Film .25: The strangers, Bryan Bertino

James e Kristen si fermano per la notte nella casa disabitata dei genitori di lui dopo essere stati a un matrimonio. Tra i due la tensione è palpabile: lui le ha proposto di sposarla e lei ha rinviato la decisione rifiutando l’anello che lui le offriva.
Sono circa le 4 del mattino quando una ragazza bussa alla porta chiedendo di una certa Tamara. È l’inizio di un incubo. Progressivamente la coppia si troverà assediata da tre sconosciuti mascherati che hanno un solo obiettivo: terrorizzarli e poi ucciderli.

Il tutto avviene quasi senza dialoghi né spiegazioni logiche. L’efficace riduzione al silenzio fu fatta durante le riprese e al montaggio. Si può dedurne che Bertino è bravo come regista più che come sceneggiatore. Stringato, coinvolgente, qua e là carente in logica narrativa.
[Morandini]

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Sarebbe persino un ottimo film se non contemplasse personaggi così disperatamente stupidi. Personaggi, ho detto? Oh, già, è “tratto da una storia vera”… per la quale tuttavia abbiamo come riferimento solo i nomi dei protagonisti presunti reali.
Di fatto la violenza perpetrata dalle tre persone mascherate che si presentano alla porta ripetutamente non ha senso o scopo, non si dichiara motivata, non si precisa nel corso della storia né al termine: e va bene così, deve essere così, è questa la vera ragione per cui ci possiamo sfondare di paura e soprattutto malessere.
Niente massacri prematuri, niente jumpscares gratuiti infilati tanto per “fare horror” (ma ce ne sono di buoni, tranquilli), al contrario, tensione ben tenuta e musiche validissime (le quali, tuttavia, a tratti svolgono il lavoro che dovrebbe invece essere in capo alla trama).
Del buon materiale, dunque, ma – con tutto che nel genere è frequente ed opportuno che le vittime predestinate si comportino come perfetti imbecilli, andando incontro al mostro assassino piuttosto e anzichenò -, non ho potuto sopportare se non con dosi elevate di Pepsi la sfacciata stupidità, dicevo, di due persone che nel tentativo di salvarsi la pelle adottano le tattiche più controproducenti ever. Tipo, per rendere l’idea, lasciare la porta di casa spalancata mentre stai riflettendo su come sfuggire a un gruppo di teppisti che cerca di penetrarvi; ecco.
Un film che mi ha al contempo terrorizzato e inorridito.

Precisate queste amene cose, non mi sento addirittura di s-consigliarlo: perché ha i suoi momenti dementi, eppure diverge quanto basta dalla norma canonica del solito movie brividofero e ha qualcosa da offrire.
Magari non mettetelo in cima alla vostra lista, ma considerato che si tratta di un’opera prima, pensate comunque a dargli uno sguardo.
Vi lascio con una mia personalissima considerazione sulle cose ivi narrate, che con l’orrore c’azzecca parecchio anche se il tema ne è apparentemente ben lontano:
Peggio di una donna che cerca di consolarti dopo aver rifiutato la tua proposta di matrimonio, c’è soltanto quella stessa donna che senza rendersene neppure conto cerca di farsi consolare del proprio imbarazzo.

50 pensieri riguardo “Film .25: The strangers, Bryan Bertino

        1. Wow! Amo il suono del compattatore di carrozzeria al tramonto… capolavoro o ciofeca? Ai viventi la non ardua sentenza!
          McAvoy val bene lo sforzo, ma ormai tendo a considerare ogni nuovo prodotto di Notte una boiata sicura.
          Dopo Il sesto senso (e vabbeh), Signs (che ho apprezzato) e anche The village (odiato da tanti ma che conserva almeno ancora un filo di logica interna), è stato il vuoto cosmico…

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        2. Manco a farlo apposta, Signs lo danno stasera alle 23.00 su Paramount Channel. L’ho chiamato.
          Invece quello che avevi segnalato su Nove (Schegge di paura) pare sia stato sostituito da Stargate… mah! 😐

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      1. Io invece ammetto di aver apprezzato Split. L’interpretazione di McAvoy è straordinaria (riescire a fare più ruoli in questo modo è davvero complesso). Anche la tematica del dolore è interessante utilizzata per portare a un livello superiore l’uomo e dimostrare quanto le persone che hanno sofferto possano superare i propri limiti. Ha anche una bella regia (era da un bel po’ che non vedevo Shyamalan dirigere bene un film) e Taylor-Joy è un’ottima attrice. Poi forse capisco se questo film non è piaciuto.

