Le cose minime

Ieri ho fatto un piccolo botto – ho superato le 100 visite, cifra dalla quale normalmente sono ben lontana – con tutto il corollario di like e commenti inattesi.
Mi ha fatto piacere. Chissà che non diventi una routine. Ma, avendo una buona esperienza pregressa di blogging, so che in certe circostanze, grazie a certe congiunture, cose così possono capitare – e non ripetersi.
In ogni caso ringrazio chi è passato di qui a vario titolo, compresi i lettori da Spagna, Irlanda, Giappone, Canada, Francia, Stati Uniti, Germania, Svezia, Bosnia Erzegovina, Cile e Filippine (in rigoroso ordine decrescente ed alfabetico).
Mi ha fatto piacere, dicevo, in particolare perché this is not Facebook, my friend: senza scatenare alcuna crociata, mi pare lapalissiano che blog e social network are two worlds apart. Non è un caso se, oggi, mi trovo qui e non (più) altrove.

Le cose minime” perché sono quelle che mi appassionano di più.
Che contano di più. Che valgono di più.
Che restano, quando tutto sembra sbriciolarsi.
E perché, se non la trovo in un film, in un edificio, in posti come Disneyland (o comunque in situazioni ben precise) la grandiosità m’ha rotto il cazzo – scusate il francese, burp.

La perfezione non consiste nel fare cose straordinarie,
ma nel fare cose ordinarie in maniera straordinaria.
– disse il saggio giapponese

Le “cose minime” spesso sono le “cose (più) preziose”.
– disse un certo Chicco

Bon, ciao e di nuovo grazie a tutti ❤

26 pensieri riguardo “Le cose minime

  1. È vero che WordPress non è Facebook, ma molti blogger purtroppo lo utilizzano in maniera troppo simile, con post di pochissime righe e varie immagini. Sfiorano Instagram.
    Ognuno è libero di fare come crede, ma penso che per ogni approccio social ci sia il sito social apposito. Cioè, se uno mi fa una recensione di un libro di quindici righe di cui cinque in cui spiega che libro è e nelle altre dice solo “bello, mi è piaciuto”… che roba è?
    Tu che ne pensi?

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    1. Uhm, credo sia un problema più generale.
      Intanto c’è il fatto che siamo tutti portati, trascinati a correre, a sintetizzare, a tagliare e passare sotto il batticarne ciò che pensiamo e sentiamo – e questa è la parte arci-nota.
      Soprattutto, però, ovunque si approdi ci sarà sempre una fetta più o meno grande di “prodotti” – consentimi il termine – poco ragionati, poco curati, o forse solo frutto di impazienza.
      Lo si diceva da te a proposito di Wattpad: il mondo è zeppo di storie e fan-fiction da quattro soldi – eppure io non abbandono il campo, perché anche dovessi rastrellare un’intera discarica di cose ideate male e scritte peggio, so che sotto da qualche parte ci sono cose preziose.
      Idem per i social – prima di cancellarmi, per l’ennesima volta, mi sono chiesta se fosse il caso di mantenere il profilo pur non scrivendo nulla, perché c’erano diverse pagine che seguivo e meritavano.
      Certo, è un ambiente differente, ma tra le polemiche in prevalenza politiche su Fb e le polemiche tra autori che litigano sulla grammatica, siamo lì…
      … per conto mio esiste un’unica soluzione valida per ogni ambiente, e si chiama selezione. Selezione personale, non “naturale”, rigida, spocchiosa o attenta più a ciò che non funziona che a ciò che vale.

      Su brevità e foto il discorso è sempre relativo.
      Capisco a che tipo di post ti riferisci, ma è anche vero che un blog non ha una struttura fissa.
      Certo l’immagine predomina sui social, ma spessissimo è un’immagine effimera e contingente, che sfiorisce nel tempo di visualizzazione; mentre una serie di fotografie caricate su blog, fossero pure bruttine e/o eccessive, hanno di default una valenza diversa (ovviamente non mi riferisco ai blog dedicati specificatamente alla fotografia).
      Che siano foto o interventi molto rapidi e molto easy, acquistano un carattere particolare per il solo fatto di afferire su una piattaforma anziché su un’altra.

      Ma soprattutto, la brevità non è sinonimo di scarsità – Calvino non è che uno fra i tanti che lo asseriscono. Non è cioè un disvalore di per sé.
      Se poi la fuffa aumenta di percentuale rispetto ai buoni contenuti, beh… ci daremo da fare di più per mettere in luce i secondi e ignorare la prima.
      A ciascuno il suo; e lunga vita al blogging che permette a tutti, compreso chi non ha talento né grandi idee ma ha ugualmente il desiderio di mettersi in gioco, di esprimersi comunque.

