Libri .15: Una paga da fame, Barbara Ehrenreich

Abstract: Milioni di americani, e non solo, lavorano ogni giorno duramente e senza sosta in cambio di salari modestissimi. Nel 1998, l’autrice decide per un paio di anni di fare la loro stessa vita, per cercare di capire meglio che cosa c’è dietro le retoriche che invocano la fine dello stato sociale. Lascia la sua bella casa, rinuncia a utilizzare le sue carte di credito e lo status di intellettuale e giornalista. […]

Mentre pulisco un salotto dopo l’altro, mi chiedo se la signora sarà mai portata a riflettere sul fatto che ciascuno degli oggetti e oggettini attraverso i quali esprime la sua personalità unica e irripetibile, visto dall’altra parte, è soltanto un ostacolo in più tra un essere umano assetato ed un bicchiere d’acqua.

C’è della chiarissima ironia in questo brano del reportage della Ehrenreich, il cui sottotitolo recita: Come (non) si arriva a fine mese nel paese più ricco del mondo, così come tutto il libro è percorso da un’indignazione cristallina, decisa ma non pesante, l’antitesi delle cantilene di un poseur politico.
C’è della politica, appunto, ma c’è soprattutto una capacità di osservare e di partecipare – per l’autrice il distacco giornalistico è una mera giustificazione per non farsi coinvolgere proprio là dove sarebbe più opportuno accettare di esserlo.

Si avverte qui tutto lo stacco tra chi non ha niente – e del resto non avrebbe neppure il tempo di godersi qualcosa che non sia una doccia al volo ed un letto – e chi ha in sovrabbondanza; ma non è soltanto l’abbondanza in sé ad essere presa di mira, lo è anche l’illusione che avere qualcosa significhi essere qualcuno.

Dunque il nostro è un mondo di dolore fisico, tenuto sotto controllo a furia di aspirine e analgesici, compensato dalle sigarette e, nel caso di un paio di noi, ma solo nel weekend, dall’alcool.
Si rendono conto, i clienti, della sofferenza che costa il dare alle loro case quell’aspetto da motel?
E se lo sapessero, ne rimarrebbero turbati, oppure si vanterebbero sadicamente di quello che i loro soldi possono comprare, dicendo per esempio ai loro ospiti: “Guardate i miei pavimenti: vengono lavati con le più pure lacrime umane?”.

Il peggio, per me, è che tutta questa sofferenza e questa schiavitù sono orchestrate (nel caso delle donne delle pulizie, ma la Ehrenreich si è “calata” – è davvero il caso di dirlo – anche nei panni di una cameriera e di una commessa, tutte con salario di 7 dollari l’ora o inferiore) in modo da garantire un risultato esteticamente soddisfacente, ma di fatto assai carente dal punto di vista igienico e di pulizia in senso proprio.

Non stupisce, è triste, il fatto che condizioni di lavoro aberranti e smantellamento del poco stato sociale americano fossero in pieno vigore già vent’anni fa. Nel corso delle esperienze fatte dall’autrice, non mancano gli esempi di “riforme” spacciate per vantaggiose alla manodopera e rivelatesi nel concreto piccole e costanti corrosioni delle già modeste condizioni economiche di partenza.
E in tutto questo, mi sono trovata immersa in un resoconto vitale e godibile – godibile specialmente dal mio divano, in un’Italia sempre più devastata ed americanizzata ma pur sempre Italia; va detto.
Un brivido corre lungo la schiena quando si legge (ricordo che siamo tra il 1998 ed il 2000) un’annotazione relativa alla scarsità di manodopera, quella che proprio oggi molti imprenditori italiani lamentano, per poi cavarsene fuori addossando la colpa al cosiddetto mismatch, ossia il mancato incontro tra studi fatti / competenze acquisite ed esigenze del mercato (sempre lui):

Secondo alcuni economisti, non esiste una vera “scarsità di manodopera”, bensì soltanto scarsità di persone disposte a lavorare per salari come quelli attualmente offerti.

