La donna che cammina

E’ estate, quell’estate che ti scioglie addosso tutte le sòme della tua esistenza precedente e ti lascia lì stordito come un bambino che da ore rincorre farfalle, e non sa più né che ora è né quanto si è allontanato da casa.
Esco a passo molto lento – ieri sera mi sono probabilmente stirata un muscolo riordinando – e raggiungo la sede dell’associazione che mi sta garantendo le tessere-spesa con le quali procacciarmi le proteine che mi servono.
Prima di mettermi sulla rotta per la biblioteca mi fermo vicino ad una siepe carica di frutti della passione maturi, e non raccolti, che spiovono sulla strada: e mi sembra di tornare piccola, trasportata sul portapacchi della bici da mia mamma, per andare a rubare (rubare è più divertente che raccogliere soltanto, e in famiglia abbiamo una onorata tradizione di ladrocinio) la frutta dalle piante che allargano i loro rami a farci ombra.
Passa una donna, di probabile etnia zingara, una stravolta che ho già incrociato due volte e sicuramente sta andando a sua volta a ritirare la tessera – promemoria: andarci presto, appena aprono, e cambiare strada. Lei l’ho vista sulla pedonale nell’ultima occasione, con la sua andatura da sfiancata, i vestiti stracci e la voce che è uno strepito; e alla stazione degli autobus in città in quella precedente, la prima: m’aveva atterrito, ubriaca marcia e sguaiata com’era.
Ora si ferma, insieme ad un altro abitante dei caseggiati popolari vicini, e mi chiede.
Cosa sto raccogliendo, se si mangia, davvero si mangia?, e com’è.
Confermo, offro, spiego: non accenno al fatto che non è “roba mia”, che in verità è roba di tutti, e ricevo un grazie e un buona giornata dai toni fanciulleschi. Di niente, salve.
Finisco di destreggiarmi tra i bellissimi fiori, attorniati da api, e di levare dal picciolo le biglie arancioni; pregusto l’asprigno e la nota dolce.

E’ estate, un’estate che ti scioglie addosso le pene.
Anche oggi ho fatto molto poco, anche oggi però sono stata felice.

4 pensieri riguardo “La donna che cammina

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