Film .26: Daredevil, M. S. Johnson

Parlando o leggendo del Batman di Affleck è inevitabile che, prima o poi, ci si im-Bat-ta (ah, ah, ah) nel suo rovescio, ossia il flop (di critica) del 2003 nel quale impersonò il “Diavolo Custode” della Marvel (che no, non è il suo gemello in rosso…). Tante se ne sono dette in proposito che non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione di verificare con i miei occhi (e solo quelli, ‘ché non ho nessun radar, io) quale orribile crimine cinematografico fosse stato commesso.

Che dire? Senza scomodarci a convocare l’Inquisizione Spagnola, che è davvero eccessivo, in effetti è una roba bruttina. Sarebbe un buon caso di studio, e di appunti da stendere non ne mancano davvero, se riuscissi a centrare i tasti tra una matta risata e l’altra; ma ora come ora me ne manca la voglia – non mi dispiacerebbe comunque affatto se, dopo la cancellazione della serie Netflix (chissà se mai la vedrò) qualcuno avesse il cuore e le palle di metterci mano e rifare lo stesso film, ma con intelligenza.

trasferimento

Due note in breve:

⇒ se leggete in giro che la computer grafica è stata utilizzata in modo tremendo, ebbene, è veroDal sorcio più inverosimile che mai abbia attraversato furtivo le strade di Roma di New York ad una facciata di chiesa finta come il naso di Michael Jackson (perché girare un metro di pellicola per riprendere un edificio reale costa una sbrega, signora mia), se lo schermo non si è messo a piangere è solo perché è fatto di plastica. Come un po’ tutto nel film;

⇒ potremmo parlare di un uomo allenato (e pure cieco) che di notte fa le capriole su e giù per i tetti, ma che sembra essere sul punto di morire per una ferita… alla spalla (avrete letto anche questo). Ferita che neanche sanguina. E che tuttavia, dopo essersi trascinato a destra e a manca ululando dal dolore e strisciando come se gli avessero colpito le gambe anzichéno, tutt’a un tratto riprende a capriolare giulivo come la nazionale ucraina di ginnastica artistica perché il plot lo richiede. Ma anche no: non parliamone, sbeffeggiamolo e passiamo oltre;

trasferimento (3)

la recitazione. Sì, va bene, piatta è piatta, ma ho visto di molto peggio. Il problema casomai, secondo me, è che è piatto (e troppo condensato, rapido e carico di roba) anche tutto il resto.
Per questo ho scritto che lo vorrei vedere rifatto dalla A alla Z, senza modificarne i contenuti: perché è scritto male, ma dentro c’è comunque tutto!, dalle origini di Devil ai nemici, dall’attività diurna (avvocato) al romanticismo (e se siete donzelle sappiate che nei fumetti le sue donne fanno tutte una brutta fine, mentre l’unica che compare qui sembra morta e invece no), dai momenti comedy e quelli di lotta – arti marziali – passando per…

⇒ … la disabilità. Bingo! Con tutta la limitatezza del caso, laddove nei fumetti ha invece modo e desiderio di prendere il suo spazio, finalmente c’è.
Stiamo parlando di un supereroe, quindi figuriamoci se non riesce a far tutto e meglio di un normodotato, o quasi (leggi: nun ce vede, però cc’ha er “senso radar” che je scansiona in 3d tutto quer che cc’ha attorno. Anvedi!). Occhèi, vero, e rispondo: se volete scassare la minchia con il realismo o il lirismo e l’alta filosofia leggetevi Cecità di Saramago, vedetevi Figli di un dio minore, e simultaneamente andatevene affanculo – anche questo è un superpotere.
Io son contenta che ‘sto Matt Murdock faccia fare figure di merda ai normodotati che rischiano di farsi stirare dalle auto perché ci vedono, ma tengono il muso incollato al cellulare quando attraversano la strada. Perché quello che vale per lui non vale per me, e nemmeno arriverò mai a recitare in una serie televisiva nel ruolo di una sorda, essendo sorda anche nella realtà; ma che me ne fo di un supereroe se non può essere migliore di me, più abile di me? Cosa dovrebbe rappresentarmi un supereroe disabile che non si dimostri al tempo stesso insuperabile?
Si badi che odio apertamente e profondamente la retorica che ci vuole tutti uguali e, peggio, tutti capaci di superare i nostri limiti purché aderiamo al credo della Volontà. Chi lo professa mi fa schifo, anche se mi dichiaro disposta a comprendere e concedere un’attenuante (mai però un’assoluzione) a chi faccia simili discorsi in buona fede.
Un fattore spesso citato e a sproposito, ma di fatto trascuratissimo, è l’handicap. Daredevil è disabile, ma quasi privo di handicap. Ciò che vorremmo essere tutti noi ai quali qualche pezzo manca o non funziona. Mica normali, basterebbe non handicappati. In qualche misura è questo che sono i vari Zanardi e Versace di turno, solo che non lo sanno: disabili con handicap tendente allo zero. Solo che non ho sentito una sola volta Murdock proferire puttanate come i sempreverdi Tu non sei la tua malattia o Non esistono disabilità, solo abilità diverse.
(So che alcuni dei miei lettori più cari su quest’ultimo punto dissentono: abbiate pazienza, io vi amo incondizionatamente nonostante crediate alla favola della diversabilità. Pace, amore & morte alle barriere architettoniche, amici 👊)

