Decluttering .3: Che far(sen)e?

L’Apocalisse (morale, culturale, energetica, climatica – leggete Arpaia!) è prossima, affrettatevi ad alleggerirvi quanto più possibile ed estote parati a levar le tende. In senso metaforico E letterale.
Signori, disfarsi degli eccessi non è il punto d’arrivo, è soltanto l’inizio – di qualcosa di entusiasmante, certo, ma anche di necessario. Non è un caso se molti minimalisti sono anche ecologisti, a vario titolo: non c’è minimalismo senza autocoscienza, senza l’assunzione di responsabilità e di scelte precise, che abbiano obbiettivi distanti ed orizzonti vasti.
Dunque, da lì si comincia: rinunciando, rifiutando, scartando.

Che farsene, poi, degli oggetti scartati?
Le autrici orientali (Kondo, Tatsumi) e l’ibrido franco-giapponese Dominque Loreau (che amo particolarmente) optano, con gradi diversi di… jawohl!, per il semplice, netto e indistinto buttare.
Ma noi, qui, per lo più siamo europei.
E a noi, che sia per coscienza ambientale o sia perché ancora ci scaldiamo, e sempre ci scalderemo, con la coperta patchwork della nonna fatta con gli avanzi dei gomitoli, a noi europei ci piace riciclare o riutilizzare / rimettere in circolo.
C’è un problema, però.
Bene riutilizzare, magari nell’hobbistica home-made, oggetti e materiali – per chi ne è appassionato, ‘ché altrimenti diventa un orrendo obbligo morale, peggiore persino del conservare discutibili bomboniere di matrimoni ormai decennali.
Bene riciclare, anche perché se vivete in una città sensata farete già di default la raccolta differenziata, e a quel punto tra buttare (smaltendo correttamente) e riciclare non c’è più differenza alcuna.
Ma quando si arriva a voler rimettere in circolo un oggetto, perché ancora bello / utile / ecc. e non meritevole d’essere semplicemente compattato ed incenerito – la fanno facile le banzai del decluttering: salutare e ringraziare un oggetto prima di lasciarlo andare sembra una cosa scema solo finché non la fai, e invece scopri che è buona e giusta, tuttavia buttare rimane pur sempre un atto difficile da affrontare -; quando si arriva a voler tentare il tutto per tutto e si attraversa tutta la trafila (provo a vendere, se non vendo regalo, se non è un articolo “ricevibile” lo giro in beneficenza), spesso si perde ogni speranza e si molla.

Soltanto oggi (8.8.19), in due tornate di mattina e pomeriggio, ho conferito al miglior negozio dell’usato cittadino (che fa parte per altro di un circuito sociale assai virtuoso) 4 borse di vestiti ed 1 di oggettistica. Tutte di grandezza media (quelle riutilizzabili che si acquistano nei supermercati, per intenderci), tranne una in cui ho messo i cappottoni adatti a Micheal Jordan che è quella extralarge blu dell’Ikea.
Ho contato, svuotandole, 31 capi estivo-autunnali (tra cui maglie, abiti, pantaloni, canotte, scarpe, accessori) e circa altri 50 invernali. Non che abbia finito… in tutto questo ho avuto tempo e modo di ripensare alle, talvolte grosse, difficoltà che si incontrano nel tentativo di dare una seconda vita alle nostre cose.
Innanzitutto, banale a dirsi ma le cose pesano. Gli oggetti, quando (ri)prendono vita e vengono considerati, maneggiati, spostati, sia pure per un’unica volta da casa ad altro luogo, reclamano senza mezzi termini una consistenza ed una materialità che siamo troppo abituati a sublimare. Perché loro usano stare, e noi finiamo per credere che al di fuori di un uso ricorrente essi non esistano, siano fatti della materia di cui son fatti i sogni.
E invece no.
Uno dei due risvolti positivi di questo traumatico ritorno alla realtà è che la voglia di liberarsi di praticamente tutto ci fomenta improvvisa ed inestinguibile: mai più schiena rotta, mai più schiavitù, mai più volontari emuli degli egiziani che costruirono le piramidi (per poi nemmeno saperle proprie).
L’altro, è che si impara a vivere con concretezza.