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        1. Lucy parla di Instagram, e di quanto sia impersonale, più o meno alla metà del post – anche se l’inizio non ti ci farebbe pensare 😉
          Così abbiamo fatto un doppio incrocio, dal tuo blog al suo, dal suo al mio e sul mio con te 😀

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        2. La foto con aforisma mi sembrava semplicemente un corollario in tema.
          Sulla mediocrità d’animo, che non sempre accompagna la mediocrità di penna.

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  2. Dico la mia, perché mi sento toccato dal tema. Io sono portato all’aforisma, alla battuta, o all’intervento di poche righe, magari su temi di stretta attualità, nel dibattito politico e culturale di giornata.
    Per questo, sembrerebbe più adatto Facebook, di cui infatti sono un “forte consumatore”.
    Ma c’è un aspetto, di Facebook, che mi dà fastidio: ed è l’estrema sua dimensione pubblica. Usare Facebook, almeno con privacy molto aperta, come faccio io, è come essere in piazza. Di questo mi sono un po’ stufato, e sto meditando una exit strategy.
    L’ambiente blogghesco classico (WordPress) mi spingerebbe invece ad imitare un po’ la dimensione molto più riflessiva, distesa e argomentante tipica dei suoi frequentatori (o almeno di quelli che vedo e che frequento), ma non può forzare più di tanto la mia indole sintetica.
    Questo per dire che non mi pare che sia un peccato mortale usare, ad es. WordPress “come Facebook”. La cosa, in pratica, è impossibile di per sé, perché è diversa la stuttura stessa. In WordPress non ci sono le bacheche, che ti spiattellano i post più recenti dei tuoi trecento amici, e tu ti ritrovi a gestire tutto quel casino di sollecitazioni. Ma rimane che, comunque, anche in un blogghettino nulla mi vieterà di pubblicare le mie poesie, per dire, di due righe, alla Ungaretti, o i miei epigrammi, alla Marziale, o i miei aforismi, alla Wilde, o i miei pensieri, alla Pascal; giusto per fare qualche esempio ispirato a quella modestia che mi contraddistingue.

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    1. Ma va là, va!
      Mo’ fai pure il finto finto-modesto 😀
      Hai ragione. E come potresti non averla?
      Su WordPress abbiamo il Reader, certo, ma oltre a non essere alterato e manipolato da alcun algoritmo (quello che vedi è tutto quello che segui) è uno strumento più ordinato.
      Non saprei spiegare come: ma la mia natura ossessivamente precisa lo fiuta, questo.
      Sono già a quota 55 blog seguiti (sì, my dear, la cifra è salita ancora), eppure non mi sento assediata.
      Di nuovo, è come se davanti a me, seppure su uno schermo, non avessi miriadi di micro-frammenti di discorso, ma una serie, per quanto nutrita, di discorsi articolati ed estesi; compiuti insomma.
      Come avere una vasta scelta di libri, dei quali non posso godere che in maniera univoca, concentrata e dedicata.

      Ulteriore consiglio di lettura:
      a proposito di epigrammi, cerca Robert Littell, Epigramma a Stalin.
      Mandel’stam lo domina.

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  3. Un consiglio da collega blogger: non guardare mai le visite, non contare mai i commenti e i mi piace. Non guardare mai i numeri. Se eviti di fissarti con queste cose minime forse il blog decollerà e ti accorgerai poi di aver tante presenze per caso. Perchè più vuoi qualcosa e più non succede. Se invece non ci pensi ti capita e dopo ne sarai molto contenta. Poi ricorda sempre che la vita è la fuori e non qui. La vita non è il blog e i follower o i troll. La vita è là fuori. Goditi quella vita e non avere altro pensieri per i numeri.

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    1. Ho sempre pensato, e ne ho avuto riscontro, che la vita online non sia meno vita di quella che chiamiamo “reale”, o fisica.
      A patto di curarla come si deve, coltivando quel che merita e potando le infestanti.
      Non sempre, ma spesso ho voluto conoscere altri blogger di persona, e quasi ogni volta ho fatto la scelta giusta.

      Ciò che descrivi, il non avere aspettative ed ottenere molto proprio perché non lo si pretende o lo si agogna disperatamente, sta appunto già succedendo 🙂

      Benvenuta.

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        1. Più tardi lo leggo. Grazie.
          Mi fai pensare – anche se è un campo diverso da quello nel quale ci muoviamo, e di cui si parla più spesso – ai MMORPG, i giochi di ruolo multigiocatore online tipo World of Warcraft ecc., conosciuti anche solo come “videogiochi online”.
          D’altro canto, uno dei motivi per cui ho mollato Facebook, invece, è che è sì possibile creare un proprio spazio curato, privato e che consenta scambi proficui, ma resta un’azione contraria alla natura stessa dello strumento, come scrivi tu.