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        1. Tante letture differenti fanno bene alla salute mentale (okay, con McAvoy han fallito ma soprassediamo 😁 )

          Onestamente il discorso “dolore = evoluzione” lo apprezzo anche, ma per convincermi che sia stato sviluppato decentemente (non dico da Notte, dico in generale) ce ne vuole un sacco e una sporta.
          Forse proprio perché mi sta a cuore.
          Anyway.

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      2. Nel mondo dell’industria dell’intrattenimento culturale nordamericano, dove in un oceano di lenoni predatori (tra registi, e addetti al casting), specializzati solo nell’irretire folle oceaniche smerciando spazzatura ipertrofica e sesso minorile a buon mercato, dove anche i più grandi si sottomettono a fare marchette pubblicitarie per le majors, dove infne lo storytelling è sempre più frutto di un calcolo fatto a tavolino, come farebbe un direttore del marketing per vendere l’ennesima ulteriore ed inutile barretta proteica, ebbene in mezzo a tutto questo non si può non portare il massimo rispetto a questo indiano naturalizzato statunitense, che non ha mai smesso nemmeno per un momento di fare film da lui ideati, scritti, diretti e prodotti, cercando sempre nuovi soggetti, a volte fallendo miseramente l’empatia con il pubblico ed altre magari con esiti artistici zoppicanti, ma mai, dico mai, svendendosi al migliore offerente, rifiutandosi di dirigere il quarto capitolo di Indiana Jones o uno dei capitoli della saga di Harry Potter, perché avrebbe dovuto cedere troppa della sua libertà: questo orgoglio e questo ripudio per il clamore mediatico ed il gossip, questo cocciuto e testardo insistere nel portare avanti un’idea di cinema tutta personale è il motivo per cui io non ho mai perso nemmeno uno dei suoi lavori ed anche il più brutto di questi mi ha sempre lasciato qualcosa dentro, foss’altro un ricordo di tale tenacia o una briciola di tanta passione… Viviamo in un mondo dominato da troppe ombre, cara Celia e dobbiamo tenerci strette le poche e fievoli luci, magari facendole ardere anche di più.

        Abbandonando questa pesante parentesi etica e parlando dal punto di vista squisitamente culturale, è importante sottolineare come sin dagli albori Shyamalan sia senpre stato un appassionato nerd, cultore di fantasy e fumetto, ma con una sua visione pura e quasi primitiva, simile a quella dei fumetti Marvel del periodo Stan Lee e Jack Kirby, che traghettarono il supereoismo della DC Comics dentro gli anni ’70 creando la vecchia Marvel, arricchendo il genere con i complotti degli uomini in nero della CIA, dei segreti governativi e dei superpoteri controllati da subdole agenzie: tutti sapevano che tale visione quasi naif del buon Night sarebbe prima o poi entrata in conflitto con quella nota realtà industriale che sta cercando di mettere il suo cappello sulla fantasia al cinema ed in Tv (di fatto cercando di comprare o distruggere la concorrenza o comunque di convincere il pubblico che il suo modo di procedere è il migliore e financo l’unico) ovvero la Disney/Marvel ed alla fine con Glass è accaduto.

        La trilogia sul supereoismo che ha realizzato con i tre film Unbreakable del 2000 (per me il capolavoro assoluto del nostro indiano), Split del 2016 (il più debole della trilogia, senza dubbio interlocutorio ma con sequenze di rara potenza) e Glass del 2019 (un film di rara virtù, in parte squilibrato come ritmo ma scritto con rara intelligenza ed un pensiero di fondo inestimabile, che chiude il cerchio e la storia, con un senso di completezza oggi oramai davvero difficile da trovare altrove) è senza dubbio l’opera somma di Shyamalan, che ha diviso il pubblico in modo netto, tra gli appassionati dello stile cinematografico dei film Marvel e DC (che la schifarono a più non posso) ed il pubblico dei veri appasisonati di cinema e fumetto (che invece la accolsero come una liberazione dal conformismo).

        Si sappia che non è possibile vedere i tre film se non in quest’ordine e senza abdicare a quella pazienza che ogni spettatore rispettoso della propria cultura dovrebbe avere, senza correre o saltare passaggi logici e lasciando ai dialoghi dei vari perosnaggi il tempo per imporsi.

