quattro mesi rivelatosi poi inutile – quanto ci sarebbe da dire sul business della formazione senza sbocco, in Italia!), dall’inizio, insomma, fino alla nuova assunzione come vigilante in un supermercato; dal volto di Thierry non cade mai – salvo nelle serate trascorse coi familiari – l’espressione tirata del lavoratore che, anche quando ha in mano un contratto e nessuno recrimina, si sente fuori posto.
Perché Thierry, anche quando le cose sembrano per lui migliorare (compresa la concessione di un mutuo la cui analisi da parte dell’impiegata di banca è cruda e meschina, come forse lo sarà stata per lo spettatore), non si entusiasma mai di ciò che fa. Sa di averne bisogno, rilascia un sospiro di sollievo quando lo ottiene, ma non ha nulla della persona così spesso descritta nelle retoriche politiche che trova nella propria occupazione se stesso, o comunque una piena realizzazione.
Peggio: Thierry è a tutti gli effetti, e sotto tutti i punti di vista (particolarmente incisivi quelli dei suoi compagni di formazione, che analizzano e criticano piuttosto iperbolicamente, e con la soddisfazione del tecnico arido e tranchant, un suo colloquio di lavoro registrato), un perdente.

La retro-copertina del dvd prometteva un dilemma morale da sciogliere, una scelta che si sarebbe imposta a Thierry, nuovamente fornito di regolare lavoro, proprio sul più bello, col rischio di mettere tale posizione a rischio.
Ma nella conclusione non vi è alcun dilemma, per come ho letto le cose io.

SPOILER ALERT ON

Seppure portandone il carico, di fronte alla possibilità di ingraziarsi i datori di lavoro denunciando un (piccolo, innocuo) furto seguito attraverso le telecamere, non si sottrarrà.
Può avere un bel dire il suo capo, nella successiva riunione, che il suicidio dell’impiegata incriminata e poi licenziata potrebbe avere origine in un qualsiasi elemento della sua vita che loro neppure conoscono (lo sentite, il ribrezzo, quando propone come causa probabile la tossicodipendenza del figlio, lo sentite l’imbarazzo di un’esistenza strappata, poi squadernata senza rispetto e calpestata per garantirsi le mani pulite?).
Nessuno qui deve sentirsi in imbarazzo in alcun modo, dice; ma io mi ci sono sentita eccome – ed ero davanti ad uno schermo, sola nella stanza.

SPOILER ALERT OFF

Nella conclusione, c’è solo quel che c’è stato sempre anche prima: un uomo che deve far quadrare i conti e se ne occupa, in qualche modo riuscendoci; ma consapevole che ciò per cui lotta e ciò per cui tutti gli chiedono di prodigarsi non può più essere chiamato, in nessun caso, lavoro.

 

17 pensieri riguardo “Film .20: La legge del mercato, Stéphane Brizé

  1. Sul realismo nel cinema ci si potrebbe scrivere un libro (cioè, in realtà ne sono già stati scritti chissà quanti).. Per cui fai bene ad utilizzare il concetto come meglio credi, tanto è già stato detto tutto e il contrario di tutto…😁

    Piace a 1 persona

        1. Lo conosco poco.
          Ma c’è un film che vorrei vedere a breve in cui recita – L’ottavo giorno di Van Dormael.
          Magari tu l’hai già visto!
          Per il resto ricordo giusto 36-quai des orvefres e Vajont.

          Una cosa che non sapevo e che mi dice bene, invece, è che è figlio di cantanti lirici! ❤

          "Mi piace"

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