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        2. Non conosco i giochi di ruolo e non ho mai giocato ai videogiochi. Su facebook ci son stata per alcuni mesi, costretta per contratto dai miei editori a mettere link per pubblicizzare i miri libri. Ma dopo mi son talmente annoiata che ho chiuso tutto e chi se ne frega degli editori. Comunque so che ci sono tantissimi giovani che adesso vivono “dentro” Fortnite, che vivono chiusi in casa 24 ore su 24. Adulti anche, che son diventati hikikomori. E non sono io a dirlo ma ne parlano tutti come una situazione straziante. Le persone si stanno seppellendo a casa con in mano il cell oppure seduti al pc. Io sono molto rattristata per questa situazione e credo che tutto diventerà peggiore in futuro.

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        3. Ho letto tutto l’articolo, che finisce dicendo che visto che scarseggiano dei modelli reali allora i ragazzi scelgono il videogame e la realtà virtuale per relazionarsi. Io non so se la signora in questione ha saputo che l’Oms ha messo la dipendenza da videogames tra le dipendenze da curare. Non so le legge articoli stranieri sugli hikikomori e i nerd e i giovani che giocando non fanno che isolarsi, altro che relazionarsi. Sì è vero parlano tra di loro mentre giocano ( ho assistito a varie partite di Fortnite e Cod e altri videogiochi) ma poi non escono insieme, non s’incontrano. Ci sono alcuni eventi dove sono presenti i videogiocatori e sono le fiere dei Comics. Ebbene i padiglioni tutti son pieni di gente che chiacchiera di fumetti e gadget e codplay vari. I padiglioni dei videogames mostrano ragazzi seduti che non parlano con nessuno e che sono intenti a giocare per ore e ore, assorbiti dal gioco.
          Ora io parlo con ragazzi di tante età ogni giorno, molti son affetti da depressione e fobie e problemi nei rapporti sociali, e tutti loro sono esperti di videogiochi. Sarà un caso? Che alcuni ne abbiano fatto un lavoro è una cosa che non condivido perchè riducono altri ragazzi alla dipendenza solo per emulare il famoso giocatore di turno. Inoltre conoscendo bene le regole del marketing posso dire che le case produttrici di videogiochi realizzano i giochi in modo da creare appunto un distacco con la realtà. Questa cosa non fa affatto bene ai ragazzi. Una volta si giocava nei cortili e si era quel che si era. Costruirsi un’identità su internet o nei videogiochi è recitare un ruolo e a volte quel ruolo assorbe così tanto che il ragazzo perde se stesso. Fortnite è una moda distruttiva che sta allontanando molti ragazzi dallo studio e li sta rendendo succubi di personaggi famosi pagati per fare proseliti e far guadagnare le case produttrici. Se una cosa è creata apposta per farti diventare solo, succube e dipendente non mi pare che sia una cosa positiva.

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        4. Volevo specificarlo, ma ero di corsa: l’articolo m’era parso buono, tutto sommato più descrittivo che schierato, tralasciando i video con affermazioni banalissime quando non assurde (la tizia che sostiene non esista la dipendenza da videogiochi è davvero da urlo di Munch. Ti dirò che OMS ed organizzazioni sanitarie varie le considero, anche per formazione, ma con molta cautela: non dimentichiamo che è stata l’associazione psichiatri americana, quella che compila il famigerato DSM, a decidere che il narcisismo è solo un tratto della personalità e non un disturbo… e la cosa mi dà personalmente sui nervi).
          Dicevo, m’era parso valido finché l’autrice-madre di gamer ha pensato di intervistare il figlio in merito. Il che è un’ottima idea, peccato che quasi ogni sua risposta alle domande sia una cazzata colossale. Tanto da sembrarmi, seppur in negativo, esemplare.
          E a quel punto la madre china il capo e pare incassare, così com’è, la versione del figlio.

          Credo di conoscere quel mondo leggermente meglio di te, dal punto di vista “interno” intendo. E aggiungo soltanto che io pure ho assistito alla deriva di persone, per altro a me vicine, nell’irrealtà totale. Chiarisco per gli eventuali lettori di passaggio che NON sono contro i videogiochi in sé, né contro i giochi di ruolo che del resto ho praticato, ma i problemi persistono e sono grossi.