trasferimento (4)

Detto questo, “tutto molto interessante” (cit.), ma io me ne frego de la qualunque e tiro dritta come un treno, perché mi sono innamorata – mi succede spesso – e scollarmi da questo ennesimo Uomo Tormentato In Tutina (per gli amici UTT) sarà molto, molto dura. Il 2019 è proprio l’anno dei supereroi. Pòta gnari!!

79 pensieri riguardo “Film .26: Daredevil, M. S. Johnson

        1. E chissà come sarà tra un’altra ventina d’anni… 😍 … no occhéi diciamo quindici, che magari esiste una “maggiore età” anche per la soglia di anzianità e se mi legge la Postale poi mi arrestano… ehm 😜

          Piace a 1 persona

        1. Oh, capito 🙂
          A parte questo, che però è datato e fa parte dei “prodromi” di ciò che oggi è quasi un’erba infestante – il cinecomic -, della Marvel mi pare proprio di non aver visto nulla (anzi no: il primo X-Men, terribilmente noioso).
          Arriverò ad allungare i miei tentacoli anche lì… ma con calma, la roba è tanta e sono ormai una DC-girl conclamata, per cui la precedenza va alle “processioni di supertutine che pregano sui propri peccati” (semi-cit. di cit.): https://lecoseminime.home.blog/2019/08/19/film-24-man-of-steel-zack-snyder/#comment-948
          Non per nulla son cattolica.

          Piace a 1 persona

        2. Bada, secondo me è tutta “propaganda” Marvel quella di accusare la DC di essere deista e sacrale… La Marvel spesso si scorda che nel suo universo (di certo in quello cinematografico) c’è Thor, Odino che vede tutto, e Capitan America che dice tranquillamente «c’è solo un dio»… — mi sa che, in quanto a “fede”, fanno proprio un bel pareggio! — e in questo frangente, anche a me sta più simpatica la DC: almeno ammette di essere deistica… la Marvel è subdola perché finge di non esserlo!

          Piace a 2 people

        3. Una questione interessante, molto.
          Per dare un’opinione dovrei non solo aver presente i personaggi (tra i quali come giustamente osservi figurano degli dèi), ma anche conoscere i toni, le sfumature con i quali questi vengono rappresentati.
          Perché poi, che uno o più dèi esistano, vengano riconosciuti e magari persino adorati, è una cosa.
          Che questo loro esistere impatti in maniera considerevole e significativa, un’altra cosa.
          Ed un’altra ancora, aggiungo, che questo impatto preveda e contempli i concetti di peccato, senso di colpa, redenzione, responsabilità; e in quale misura…
          … davvero, tutto ciò meriterebbe non dei commenti, non un post, ma forse persino un blog apposito: per ora mi accontenterei di individuare chi ne abbia scritto, perché senza fallo esisteranno saggi in proposito…

          Piace a 2 people

        4. Io sono radicalissimo: per me tutti i supereroi sono metafora di “bibbia”; metafora di un essere superiore che ti viene ad aiutare dal cielo… e non sono così solo quando sono supereroi “civilisti” ed “etici” (roba tipo Kick-Ass, per capirsi), supereroi che non cascano dall’alto e che non resuscitano (e cioè ben pochi) — poi, tutti i discorsi della colpa, la contrizione, il cilicio, Iacopone da Todi, stimmate e compagnia bella, si possono trovare qua e là: lo Spider-Man di Raimi, per esempio, ne è pieno (ed è Marvel), e anche i diversi panegirici di Wolverine (idem Marvel)… — secondo me, a meno di non ricollocarli in metafora psichica (Burton, Branagh [Thor: anche se la sua storia è molto da “gesù”]) o storicista (sulla Guerra Fredda: vedi Vaughn [X-Men First Class]), i supereroi in chiesa ci starebbero benissimo!