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        1. Apprezzo sempre la passione e l’artigianalità (che non è sinonimo di mediocrità, ovviamente, o di “indipendentismo” a tutti i costi).
          (Davvero gli avevan proposto la regia di Indiana Jones ed Harry Potter, o sono solo esempi?).
          Tuttavia – bada bene che a me Notte, in pirsona pirsonalmente, è sempre stato simpatico a prescindere da tutto – e anzi a maggior ragione stante ciò che scrivi, quelli che io considero errori / cadute di tono e stile / girandole senza fine e senza uscita come in una super-rotatoria di Milano che ormai nei vari film ha accumulato quanti ne bastano per due vite registiche e mezza, li attribuisco unicamente a lui e alle sue scelte.
          Non intendo “demolirlo” – mi spiacerebbe e poi non ne ho le capacità.
          Ma forse avendolo così stimato nei primi tempi, tanto più ora mi scoccia sorbirmi una cosa come The visit, per esempio, che non sa decidere cosa vuole essere. Rimangono molti buoni spunti, buone scene, cose buone a tratti, ma solo a tratti. Insomma, il film in tutto ciò ‘ndo sta?

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        2. Non ricordo nella collector edition di quale film in DVD (forse proprio lo splendido Unbreakable) ci sia in mezzo ai contenuti extra un gradevolissimo filmato amatoriale, proveniente dalla videoteca familiare personale di Shyamalan, contenente una ripresa fatta da lui piccolissimo con la videocamera del padre, legata con lo scotch da pacchi ad una macchinina radiocomandata in modo da simulare una ripresa fatta in soggettiva con il carrello che parte da sotto al divano e attraversa il corridoio della cucina e lo stesso Shyamalan bambino con indosso una maschera di gorilla che fa il mostro della situazione…

          L’amore per il cinema e soprattutto per la sua fisicità, per i movimenti di macchina studiati artigianalmente (con quell’attributo che hai usato anche tu a proposito) è un qualcosa che il nostro indiano americano ha sempre avuto nel sangue ed al quale con il tempo ha aggiunto una particolare predilezione per i plot twist clamorosi…

          Gli esempi che ho portato fanno parte della storia del cinema contemporaneo, perché è assolutamente vero e testimoniato dai vari articoli che uscivano nelle riviste specializzate a suo tempo, che Shyamalan fu per mesi in trattativa con lo stesso Spielberg (cineasta che il nostro idolatra e che a suo tempo prese a modello) per dirigere Indiana Jones 4 ma Shyamalan voleva anche scriverne la sceneggiatura, cosa che invece gli fu assolutamente negata perché già affidata ad altri grossi autori (che peraltro in quell’occasione fallirono miseramente realizzando il capitolo nettamente più brutto di tutti); discorso simile quello per Harry Potter, giacché la Warner, dopo la virata più adulta impressa dal regista Cuaron con il terzo film della serie, aveva pensato di rivolgersi a Shyamalan per la realizzazione del quarto capitolo, ma ancora una volta il nostro rifiutò per gli eccessivi vincoli (in questo caso imposti dalla stessa Rowlings).

          Adesso che mi viene in mente, Shyamalan è stato anche protagonista di un mio scherzo letterario, quando, in risposta ad un post di Lapinsu molto più creativo e borderline del solito, finsi di recarmi, accompagnato dalla moglie di Lapinsu, a casa del nostro cineasta, dove raccontavo che il nostro comune amico blogger era tenuto rinchiuso in una speciale camera di sicurezza, in preda ad una sorta di trasformazione fisica e caratteriale…

          Quella dell’idolatria nei confronti di Spielberg è una cosa che accomuna il nostro Shyamalan ad un altro mostro sacro del cinema fantastico americano ovvero J. J. Abrams, anch’egli con un passato di ragazzino che già nella pre-adolescenza giocava a fare il regista di film di fantascienza, spiando il suo vicino di casa ovvero Spielberg, già grande e famoso (una storia di passione e di avventura che si tramanda tra grandi registi, visto che lo stesso Spielberg da ragazzo, poco prima di girare il suo cortometraggio horror, quello del demonio nascosto nel fienile, mise la mamma su un cariolino con una cinepresa Super 8 in braccio e le fece percorrere a tutta velocità una discesa di Beverly Hills, tanto da procurarle una clavicola lussata nell’inevitabile caduta).

          Questa infanzia e successiva adolescenza di J. J. Abrams, passata ad inseguire i maestri del fantastico, la si ritrova tutta, quasi intonsa, nel capolavoro del nostro regista miliardario ovvero nella pellicola non casualmente chiamata Super 8, successivamente assurta a fonte di ispirazione per i due registi che hanno scritto e diretto le tre stagioni della acclamata Stranger Things.

          Appena puoi, Cely, guardati la trilogia sui supereoi di Night

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        3. Non mancherò di vedere quel filmato! Appena potrò vedere la trilogia intera ed insieme (ho poi annullato la prenotazione di Split, meglio così), cioè… nel 2020. Ma non importa, la pazienza è la virtù dei forti – e di certo non faticherò ad arrivarci sazia…
          Super 8, roba da batticuore assoluto.