Ma persino la fatica non basta a se stessa, bisogna essere disposti e pronti a farla nel momento giusto. 
Sempre per il negozio che citavo sopra, un posto in cui sento di poter portare i miei oggetti come fossero figli perché li so rispettati (!), non esiste stagionalità per le donazioni.
Ed è più che un fatto insolito, per quanto mi riguarda e ne so è un unicum: prendi Mercatopoli, prendi il negozietto locale, ovunque ti sembra un po’ di stare dentro un campo di paintball – il bersaglio sei tu –: se sgarri l’orario, o di un giorno nel loro calendario ritiri che è più complicato di quello ebraico e maya messi assieme, sei fuori, puoi tornartene a casa con il tuo cumulo di roba intatto.
Se sgarri sui centimetri del pantalone alla zuava, o sulla lunghezza del pelo del cappuccio del bomber, o sul fottuto colore moda dell’anno (come se quei posti non pullulassero di vecchiette in cerca della blusa che fu all’ultimo grido nel lontano 1970), sei fuori, puoi tornartene a casa con il tuo cumulo di roba intatto (e in aggiunta, gli sguardi carichi di biasimo di addette e spettatori, manco fossi al grand guignol).
Sei in un negozio dell’usato, ma la tua scarpa Manolo Blahnik superfiga ha un microscopico graffio sotto il tacchetto, nell’angolo? Sei fuori.
Eccetera. Solo a scrivere di queste traversie, sudo.

E volete sapere l’ultima?
Abbiamo cominciato a vendere roba perché ne avevamo troppa in casa, e nel giro di pochi anni… i negozi dell’usato hanno accumulato troppa roba a loro volta, e non ritirano più! Ma che dico, i negozi dell’usato… tutti, in verità: parrocchie, Caritas ed Humana, di quando in quando, chiedono di sospendere le donazioni perché non sanno più dove ficcarle. Associazioni private di volontariato, meno spesso, ma capita pure con loro.
Insomma, non dico: non donate, ma fateci l’occhio.
Sui vestiti ancora si può prendere il questuante piazzato nel punto strategico all’uscita dai supermercati, dalle chiese ecc. Preferisco non farlo se non li ho conosciuti di persona  e meglio, ma a loro puoi sempre dire Tizio, ma ti basta quella camicina? Veh, piglia ‘sta felpa che serve più a te che a me. Esempio limite, d’accordo, ma io sono una donna-oltre-il-limite.
Poi, però, ricordi che dopo i vestiti vengono i libri. Dopo i libri tutta l’oggettistica varia, dal mestolo firmato alle succitate, maligne bomboniere.
I libri, già. I libri, cazzo: mi presento al Libraccio con un paio di titoli non certo rari, ma nemmeno best-seller venduti e rivenduti in tutte le salse. E mi dicono che già ce l’hanno una copia usata. Di quelli. Càpita una volta. E due. E tre.

Perciò, dove andare?
Che fare delle nostre cose senza destinazione apparente, che fare di noi stessi?

23 pensieri riguardo “Decluttering .3: Che far(sen)e?

  1. Bellissimo articolo. Questa cosa che non prendono più l’usato è vera da tempo. Io metto i vestiti nell’indifferenziata, neanche le mie sorelle li vogliono più. Ho portato al mercatino dell’usato un “maggiodomo” Reguitti e un asse da stiro di Foppapedretti. Sono mesi e non li compra nessuno. Per la carta sempre nella spazzatura differenziata.

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    1. Del maggiordomo e dell’asse da stiro (entrambi Foppapedretti) son gelosissima.
      Così come della macchina da cucire Necchi, che pure non so usare… darei via il tavolo da pranzo piuttosto che quella.
      Una volta la caricammo in auto, io e mio padre, e la portammo in città in un androne di non so più che vicolo, per farla riparare. La ripararono, e mia madre la usò ancora molto.
      Chissà se quel laboratorio esiste ancora.
      Oggi non si ripara quasi più niente.
      (Mi hai fatto venire in mente che, in un altro blog, ho trovato il link ad una “artigiana” che con i componenti di orologi non più funzionanti crea dei gioielli, molto belli.
      Se ritrovo il link te lo giro).