          Piace a 1 persona

        5. Sulla tua radicalità non avevo dubbio alcuno 😀
          Come scrivevo per Superman (ma solo per lui, in quel caso) “tutto fa brodo, e tutto fa Cristo” – anche se com’è ovvio non partecipo della stessa tua visione omni-biblica, e per quanto mi sollazzi ritrovare metafore e metaforoni a tema, sono un tantino diffidente. Devo toccare con mano per appurare se davvero c’è del divino oppure no in ciascuno 😉
          Del divino appunto chissà, ma dell’umano troppo umano, o dell’umano che vuol superare l’umano, o dell’umano stilizzato ed esaltato ma comunque, sempre, irrimediabilmente figura dell’umano e null’altro; ecco di questo i fumetti supereroistici son senz’altro zeppi.
          Del resto anche questo (e non meno ficcante) è religione: non dico il voler farsi Dio, dico il voler farsi uomo a tutto tondo, senza scusante o rifugio per le proprie mancanze ed anzi rifugio per quelle dei propri simili.

          Detto ciò, tornando sulla terra, chiaramente mi ha agganciato il fatto che Murdock si confessi – per quanto ci sarebbe da obiettare sulla validità della prima “confessione”, ma bando al CCC, a prescindere dall’assoluzione o meno il valore esperienziale e trasformativo di uno che palesemente chiede un lasciapassare e non il perdono per ciò che fa, e del confronto onesto su questo con un prete, è inestimabile.
          Mi chiedo soltanto se Murdock sia irlandese d’origine. Sarebbe uno stereotipo, ma plausibile.

          Piace a 1 persona

        6. Quello che capisco meno delle varie religioni, e sarebbe bello parlarne (ed è una cosa che esula parecchio da qualsiasi blog), è come mai c’è la necessità di differenziarsi a livello profondo (di corteccia), oltre che di superficie… — che ci siano differenziazioni su come ci si rapporta col divino (il ruolo dell’intermediario, come si prega, come si celebra, se tutti insieme, se ognuno per sé, o in tutti e due i modi), o sull’interpretare questo o quel fatto contingente di “fenomenologia” (come un “fatto” è avvenuto, se uno è vergine o no, se uno è sia umano sia divino o no, se uno è messia o solo profeta ecc.), sì, lo capisco… — ma non capisco come mai, alla fine, non si possa tranquillamente affermare che il dio monoteista è il medesimo, e che ebreo, cattolico, luterano, anabattista, mormone, islamico, ortodosso, siano tutti stili di regole diverse per il medesimo gioco da tavolo… — se Daredevil, invece che irlandese, fosse stato danese, o libanese, ci sarebbe stato davvero tanta differenza, visto che la sua “spinta deistica” è conclamata? [avverto che non voglio offendere nessuno eh: ma, come Judas in «Jesus Christ Superstar»: «Don’t you get me wrong, I only want to know» [all’università avrei dovuto fare almeno storia delle religioni, mannaggia!]

          Piace a 1 persona

        7. Risposta breve:
          l’ecumenismo confessionale, per non dire monoteistico, è una moneta di cioccolato incartata nella stagnola. Buona al palato, ma non vale niente.

          Risposta da “persona seria”:
          pure a me manca storia delle religioni (ed anche il russo come terza lingua, mea culpa), ma a prescindere da quello che posso sapere per averlo studiato da me, ti devo una replica il più onesta e dunque, inevitabilmente, personale possibile.
          Io credo che, proprio perché parliamo di core thinking religioso e non di manifestazione pubblica, fenomeno culturale ecc., i tre monoteismi – pur con tanti aspetti unitivi e tangenti – siano di fatto tre religioni diverse.
          (Per altro, se rimaniamo in ambito ortodosso e un minimo rigoroso, vale la regola che ciò che sta in superficie, riflette fedelmente ciò che sta in profondità: dunque può incarnare una manifestazione contingente dell’espressione umana nel suo rapporto col divino, mai però così contingente da non rappresentare qualcosa di tangibile, vivo ed eterno.
          E’ la questione del simbolo, che con buona pace dell’uso odierno che si fa del termine è tutt’altro che una figuretta di cartone, un referente bidimensionale.
          Cade a fagiolo la faccenda, non solo perché oggi ho preparato pasta e fagioli – fusilli e borlotti – ma anche perché è recentissima l’ennesima affermazione da citrulli anticristici di non ricordo quale alta carica cattolica: che, cioè, il diavolo non è un’entità reale ma un simbolo, appunto. Come dicevo, qui cadiamo fuori dall’ortodossia, e persino il simbolo stesso non ha un decimo del valore contrastivo che può assumere entro una tradizione che riconosce l’esistenza concreta di Satana).
          E alors, insomma, come sentirsi non dico fratelli in Cristo (lo siamo!), ma anche fratelli di fede, se io credo che Dio si faccia – letteralmente – carne, e che tale evento assurdo non sia un unicum storico, ma un presente costante, e “tu” credi invece che l’ostia che mangio sia pane scondito?
          Senza rancore o disprezzo: ma non saremmo coerenti, né – più banalmente – saremmo credenti meno che abitudinari. Così… credo 😉