          A questo punto, più che avvitarmi sul discorso Notte-sì Notte-no, ti chiedo quale dei suoi film reputi – tralasciando la trilogia succitata che lascerei a parte – il più riuscito, e perché.
          Al di là della soddisfazione o meno che lascia, e quindi del regista come oggetto da anni di discussione (ci è o ci fa? la sua roba ha senso oppure no?), tu cosa ci trovi di valido?

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        4. Difficile trovare un film assolutamente completo ed equilibrato di Night tanto da elevarlo a suo capolavoro, eccetto forse per The Sixth Dense (la cui conoscenza del twist finale lo svuota quasi completamente ed una messa in scena ancora acerba) ed il da me già citato come tale Unbreakable, primo capitolo della trilogia ed anche l’unico dei tre ad essere godibile da solo: di tutta la filmografia del nostro, esso è l’unico a non essere in alcun modo dipendente da altri prodotti, drammaturgicamente impeccabile, riflessivo ed interpretato in modo potentissimo da uno ieratico e sornione Willis ma soprattutto da un titanico e criptico Samuel Jackson.

          In tutti gli altri film di Night si sente una frammentarietà che ha quasi dell’infantile o dell’adolescente non cresciuto ed infatti sono proprio i frammenti che si stagliano potenti, come la presa di coscienza che il protagonista di Signs ha della presenza degli alieni quando ne vede per la prima volta uno o la camminata all’indietro, anomalo ed inquietante, compiuta dagli umani colpiti dal veleno biologico emesso dalle piante in The Happening o il combattimento privo di emozioni che i due protagonisti compiono contro gli alieni affamati di paura di After Earth e lascio appositamente indietro ogni riferimento visivo compreso nella trilogia già citata.

          Quindi per me la risposta è Unbreakable o se non vuoi toccare la trilogia Signs (dove però recita Mel Gibson, autore a cui a suo tempo dedicai il post a cui tra tutti quelli da me scritti è ancora oggi quello a cui sono più affezionato).

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        5. Grazie per la risposta 🙂
          Signs alla fine è forse quello che sceglierei anch’io, se mi ponessi la stessa domanda – fatto salvo che as usual mi mancano alcuni suoi titoli.
          Il sesto senso l’ho apprezzato all’epoca e non mi è mai “scaduto” nel tempo, epperò ti dirò che non è mai nemmeno entrato nel mio Olimpo.
          Per conto mio le correnti di vento che solcano il campo davanti a casa, ancora prima che compaiano gli alieni in Signs, fan cacare addosso molto più della gente morta.

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        6. (Perché alla fine non conta solo quello, ma parliamo pur sempre di horror, e se quello manca beh, tanto vale vedere un film di Muccino… argh!).

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        7. Lo so, qui la questione si fa un po’ controversa, perché non c’è affatto un consenso unanime su questo film di Shyamalan, già considerato in fase calante dopo Signs. Eppure, se si esclude Ubreakable, credo che The Village sia la cosa migliore che abbia mai girato, forse più per un fatto di stile che di sostanza, o forse perché il classico twist alla Shyamalan qui ha davvero un senso profondo e non si limita a essere soltanto un mezzo per far strabuzzare gli occhi allo spettatore che ci era cascato con tutte le scarpe.
          Poi non lo so, io di The Village ho sempre amato i colori. Potrei vedermelo muto e ammirarlo come se fosse un quadro in movimento. Non siate troppo severi con lui.

          Ecco cosa scrive Lucia de Il giorno degli zombi, qui:
          https://ilgiornodeglizombi.wordpress.com/2019/08/30/dieci-horror-per-un-anno-2004/

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        8. L’ho letto anch’io. Lucia è una blogger che seguo e che mi sono trovato persino a difendere quando ha esternato alcune prese di posizioni abbastanza impopolari, ma in campo horror è un riferimento importante…

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    1. Esatto.
      Per tagliare la testa al toro, comunque, dirò che non mi dispiace affatto averlo visto. E’ più un sì che un no, per me.

      Cercando l’immagine mi pare di aver capito – ma devo controllare meglio – che ci sia stato un predecessore con lo stesso titolo e questo potrebbe essere un remake (?).
      Ma anche, ho visto che esiste un The strangers 2 sempre ad opera di questo Bertino: immagino facilmente che sia un seguito solo nel senso che si svolge nella medesima casa…

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    1. Ti ringrazio.
      Mi sto divertendo un mondo perché, a ben vedere, per natura sono più bibliofila che cinefila; ma ultimamente ci sto dando dentro 🙂
      E qui su WordPress circolano molti ottimi maestri.
      Per i generi ci possiamo intendere di sicuro, leggo e guardo quasi di tutto, anche se naturalmente ho le mie preferenze (sì, l’horror è una di queste).
      Cosa ti stuzzica di più?