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        5. Quale mondo conosci meglio di me? Scusa a quale ambiente ti riferisci? Io ho lavorato con bambini e adolescenti, sono su tutti i forum di psicologia e community e psicochat varie, ho una sorella insegnante di medie e superiori, ho un figlio che ha superato i vent’anni e conosce tutti i videogiochi usciti ogni anno, ho letto libri su internet addiction, sono su internet dal 2002 e non ho iniziato adesso. Ma quando gli altri facevano i giochi di ruolo io ero con le mie amiche a suonare musica, oppure stavo facendo teatro, appartengo ad una generazione cresciuta con la palla in strada …lo dico perchè forse il gap sta in questo. Quello che tu o altri reputate realtà per me è mondo virtuale. Lo chiarisco perchè il fraibtendimento sta in questo credo. Conunque io ho iniziato a usare internet per fare ricerche per studio, solo dopo ho scoperto che c’erano altre cose ma a me non interessavano perchè avevo una vita fuori casa. I ragazzi adesso vivono a casa, magari stanno cogli amici ma stanno alla Ps o al Pc a provare giochi. Non crescono bene e hanno molti problemi di comunicazione e relazione già da bambini. Ma si potrebbe continuare all’infinito. Io posso stare una settimana, un mese, un anno senza internet. I ragazzi di cui parliamo quanto durerebvero senza cell e senza web? 🤔

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        6. Parlo del mondo dei videogiochi e dei giochi di ruolo, che hai detto di non conoscere direttamente (avere un figlio che gioca non è la stessa cosa). Per questo ho aggiunto “dal punto di vista interno” 😉
          Il mio accenno alle organizzazioni sanitarie era giusto per evidenziare che dovrebbe essere la realtà a modellare i loro interventi e non il contrario, e purtroppo non sempre avviene. Se si vuole lavorare sulla comunicazione in quest’ambito, piacevole o meno è una cosa da tenere in conto. La ricerca scientifica “pura” purtroppo non esiste; anche al netto degli errori, che rientrano nella normalità.
          L’esempio era giusto per dare un’idea, come del resto è un utile esempio per capirsi il tuo, sulla disforia di genere, comunque la si pensi.

          Perdonami, però: limitatamente a quanto scrivi, non c’è differenza di competenze o esperienze tra noi. Ma vi fosse pure, sappi che non mi piace che le si sventolino dando la sensazione di saperne di più del proprio intelocutore. Probabilmente non era tua intenzione ma, ecco, l’effetto di questi due ultimi commenti è stato un po’ quello. Un passettino indietro?

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        7. Ho chiaramente detto nel mio commento che il gap è generazionale tra me e te e non di competenze. Ho anche detto che scrivevo quelle cose per chiarire la mia situazione, di madre e persona adulta ( caso mai qualcuno leggendo pensasse che fossi una teenager). Tu hai giocato ai giochi di ruolo ok, io mi sono iscritta ai siti di giochi di ruolo ma ho preferuto fare altre cose che ritenevo più realistiche. Sinceramente a 12 o 14 o 20 anni io non stavo seduta davanti al pc, quando stavo seduta era solo per studiare. Il resto del tempo lo passavo in giro per il paese con le amiche, e facendo le altre cose che ho detto. I videogiochi esistevano già ma non m’attiravano perchè per me era noioso stare seduta per ore a sparare al pc o a far saltare Mario. Neanche il Nintendo o la Ps e beanche il kinect ( che auspicava appunto il tentativo di far smuovere i ragazzini) mi hanno catturato. I giochi di ruolo che poi si riportano in rappresentazioni dal vivo magari sì, possono far un tentativo per far relazionare le persone. Ma per il resto mi spiace ma la mia opinione è questa. E non è una gara, magari mancavano gli emoticon e il tono sembrava diverso. Ma ho solo elencato le mie esperienze solo per farti capire da che background provengo. Ma è evidente che siamo su due frequenze diverse. Dunque il mio passato e il mio presente non sono nel virtuale. Ma questa è la mia vita e non vieto a bessuno di stare ore a giocare o stare al pc. Sono scelte personali. 😊

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        8. E’ così, parliamo su frequenze differenti: persino a questa stessa affermazione è evidente che attribuiamo significati molto diversi.
          Chiuderei qui la conversazione, perciò. Grazie comunque.

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        9. Il DSM lo conosco e son stata contraria all’inclusione della disforia di genere come patologia. Non credo alla Scienza in modo assoluto, anche perchè son stata nell’ambiente scientifico e tutto è relativo e si fanno mille errori anche in questo ambito. Non esiste una scienza perfetta. Ma prova a togliere ad un adolescente il suo cell e vedi cosa succede. Esistono anche video su youtube della loro reazione, purtroppo.

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