          Certo, la “spinta deistica” è sufficiente di per sé ad intrigarmi ed, eventualmente, a farmelo apprezzare di più della media.
          Sia chiaro, non è che se il supereroe in questione fosse musulmano (ma pure lì: musulmano come, quando, perché?), il quale per altro già esiste in versione ragazzi e forse, ma potrei sbagliarmi, anche in versione adulta, allora mi interesserebbe meno.
          Forse dipende solo dal fatto che la spiritualità mi ha sempre attirato e interessato, a prescindere che fossi credente o meno e dalle mie successive appartenenze. Ma, ad ogni modo, richiamarsi ad essa in modo esplicito è un plusvalore, per me.

          "Mi piace"

        8. Ma come fa il simbolo a essere tangibile? Il simbolo non c’è apposta per categorizzare razionalmente cose irrazionali [fare personificazioni di paura, rabbia ecc.], o, al contrario, per tangibilizzare cose fin troppo razionali [Es, Io e Super-Io]? Perché ritenerlo “reale” di per sé? [è un qualcosa di teologico?] — Non è che si rischia di ritenere realistici e universali quello che sono soltanto sogni, e ritenere i propri “giusti” solo perché sono propri? — capisco bene che le tre monoteistiche siano religioni diverse, ma come mai sono nate, ognuna, per “migliorare” la precedente (cristianesimo che “migliora” l’ebraismo e islamismo che “migliora” il cristianesimo, e potremo anche metterci il rastafarianesimo che “migliora” l’islamismo tornando cristiano!)? — non è che “differenziarsi”, in religione, abbia cominciato, almeno da cinquecento anni, ad assomigliare al “differenziarsi” della sinistra dopo il 1918? — che l’ostia sia Gesù non è mera categorizzazione razionale della metafora dell’essere consustanziali nel medesimo orizzonte di leggi condivise? è davvero necessario ritenere quell’ostia carne e sangue tutti i giorni? [certamente sì, sennò non era 2000 anni che se ne parlava: ma l’interrogativo, in me “studioso”, si replica ogni volta; come si replica ogni volta la perplessità del fallimento della Seconda Internazionale!]

          "Mi piace"

        9. Il simbolo “mera immagine” è proprio, secondo me, la degenerazione del simbolo esotericamente concepito: cioè un vincolo fattuale (se non vogliamo dire tangibile, che effettivamente è termine inesatto e fraintendibile) tra due elementi di realtà distinti.
          Per intenderci: il simbolo-rappresentazione della Cena del Signore valdese (ossia, l’attingere ad un vassoio di fette di pane e ad un calice di vino, come memoria di un evento caro ai cristiani), e dunque come gancio psicologico all’evento stesso, è diverso nella sostanza da:
          l’assumere un disco di materia edibile nella convinzione – che qui dobbiamo dare per corretta e reale, per poterci intendere – che quel disco sia fisicamente composto da carne umana.

          Il simbolo non è in questo senso un disegno che rimanda razionalmente alla realtà stessa, ma non è nemmeno irrazionale: è al massimo pre-razionale, che è diverso!, in quanto agisce prima e indipendentemente dalla realtà che esprime.
          E lo può fare perché esso stesso è parte della “realtà”, non una visualizzazione o, di nuovo, una rappresentazione ad uso del cerebro umano ma un dato preesistente alla conoscenza ed all’uso che l’uomo stesso ne fa.
          Mi rendo conto che non è semplice spiegarsi su queste cose, spero di non aver complicato ulteriormente tutto.
          Pensa, comunque, a Guenon e a Jung, anziché all’esegesi di un testo; perché per me il simbolo non è “parafrasi” di un testo scritto (la realtà), è invece il testo stesso, le lettere che lo rendono visibile.