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      1. I film che apprezzo di più sono le commedie inglesi; ma a parte i film di supereroi , quelli ripieni di violenza, gli horror e quelli troppo cerebrali guardo un po’ quello che capita, quando li danno in tv perché al cinema vado pochino. Fino a due-tre anni fa andavo al lunedì, c’era una bella rassegna cinematografica con film da tutto il mondo, in prima visione… però poi c’è stato un nuovo impegno, ed ho mollato. Sono espertissimo però dei film a cavallo degli anni ’70-’80… 😊

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        1. Molto bene.
          Prendo nota!
          Pure io non vado al cinema da un pezzo. Motivi economici. Ma da settembre conto di concedermi qualcosina, ‘ché non si vive di solo pane, nemmeno se te lo passano gratis 😉

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  1. Un film altamente divisiorio nelle reazioni di pubblico e critica e che spesso viene definito dagli spettatori o in termini troppo facilmente entusiastici (per via dell’indubbio accurato uso del sonoro, del montaggio e dei pochissimi jumpscare assolutamente magistrale, con un silenziamento vocale costruito a tavolino in fase di post-produzione in cui solo i rumori diventano la colonna sonora e pochissime linee di dialogo) o in modo altrettanto superficiale molto negativamente (per via della storia davvero troppo banale, in un’accozaglia di riferimenti superficiali ai vari serial killer domestici ed una generale sensazione di cazzatona altamente improbabile): personalmente sono felice di averlo visto e di averlo potuto annoverare nel gruppo di quegli horror americani di certo non memorabili ma nemmeno banali e sciatti, come ahimé sono la media dei vari esorcismi, delle storie quasi supereroistiche di possessione da Luna Park o peggio ancora dei terribili slasher adolescenziali a forte connotazione di etica sociale comportamentale, dove a morire sono i personaggi antipatici, non produttivi e di dubbia moralità, mentre a salvarsi sono le bionde rinsavite ad una vita più ordinata e pronte per sposarsi, film pop-corn conditi da un pizzico di splatter ovvero con la versione più istituzionale e meno moralmente destabilizzante del gore, in quell’antitesi tra la violenza esagerata e cartoonesca (del primo) e quella più più incentrata sul dettaglio truculento che non sul volume delle budella sparse sul set (del secondo).

    Un appasionato di cinema, guardando questa opera prima scritta e diretta da Bertino, non può non andare immediatamente con la mente a quel capolavoro immortale di Funny Games di Haneke (ovviamente l’originale di fine anni ’90, non il suo stesso calligrafico remake degli anni 2000 con la mia musa Naomi Watts), al bellissimo e sgangherato A Clockwork Orange di Kubrick ed infine al primo Halloween di Carpenter: tenuto conto di questi illustri predecessori, buona parte del valore del film è già stato svuotato e ridemensionato.

    Resta tuttavia ugualmente una seconda parte sostenuta dal forte impatto psicologico della violenza agita come gesto più che sul suo reale effetto fisico, con una suspense costruita effettivamente in modo non originale ed anzi molto cinematograficamente tradizionale, ma con il premio di un mancato didascalismo finale (la morte della vera arte), in una spiazzante e desolante assenza di valutazione morale che è una condanna della nostra società edonistica senza veri valori religiosi o laici interiorizzati, dove l’unica realtà che comincia ad essere percepita come tale (mentre il resto vaga indistinto in un’appannata incertezza) è appunto la ricerca del godimento stordente, cosicché chi si droga lo fa per provare piacere, parimenti per certi killer che uccidono solo per il gusto di farlo (si domanda dentro al film «Perché lo fate?» ed annessa risposta «Perché eravate in casa»), ma se la droga finisce per consumare e bruciare il corpo, l’omicidio in realtà può arrivare persino a rilassare una mente deviata, come ci insegnano i profiler antesignani della FBI nella mirabilissima fiction televisiva Mindhunter.

    Questo è soprattutto l’aspetto che in qualche modo salva un film come questo altrimenti banale, perché è l’ennesima pellicola di testimonianza che in modo impopolare registra questa svalorizzazione del corpo umano come sacco di carne, che si sgonfia, si piega e sparge sangue e liquidi vari, come un giocattolo senza anima e valore proprio se non quello di oggetto predatorio, ludico e/o sessualmente soddisfacente: dopo quello sui lutti familiari, quello della violenza senza scopo o giustificazione educativa ed ambientale è probabilmente la seconda chiave di lettura di ogni horror contemporaneo, dove il vero male residente non si nasconde tra le pieghe di un distante e metafisico demonio, ma nella stessa umanità.

    scusami ancora una volta la mia prepotente presuntuosità da pontificatore.