Emblematica di quanto sia americano tutto questo – il lavoro brutalizzato ma anche la reazione allo stato delle cose – è la risposta data a Barbara da una collega di The Maids, alla domanda su cosa ne pensasse dei loro clienti, che vivono nel lusso mentre altre persone, come lei stessa, faticano a tirare avanti:

Non saprei, però, caspita, piacerebbe anche a me avere una casa come le loro, un giorno.
Per me è uno stimolo e non provo alcun risentimento, perché mi dà una meta da raggiungere.

Ecco, questa ambizione, questa invidia sociale in salsa naïf calvinista, mi colgono sempre di sorpresa nonostante le conosca: non fanno davvero parte del mio bagaglio.
Come non ne fa parte l’idea che, per accedere ad un posto di lavoro, si debba obbligatoriamente sottoporsi ad un test antidroga sulle urine e ad un test della personalità che, per quanto riadattato alle esigenze di assunzione di un’azienda, resta nella sostanza un’intrusione indebita nell’intimo del candidato (di sindacati non parliamone: sono la #GrandeBestemmia).

Mi aspetterei qualche mugugno, segni occasionali di ribellione; che so, scritte sarcastiche sui poster esortativi appesi negli spogliatoi, pernacchie soffocate durante le riunioni del personale. Invece, niente. 
Forse è questo il risultato dell’eliminazione dei possibili ribelli mediante l’esame tossicologico e i questionari di personalità: una forza lavoro uniformemente servile e denaturata […]
L’idea che un estraneo possa avere accesso a cose, come la tua insicurezza o la tua urina, che normalmente sono rese “pubbliche” [virgolette mie, N.d.A.] soltanto in un contesto medico o psicoterapeutico, è inquietante.

Ciò di cui non ci si rende conto, quando si accetta di vendere il proprio tempo un tanto all'ora, è che in realtà si sta vendendo la propria vita.

Ciò di cui non ci si rende conto, quando si accetta di vendere il proprio tempo un tanto all’ora, è che in realtà si sta vendendo la propria vita.

 

La Ehrenreich ha anche scritto la prefazione a Donna delle pulizie: lavoro duro, paga bassa e la volontà di sopravvivere di una madre, il libro autobiografico di Stephanie Land che farò seguire a questo.
Pubblicato quest’anno da Astoria, fa un perfetto pendant:

Abstract: Un memoir su cosa significhi oggi vivere da poveri nel paese più ricco del mondo, gli Stati Uniti.
Per una serie di scelte sbagliate Stephanie Land, diventata madre da poco e costretta a fuggire da un compagno violento, precipita in uno stato di povertà assoluta.
Mentre lavora duramente per tirare avanti, pulendo i gabinetti dei ricchi, destreggiandosi tra una serie di lavori domestici malpagati, lo studio e il complicatissimo mondo dell’assistenza governativa, Stephanie scrive.
E scrive le storie non dette degli americani sovraccarichi di lavoro e sottopagati. Delle esistenze faticose dei poveri. In una società priva di reti di protezione familiare, all’interno della quale essere poveri equivale a essere colpevoli.
Ma Stephanie è caparbia, e scrivere le permette di sopravvivere alla propria orribile esistenza, e di immaginare un futuro. E alla fine ce la fa: si laurea, viene accettata dall’Economic Hardship Reporting Project, istituto che aiuta a pubblicare giornalismo di qualità incentrato sulle diseguaglianze.
Memoir a lieto fine, non per questo “Donna delle pulizie” è meno potente.

9 pensieri riguardo “Libri .15: Una paga da fame, Barbara Ehrenreich

  1. I diritti del lavoratore sono erosi in maniera significativa anche in Italia, complice una legislazione che permette spesso un’interpretazione abbastanza elastica, finendo con lo sfavorire il dipendente. Parlo anche per esperienza personale. Magari non siamo ai livelli americani, ma non è neppure tutto roseo.
    Sugli stipendi bassi c’è sempre il rimbalzarsi le colpe tra Stato e imprese: le tasse sul lavoro troppo alte inibiscono assunzioni e stipendi, ma più disoccupazione corrisponde ad un mercato meno dinamico.
    È un tema vastissimo.