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      1. Grazie per il link. Il maggiordomo lo comprai per mio marito 40 anni fa ma non l’ha mai usato, il foppapedretti è troppo grande e mi ha dato sempre impiccio. Sebbene la mia casa sia abbastanza grande non è stata progettata per avere uno spazio lavanderia che prevedesse anche l’asse da stiro. Mio marito pretendeva che lo usassi nello sgabuzzino, dove gli ho detto poteva stare lui se ci teneva. Penso che a breve venderò anche la macchina da cucire portatile perché mi fa venire i nervi quando la uso. Infatti non la uso più da anni. Anche mia madre aveva una Necchi che funzionava a meraviglia.

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  2. Non so se lei Celia è la Celia che commenta il blog di Diego Bruschi. In ogni modo grazie per la visita e per essersi iscritta alla lista dei miei “seguipersona”. Ora commento il suo articolo con un brevissimo aneddoto tramandato da Ojstrach, il celeberrimo violinista russo, ebreo. Egli amava raccontare che da piccino fosse il pianoforte la sua passione. Il padre però lo obbligò al violino. “Perché perché, domandava il piccolo. E il padre, “Perché col violino è più facile scappare”. Appunto
    Cordialità D’Ascola

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    1. Son ella, son ella.
      Si figuri, per il follow.
      Vale quello che vale, sicuramente più vantaggioso per me che per Lei (io ci metto sempre la maiuscola, anche se i corsi di avviamento al lavoro lo sconsigliano. Per me, possono andare a farsi fottere. Se ho usato il tu in altri commenti da Diego, lo ritiro: lo metto scrupolosamente nella differenziata umida, dove si decomporrà di sua spontanea volontà).

      Io opto per le cartine di caramelle con cui fischiare, considerato che non so né fischiare con le sole labbra né tantomeno suonare.
      Oppure farò della pancetta un tamburo.

      Buona giornata 🙂

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      1. Non saprei quale vantaggio, ma se lo dice, di sé vossia saprà. Non ricordo nessun tu e non faccio molti commenti da Bruschi. Al tu della rete, non mi rassegno e alzo muri a chi me lo impone. Questo della pancetta/tamburo mi fa venire in mente una citazione da professore. Ma non gliela dico. Per il resto osservo che mi sta leggendo a raffica. Ne sono lieto ma attenta all’overdose.

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    1. In un’altra associazione del paese, che ha un magazzino di (soprattutto) vestiti usati rivenduti a prezzi del tutto simbolici, ho dato una mano qualche pomeriggio nei mesi scorsi – mi passano una tessera prepagata da usare al supermercato.
      Lì, stessa cosa, ma lo sento più normale dato che i volontari stessi sono in difficoltà, che davvero ci sono cataste di roba che traboccano dagli scaffali (ci sono diversi utenti / clienti che arrivano ogni singola settimana e se ne vanno con due, tre ceste strapiene… dalla signora elegantissima che si capisce si cambia d’abito più volte al giorno, come a Sanremo o nell’alta società, alle famiglie che ramazzano tutto il possibile e lo rivendono nei mercati).
      E infine, più che il prezzo basso è la scarsa considerazione che tutti, volontari ed utenti, hanno delle cose in sé, del loro “passato” e del loro valore, che mi affliggeva.
      Per cui alla fine ho trovato una scusa, nemmeno inventata, per assentarmi giustificata.

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  3. Eh, io accumulo e difficilmente mi libero di qualcosa, ma quando lo faccio riempio sacchi di roba da buttare via (sopratutto carta e oggetti elettrici ed elettronici).

    Per i vestiti anche quelli finiscono buttati perché ormai nessuno li raccoglie più 😶

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    1. Ghghgh, maddài 😀
      Io di segnalibri ne ho parecchi, li plastifico e i miei preferiti li conservo come reliquie.
      Fino a qualche anno fa avevo via biglietti di concerti e (meno) di cinema, ma ormai quel che conta lo ricordo e basta. Anzi, tornare a maneggiarli mi darebbe troppa nostalgia, come se avere in mano un pezzo di carta potesse mai riportarmi indietro nel tempo e altrove nello spazio…

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        1. Guarda, io sono riuscita – dopo un lungo periodo di svezzamento – a liberarmi pure del manifestino di Autunno Nero a Genova.
          Non è facile, ma bisogna avere fede e pregare che Chthulu ci assista.

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