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    1. Ho davvero poco da aggiungere, hai toccato tutti i punti nevralgici e anche qualcuno in più, e meglio di me – a proposito, lo so che non riuscirò mai a farti smettere, ma ancora una volta ti becchi una bella bacchettata sulle manine per questo tuo vizio d’autoflagellarti. Sciaff!

      Ho scoperto proprio ieri (e accidenti a me per non averlo saputo prima!) che il Funny games con la Watts (e Pitt, per il quale sostanzialmente lo ricordo) è un remake… ma non mi ci sono soffermata, e così s’è conservata la sorpresa per ciò che mi riveli ora e che mi conferma DuckDuck: Haneke ha girato il remake di se stesso! Già solo questo mi manda in visibilio ancora di più.
      Ma la prossima volta procederò con ordine, magari vedendomeli uno di seguito all’altro.

      Dove risiede il male…
      … la macro-distinzione che porti è corretta, mai come nell’horror ci si è potuti appoggiare ad interpretazioni, o meglio rappresentazioni manichee senza per altro lasciar intendere che in esse si esaurisse tutto il discorso.
      Eppure la cattolica e la metallara che mi abitano (a proposito inner evil…) sono concordi nell’affermare che in realtà non vi è divaricazione alcuna tra le due ipotesi. Il male è nell’uomo, non come natura ma come accidente. Ma qualcosa, là fuori ha pur sempre il potere di sollevarlo. Per la cattolica è Satana, per la metallara è Chthulu, ma questa è una diatriba secondaria.

      Esorcismi.
      Non scordarti di Annelise Michel e di Emily Rose, hai firmato col sangue un documento che ti impegna, prima della tua dipartita, ad esprimerti in proposito 😉

      Mindhunters.
      L’ho letta, da voi citata, diverse volte, compreso ieri da te; eppure non mi attira.
      Certo, ne so pochissimo, ma come sento parlare di profiling ecc. ho un moto di repulsione – come se fosse la versione serialkilleresca di Lie to me, che detesto. Ammetto l’ignoranza e sconterò la mia pena in una sicura, futura rivalutazione.
      Ma per ora ho Dexter che mi aspetta per il secondo giro 🍷 💜

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        1. Ah no, è una risposta ad altro, ma va benissimo, al solito devo recuperare un tot di cose e ti prometto pertanto che farò la brava, per alcuni giorni mi limiterò 😃

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      1. Ho appositamente girato attorno al film The Exorcism of Emily Rose perché c’è tanto (troppo) di non prettamente cinematografico attorno a quest’opera (la fede nell’esistenza del Demonio e la possibilità quindi che la scienza possa/debba fare un passo indietro di fronte ad una possessione demoniaca, con tutte le conseguenze legali del fatto, nonché delle leggi divine che si antepongano a quelle civili) che il mio giudizio critico non riuscirebbe da solo ad essere esaustivo e non di parte…

        Fortunatamente mi viene in auto Mel Gibson (a cui dedicai a suo tempo forse il mio post a cui sono maggiormente affezionato, non il più bello, ma quello che amo di più tra quelli da me scritti) ed il suo The Passion, perché sia il film di Gibson, sia quello di Scott Derrickson sono entrambe opere autorali (scritte e dirette dallo stesso artista) ma anche conscie dell’essere uno spettacolo popolare; inoltre tutte e due poggiano su argomenti di fede netti e senza riserve, ma mentre nel film di Gibson il deicidio viene narrato in modo talmente ispirato e creativo da renderlo un vero capolavoro, lo stesso non posso dire del film di Derrikson, che per me dal punto di vista squisitamente filmico non ha grande valore e trova tutta la sua forza ed originalità soltanto nel trattamento della vicenda giudiziaria legata al vero caso di controversia e dibattuta possessione (perché questo è il nodo non cinematografico della questione: possessione o schizofrenia?), ma senza alcun vero valore artistico, eccetto l’interpretazione meravigliosa della protagonista (una prova encomiabile per la Carpenter!!)

        Io odio quasi tutti gli esorcismi al cinema, perché prendono un argomento sacro (concordo con le affermazioni di Papa Benedetto XVI quando faceva notare la schizofrenia culturale di una società civile che accetta Dio nelle coscienze individuali ma lo nega nelle cose pubbliche) e lo usano per una terribile mistificazione, facendo ciò che meno sopporto anche in campo religioso ovvero razionalizzare la fede e trasformarla in argomento falsamente teoretico, creando attorno un circo che irretisce i bifolchi bigotti mononeuronali: ciò che voglio intendere è che i film sugli esorcisimi non sono MAI le voce sincere di una fede sincera che cerca di mettere sull’avviso una popolazione dai rischi delle gesta del Demonio in Terra, ma solo un modo furbo per sfruttare la fede ed il timore nel demonio per raccontare una storia in cui gli esorcisti divengono supereroi che combattono un Diavolo che è un super villain, trasformando una vicenda che ha dell’intimo in una lotta fantascientifica tra i buoni ed i cattivi, mettendo in campo i soliti cliché (il demonio che lavora sulle bugie, che cerca di confondere e blà, blà).