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    1. No, non siamo in America ma ormai da tempo facciamo di tutto per somigliarle, poveri noi.
      E chissà, forse ancora non siamo riusciti a fracassare l’intero sistema solo perché abbiamo un’indole che si entusiasma di tutto, sì, ma più a parole che a fatti.

      E’ un tema vasto, hai ragione.
      Ma spesse volte trovo che le complicazioni siano date ex ante, laddove – per esempio, e per farti capire in che ordinee di idee viaggio io – per avere salari decenti basterebbe che l’imprenditore, senza nulla variare in materia di tasse, li elevasse quel che basta riducendo nella stessa misura il proprio profitto netto.
      Che non equivale né ad azzerarlo, né a mettere in difficoltà l’azienda; ma a bilanciare in maniera più equa gli addendi dell’operazione.
      Se non lo si vuole, è più che legittimo.
      Ma in tal caso è una scelta dell’imprenditore, non un obbligo che la “realtà dei mercati” gli impone.

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    2. Permettimi di aggiungere: noi parliamo di lavoro, ma il “lavoro” non esiste più.
      C’è altro. Micro-occupazioni (non parlo solo dei precari tipo riders), guadagni frammentati, capacità di spesa indeterminabile correttamente.
      Ma ciò che facciamo in fabbrica, ufficio o quel che sia non è più lavoro.

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  2. Lessi questo libro appena uscito e rimasi… basita. Diciamocelo: sono cose che si sono sempre sapute e di cui si è sempre parlato, ma sempre in maniera “astratta”, quando si fa parte della quasi defunta “classe media”. Almeno, quando questo libro uscì, quella era l’atmosfera che aleggiava. Poi gli anni passarono, la situazione in Italia cambiò e alcuni che nei primi anni del 2000 lessero questo libro pensando “orrendo, ma a me non succederà mai” si ritrovarono, da posto fisso impiegatizio, a servire ai tavoli in un ristorante, a fare le pulizie nelle case e nelle pizzerie, a tenere bambini e a fare servizi fino alle 6 del mattino nelle discoteche per pochi spiccioli (dopo 12 ore in discoteca passate a servire 300 persone per la cena, togliere bicchieri sporchi anche da sotto i tavoli e aiutare nelle cucine mi misero in mano 60 euro e mi mandarono a casa). Succede, tutti i giorni, e anche se oggi posso respirare perché finalmente ho trovato un lavoro impiegatizio a tempo indeterminato, so che potrebbe riaccadere e quindi mi sto abituando a vivere con sempre meno, a cercare di mettere da parte il più possibile. Potrebbe ricapitare e la cosa mi fa paura. Scusa il commento chilometrico. Un abbraccio.

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    1. Non scusarti, anzi: grazie per esserti raccontata qui. Grazie davvero.
      Ognuno ha una sua storia complessa alle spalle, ma gli esiti per molti sono tristemente simili: forte impoverimento, anche quando un lavoro lo si mantiene, e prospettive sempre più ristrette.

      Come te, oltre ad interessarmene per passione, ho cominciato da alcuni anni a considerare il minimalismo uno strumento (non dico l’unico, ma sicuramente il principale) indispensabile per arrivare ad un futuro di probabile povertà preparata, attrezzata quanto basta ad affrontarla.
      Mi fa piacere – anche se suona come un controsenso… – non essere l’unica ad essersi attivata a questo scopo.
      Più restiamo leggere ora, meno avremo da perdere poi. E senza mai dimenticare che il nostro obiettivo è vivere al meglio possibile, non certo flagellarci.

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      1. Leggerezza sempre ormai. Dell’avere, ma soprattutto dell’anima. Sarà che ormai fa parte del mio essere una visione quasi oriental spartana (maledetto Hagakure 😊). Dopo parentesi uberconsumistiche dovute ad un tentativo patetico di esorcizzare gli incubi, si ritorna al punto di partenza, con qualche cicatrice in più, ma vivi e pronti a ricominciare. Solo questo conta. ❤

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