Decluttering .1: A mo’ di prefazione

 

Due parole spicce per spiegare cos’è il decluttering e di cosa diavolo vorrebbe parlare questa nuova infornata di post a tema, che magari vi farà storcere il naso, oppure chissà: potrebbe persino incuriosirvi.
Fare decluttering non significa altro che liberarsi degli oggetti – fermiamoci agli oggetti! – non più utili, non più graditi, che non ci corrispondono più: insomma di tutti quelli che a vario titolo e per vari motivi si sono trasformati in (o sono sempre stati…) ingombri inessenziali che generano disordineconfusione.
Ecco qua: tre parole chiare e semplici, e via andare; così che i non minimalisti, se mai volessero leggere oltre, abbiano almeno un’idea di cosa sto dicendo.
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E ciò che sto dicendo è questo: che a seguito della perdita di mia madre, fra mille altre conseguenze, ce n’è una sostanzialmente e solamente positiva: ho ottenuto, sto acquisendo, una libertà di scelta, una libertà di azione, un’auto-nomìa molto vaste, che erano sempre rimaste compresse ed inesaudite.
Non è colpa di nessuno: ma prima non ne potevo godere, ora sì.
Ora posso stabilire in maniera del tutto franca gli orari della veglia, o dei pasti; decidere cosa vedere in tv – o di non vederla affatto; e via enumerando tutte le infinite casistiche del piccolo vivere quotidiano.
Ma soprattutto, per quanto rimpianga mia madre e la reincontri con amore cento volte al giorno nei gesti, nei ricordi e appunto negli oggetti, risulta per me liberante veder crescere la consapevolezza che non sono più un elemento di una diade inscindibile: sono un individuo, ora. Non un’isola, certo; ma una persona individuabile nelle sue fattezze e nel suo vissuto – di nuovo – come autonoma.
E in autonomìa, basandomi solo su ciò che sono, posso ora determinare cosa avere attorno. Cosa conservare e cosa lasciar andare. Prendere ogni oggetto e deciderne il destino sulla scorta del destino che desidero per me.

trasferimento (1)
.E’ un lavoro lungo.
Esistono, sì, persone che han fatto del riordino, del decluttering, insomma del repulisti  come lo chiama Dee di Green Simple Living (e come anche a me piace spesso definirlo)  una professione prima, e poi una proposta da attuare once and for all – una su tutte, la più nota, Marie Kondo.
Non è un metodo sbagliato: è un metodo fra gli altri.
A mio avviso molto più efficace degli altri, ma ad ogni modo non adatto a chiunque.
Così anch’io, minimalista ormai da anni (il minimalismo va oltre il mero decluttering, ma non mi ci soffermo troppo), mixo regolarmente picchi di decluttering massivo a lunghi periodi molto più rilassati.
E’ un periodo, questo, nel quale però un’opera di selezione ed eliminazione massiccia ha sicuramente la sua massima ragion d’essere, perciò è a quest’opera che mi sto accingendo a dedicarmi; senza tuttavia fissare tempistiche o altro, almeno per ora.
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L’universo / insieme “minimalismo” ha molte diramazioni e quasi altrettanti correlati che lo toccano in modo tangente.
Ad esempio il movimento zero waste, che in buona sostanza mira a ottenere – sempre a livello personale – la maggior percentuale possibile di riduzione degli scarti, dei rifiuti, dell’impatto ambientale (vallo a raccontare alla vicina che lancia dalla finestra borsine di plastica zeppe di umido e secco, direttamente dentro il fosso restrostante).
Oppure gli argomenti legati alla decrescita felice, alle tiny houses, alla sobrietà alimentare – e a proposito di sobrietà, come non pensare alla resistenza al concetto moderno ed al bisogno, certo non vano, di ridefinirlo in chiave cattolica di alcuni osservatori?
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Ma esiste anche un altro, enorme, mondo / insieme che in qualche modo e misura va ad intersecarsi con quello del minimalismo: ossia, la povertà. Eh sì.
Non dovrebbe esserci bisogno di spiegarne il perché, ma vista la lunghezza ormai raggiunta dal post e la voglia che ho di raccomandarvi Donna delle pulizie di Stephanie Land, al quale avevo accennato qui, perché no: vi riporto un paio di brevissimi estratti.