        Insomma, tolto il film capostipite del genere (quella meraviglia delle meraviglie del 1973 di William Friedkin), tutto il resto è stato per lo più solo Hollywood al suo massimo consumistico, dove non c’è più una grande differenza tra il Diavolo ed un Clown, tra un esorcista ed guerriero/poliziotto/astronauta/gesuita armato/altro interpretato da Dwayne Johnson: non c’è il male residente di Hereditary, non cè l’indagine vera sulla fede o sul dubbio di film laici ma non laicisti (incredibilmente i più vicini alla vera fede) come Agnes of God (il film del 1985 di sua maestà Norman Jewison) o come The Third Miracle del 1999 di Agnieszka Holland.

        Tornando a bomba sul film The Exorcism of Emily Rose, diciamo che è difficile parlare del film in sé senza parlare del vero processo e della vera morte della povera Anna Elisabeth Miche: incuria, intrusione della religione in faccende mediche ed abbandono di una malata da parte del prete oppure all’opposto errore giudiziario clamoroso per mancato riconosciento di una possessione? Schizofrenia (come dice oggi la scienza) o presenza conclamata del Maligno?

        Il film di Scott Derrickson sfrutta tutto il torbido della vicenda, amplifica l’esorcismo e le manifestazioni del malessere, gioca sui personaggi (con un procuratore illuminato dalla fede ed un’avvocatessa in carriera che vuole denunciare l’invadenza della chiesa) ed in tutto questo, la fede religiosa ridotta ad un plot twist: Derrickson è un bravo artigiano, che sa creare atmosfera sulle ambiguità caratteriali ma resta in superfice, così come i suoi personaggi, molto affascinanti ma con l’etica di un cartone animato (l’entità aliena Klaatu che s’innamora dei terrestri in The Day the Earth Stood Still, il giornalista di cronaca nera che scopre il paranormale di Sinister, il chirurgo ateo e tecnocrate che scopre la metafisica di Doctor Strange, il poliziotto che si arrende al potere del sovrannaturale pur combattedolo a pistolettate di Deliver Us from Evil) ed i suoi film divertono e si lasciano guardare volentieri, tutti, ma non bisogna fingere di specularci sopra troppo.

        Le possessioni di Derrickson sono sullo stesso piano etico e fideistico della coppia di coglioni imbarazzanti dei coniugi Ed e Lorraine Warren, portati sullo schermo dal giocattolaio James Wan.

        La fede è un’altra cosa, è una cosa seria e non è uno spettacolo da circo, ma dolore, sofferenza, gioia, estasi ed armonia imperscrutabile.

        Ecco.

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        1. trattamento della vicenda giudiziaria legata al vero caso di controversia e dibattuta possessione;
          l’interpretazione meravigliosa della protagonista (una prova encomiabile per la Carpenter!!)

          I punti di merito che possiamo indicare in comune sono senz’altro questi.
          Poi viene il bello 🙂
          Parto dal fondo: La fede è un’altra cosa, è una cosa seria e non è uno spettacolo da circo, ma dolore, sofferenza, gioia, estasi ed armonia imperscrutabile. Sono combattuta. Adoro, condivido e sottoscrivo le tue parole così appassionate (e, verrebbe da dire per restare in tema, sacrosante). E al tempo stesso – fatto salvo che è indispensabile discriminare tra film e film, tra un livello qualitativo buono ed uno che non lo è, tra intenzione ed intenzione – “io sto con i demoni”. Che non è una frase ad effetto, ma un semplice modo per dire che (al di là delle preferenze tematiche personali) attribuisco valore anche a questo filone.
          Non provo nemmeno a spiegare perché, non per evitare del giustificazionismo ma perché di fatto non ne sono certa nemmeno io. So che non è un banale guilty pleasure in quanto ci guardo dentro con occhi abbastanza spietati; poi io ho pur sempre una capacità critica da profana – esperienza, conoscenza tecnica o comunque interna di un certo ambito non sono valori assoluti, s’intende, ma generano presupposti, chiavi di lettura e oserei dire interi mondi diversi in chi guarda.

          […] i film sugli esorcisimi non sono MAI le voce sincere di una fede sincera che cerca di mettere sull’avviso una popolazione dai rischi delle gesta del Demonio in Terra, ma solo un modo furbo per sfruttare la fede ed il timore nel demonio per raccontare una storia in cui gli esorcisti divengono supereroi che combattono un Diavolo che è un super villain.
          Ecco: c’è sicuramente da rilevare che, salvo casi eccezionali o, comunque, dettati da un’intenzione non pienamente matura, il mio cogliere le storie ed i moniti anche sotto l’aspetto religioso (che non manca perché tutti siamo creature religiose, o se preferisci con tendenze spirituali, credenti e non) e specificatamente interno ad un’ottica cattolica – che condivisa o disprezzata è pur sempre, nella quasi totalità dei film, quella naturalmente sottesa e punto d’origine del materiale narrato stesso – questo cogliere in modo spontaneo e non indotto la declinazione religiosa di tutta la faccenda di possessione et similia, dicevo, deriva dal mio essere, a monte, credente.
          Cioè, è inevitabile.
          E mi rendo conto che forse, forse, non ho nemmeno un’esatta percezione di cosa ne ricavi, da tutto ciò, una persona con un background diverso, per varie ragioni e in varie espressioni.
          (Purtroppo non lo aggiorna più da tanto, ma seguivo un blog di un amico che si occupava di segnalare questi incroci tra fede e cinema dandone una sua lettura: https://laluceinsala.wordpress.com )

          In questo caso poi c’è, molto forte, la “questione psichiatrica” – presente in un fottìo di film nonché libri, ma particolarmente scarna ed intensa, così almeno è parsa a me.
          Io il dettaglio di quegli occhi delle persone che Emily incontra e, in alcune, poche occasioni diventano completamente neri lo trovo fantastico. Magari sbaglio, sarà il tono generale, non so: eppure mi sembra uguale a qualsiasi altro effettone occhi-demoniaci di mille altri film solo sulla carta, mentre nella realizzazione l’ho percepito fottutamente efficace, e se pure in parte simbolico, ma solo in parte, per niente retorico o “facile”.

          Confesso (a Dio Onnipotente…) che mi hai fatto ridere con quel “coppia di coglioni imbarazzanti” dei Warren e con il “giocattolaio” Wang 😉
          E pensa che invece di “tornando a bomba”, nel 5o paragrafo, avevo letto tornando a tomba – come per dire: adesso che il cinema esorcistico l’abbiamo seppellito, dissezioniamolo… gh 😅 😄

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        2. Cara Celia, la cura che dedichi ai tuoi commenti o meglio alle risposte ai commenti altrui è semplicemente deliziosa, qualcosa che ricorda il nettare delle note alle note del nostro condiviso Foster Wallace (e che ho usato come paragone parentetico nel mio prossimo post, dove penso che batterò un nuovo livello di impopolarità per l’argomento, parlando di una serie tv che nessuno ama ed oltretutto lo farò con un registro linguistico ostico e quasi accademico), come quando hai sciorinato una cristallina sincerità nel dire che apprezzavi anche il genere cinematografico degli esorcismi, aggiungendo «Non provo nemmeno a spiegare perché, non per evitare del giustificazionismo ma perché di fatto non ne sono certa nemmeno io», frase che mi ha immediatamente sovvenuto una delle più belle righe di dialogo, scritte dalla coppia (in arte e nella vita) Robert e Michelle King, per la fiction The Good Wife, quando il sublime character dell’avvocatessa Elsbeth Tascioni, nel rispondere ad Alicia Florrick, che le stava chiedendo come lei sapesse tutte quelle cose, risponde «La metà delle cose che so non perché le so»: come la Tascioni, formidabile legale in grado di trovare soluzioni incredibili per problemi impossibili, anche tu sciorini splendide verità con la semplictà di chi sembra dire una banalità. Chapeau.

          Tornando a Tomba… Fantastico, per me è già un classico!

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        3. Eh sì, ci tengo a curare l’orticello, qui 🙂 Anche se in questo caso è stato tutto un “non so perché lo so”, Tascioni-style (grandissimo esempio di cui ti sarò grata in eterno, essendo un’adoratrice di Elsbeth ed una fan di Alicia, innamorata di una serie che considero fra le migliori degli ultimi anni…).

          Immagino che il tuo post impopolare sia quello su Legion, serie che ahimè non ho visto (e già che ci siamo lo linko: https://kasabake.wordpress.com/2019/09/03/legion/ ). Oggi me lo leggo. Inutile dirti che impopolare ed ostico son per me sinonimi di gustoso, mi trattengo a fatica ma mi trattengo dal metterti direttamente un like sulla fiducia 😉

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