Potevo rivolgermi a un banco alimentare. Ma non c’erano contanti per arrivare a quello che effettivamente mi serviva per sopravvivere.

[…] essere poveri equivale a essere colpevoli [e parassiti].

Ora, a chiunque fosse – bontà sua! – arrivato sin qui non la menerò su questa relazione fra le due cose. Per altro, detesto poco cordialmente chi si arroga la prepotenza di affermare che il minimalismo è roba da ricchi.
Ma che una persona in situazione di povertà, più o meno relativa, in equilibrio più o meno precario – e vedetevi anche Gli equilibristi di Ivano de Matteo, mi raccomando – arrivi spesso a scartare molti dei suoi oggetti con la finalità di rivenderli come usato, e ricavarne fosse pure qualche spicciolo, credo non sorprenderà nessuno.
Di mio aggiungo che, nell’eventualità di un futuro trasloco obbligato – ma per altri potrebbe essere uno sfratto… – l’esigenza di sapersi pronti a “salpare” senza trascinarsi palle al piede si fa urgente ed acuta.
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Sia chiaro, comunque – a conclusione, un monito – che in nessun caso, nemmeno in quello di un povero che s’arrabatta per tirar su un decino in più, tenere o scartare un oggetto dipende unicamente dal suo valore monetario o dalla sua vendibilità.
E che non sempre ciò che brilla ha maggiore importanza: tra i miei tesori, recuperati durante gli ultimi “scavi”, figurano alcuni fazzoletti stropicciati rimasti nelle tasche dei giubbini di mia madre, ed una listina della spesa che le avevo riscritto per divertimento, per vedere che faccia avrebbe messo su scoprendo il misfatto – questa:

Pettorali
Formaggio
Zucchero veloce
Uova di struzzo
Cotto a puntino
Limoni
Valeriana Marini

 

17 pensieri riguardo “Decluttering .1: A mo’ di prefazione

    1. Grazie, Dee! ❤
      Ora che posso gestire il decluttering a 360°, sto cercando di seguire effettivamente il grosso delle indicazioni della Kondo, e pare che stia riuscendo piuttosto bene…
      … sono alla fase "biancheria da casa", che ho quasi terminato di radunare. A breve perciò dovrei essere in grado di "sfornare" il relativo post 😉

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        1. Per adesso ho scritto qualche riga su vestiti invernali e gestione degli oggetti scartati.
          Ma sì, considerato che ho alle spalle diversi repulisti “minori”, meno impegnativi, stavolta vado come un treno…! 😎

          "Mi piace"

  1. Scrivo solo una cosa leggera, che il tuo post è troppo a strati e mi fermo al primo: odio che si dica decluttering, odio che sia diventato di moda, odio che ci sia chi ha guadagnato nel dire agli altri di fare decluttering e come farlo. Io questa pratica l’ho sempre avuta innata, per vari motivi disagiati, non ho mai avuto più di uno spillo del necessario, facendo regolarmente sparire il resto in periodici repulisti. Dovevo solo sapermi vendere un po’ meglio e mo’ ci stavo io, su real time, al posto di quella cosa giapponese che sorride posticcia.

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    1. Io ti amo, ragazza ❤ 🙂
      Non che ce l'abbia con la Kondo, "povera" lei, 'che anzi mi ha dato una bella mano e ogni volta che rileggo i suoi esordi di riordino in famiglia sorrido perché mi sento meno disagiata io 😁
      Però sì, è un classico esempio di chi primo arriva meglio alloggia: non che fare o insegnare repulisti / riordino come lo si intende qui sia banale, anzi, però è un patrimonio comune che lei ha saputo personalizzare e rivendere, appunto, nel modo e nel momento giusto.
      Io sull'itanglese sono paradossalmente piuttosto morbida, ma quanto al fatto che non si possa più dire che uno fa decluttering senza sentirsi al centro di una discoteca fighetta milanese beh, lo sono meno – e non parliamo nemmeno di cosa si scatena quando ti azzardi ad usare termini come "minimalismo" o peggio "decrescita".
      Poi guarda, io davvero non ho MAI saputo vendermi, nemmeno per quel poco che ne avrei ben donde, né mai sarò in grado di farlo davvero: qualcosa si impara, ma per quel che ne so la cosa più importante da imparare è a farsene una ragione.
      E per chiudere, prima di scappare a ritirare un referto e dissanguare il conto lasciando soli e abbandonati gli altri commenti, o reply (aha), ti saluto.
      Abbi cura di te, mi braccomando, come scrisse Duke, il cane di Groucho Marx, al di lui figlio Arthur.

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      1. Groucho 😀 Ho avuto una fase Marx, da giuovine. Che bei tempi spensierati!
        Solidarietà sul non sapersi vendere. Però secondo me tu dovresti farlo eccome! Però lo so, lo so, se te lo dicono gli altri non è lo stesso. Poi vedi il tenore di quello che si vende in giro e ti dici “ma col chèz** che mi vendo e che divento simile a ‘sta marmaglia, meglio nella mia torre d’avorio ma con dignità”. E a questo non c’è rimedio.
        Comunque. Avevo interpretato il tuo usare “decluttering” con ironia, quindi il mio odio si rivolgeva ad altri, a quelli della discoteca milanese, precisamente. E brava Marie. No, davvero, ho visto una puntata circa due mesi fa giusto perché mi andava di avvelenarmi, e infatti così è stato.
        Anch’io sono morbida sulla questione linguistica, comunque, soprattutto perché vivendo dove vivo tante parole ormai le ho solo in inglese, ma certe cose non si possono proprio sentire 😀
        Vai, vai a dissanguare il conto, a testa alta! ;**

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        1. Io invece ho avuto la fase Groucho, ma quello di Dylan Dog 🙂
          Ricordo un albo tutto suo, intitolato “Per chi suona il campanello?”… eh.

          Prima ancora di arrivare a dire col chez, avrei un sacco di problemi ad orizzontarmi in una selva oscura di editori e soprattutto di meccanismi criptici e schiacciasassi.
          Mi esaspera già abbastanza scrivere il CV, che da un pezzo medito di buttare a mare nel formato europeo – che tanto non cambia un cazzo: non mi si piglia nessuno – e adottare la forma open, a grappolo, libera e minimale. Ma soprattutto un gran vaffanculo (vedi come uso bene i termini arcaici italiani?).

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        2. Mia cara, io lo dico da un pezzo che arriverà il giorno in cui ci si incontrerà davanti a chiese ed ospedali. Voi di passaggio, io col cappello teso in avanti per le offerte e la carta d’identità appuntata alla maglietta, ‘ché dimostrare d’essere italiani, bello o brutto, di questi tempi tira.
          Solo che non mi crede nessuno – minimizzano. Chissà perché.
          Ma io mica mi lamento, per me è uguale. E’ una constatazione.

          (Ho avvisato il tuo ammiratore delle tue meéches e l’ho sollecitato a farsi vivo.
          Se non lo fa, lo picchio).

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        3. Dunque siamo una che finirà per strada, una che si lascerà morire in casa ed uno (cfr. tale Joker, blog: La solitudine dei perdenti, qui a fianco) che sente che farà la fine di Tenco.
          Ci piace.
          L’anno prossimo, l’Oscar è tutto nostro!
          Gioacchino, lèvati.

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