          Piace a 1 persona

        10. Non lo so eh: ma proprio in Jung il simbolo archetipico è condizione preesistente che però si “evolve” in concezione della “realtà”, e cioè di quello che la mente ha davanti… perché farlo rimanere a quello che è «prima» del contatto con la realtà? — perché sennò si alza le mani alla “credenza” che, non so e non vorrei essere offensivo, non può essere razionale: sembra, tutte le volte che si parla di argomenti simili, che poi ci si debba arrendere al fattore «ma io ci credo»… — perché il fattore «ma io ci credo» è un principio di indeterminazione gigantesco, che tarpa le ali a qualsiasi discussione, e tramuta qualsiasi dissertazione alla dissertazione sull’invisibile unicorno rosa e sulla teiera di Russell — mi spiego: che quel disco edibile sia corpo è simbolo, ma perché deve essere simbolo più “realistico” o più “razionale” o più “religioso” del pane e del vino dei valdesi? Lo è solo perché a quel disco edibile ci si “crede” di più? o perché ci si “crede” in modo diverso (dando per scontato un potenziometro tra le diverse “fedi” anche se tutte sono “fedi”?) — perché se il «crederci» comporta una maggiore “realtà” siamo davanti sì a un colossale problema conoscitivo che Heisenberg diventa un bimbo: perché per forza il «crederci» comporta realtà, anche se il «credere» è credere a cose non ci sono (credere all’invisibile unicorno rosa, alla teiera di Russell, o al fatto che abbiamo girato «Amadeus 2»: credere a queste cose le rende per forza “reali”, ma solo nella mente di chi ci crede; e come fa, quello che ci crede, a far passare per reali unicorno, teiera e Amadeus 2 a chi invece non ci crede? il fatto che uno ci creda è “prova” heisenberghiana di esistenza? ma allora le realtà tra il credente e il non credente non saranno mai comunicabili, mai condivisibili, mai interagibili — credo proprio di non essermi spiegato)

          Piace a 1 persona

        11. Non lo so eh: ma proprio in Jung il simbolo archetipico è condizione preesistente che però si “evolve” in concezione della “realtà”, e cioè di quello che la mente ha davanti… perché farlo rimanere a quello che è «prima» del contatto con la realtà?
          Non deve rimanere quel che era e basta – come un monolite preistorico mai più toccato -, anzi, deve come tu dici entrare in contatto con la realtà (altra).
          E la realtà lo “incrosta”, sia inteso in senso positivo, di sè.
          Non è un modificare, è un aggiungere, ma più spesso a livello superficiale (dunque di nuovo di immagine) piuttosto che a livello di essenza.
          Il che è normale. Che realtà sarebbe, se fosse tanto poco solida da liquefarsi ad ogni scarica elettrica neuronale?

          perché sennò si alza le mani alla “credenza” che, non so e non vorrei essere offensivo, non può essere razionale: sembra, tutte le volte che si parla di argomenti simili, che poi ci si debba arrendere al fattore «ma io ci credo»… — perché il fattore «ma io ci credo» è un principio di indeterminazione gigantesco
          Non sei offensivo.
          Su due cose ci prendi: il principio di indeterminazione – e del resto, te lo rigiro e ti chiedo: perché no? Se le cose sono fatte così, perché irritarsene?
          E poi sulla resa: nel senso che a Dio ci si arrende, o meglio ci si abbandona (che poi è il significato di “islam”), senza resa non c’è incontro. Su questo punto purtroppo immagino che tu possa leggere questa resa come abdicazione della razionalità all’aria fritta, ma tant’è: non è comunque in tal modo che la vive un credente; di questo puoi certamente fidarti.
          Per il resto, però, posso solo rispondere – non nella speranza di convincerti e men che meno di dimostrare quel che dico – che una “fede” che non si basi sulla razionalità non sussisterebbe.
          Fede non è follia, assenza di senso critico.
          Potremmo dire, restando sul generale e senza inoltrarci in questioni – queste sì – davvero teologiche per le quali mi rimetto ad altri competenti, che la razionalità alla base della fede è, prevalentemente, di tipo intuitivo. Intuito come ben sai non equivale ad istinto, l’intuito è una forma di razionalità riconosciuta che, tuttavia, lavora “sottobanco” anziché esplicitandosi in modo discorsivo. Così come si basa sull’intuito la creatività.

          che quel disco edibile sia corpo è simbolo, ma perché deve essere simbolo più “realistico” o più “razionale” o più “religioso” del pane e del vino dei valdesi? Lo è solo perché a quel disco edibile ci si “crede” di più?
          Il credere comporta (genera) la realtà di ciò che si crede?
          Buon Dio, no! 😉
          Mettendo a confronto due “modi di essere simbolo”, diciamo così, non intendo deprezzare la visione valdese e per contro valorizzare quella cattolica. Si sa da che parte sto, ma quello è solo un esempio (potrei chiamarlo… un simbolo).
          Il confronto vale unicamente a sottolineare come il simbolo-immagine sia uno strumento legittimo, ma abusato e male utilizzato, e come sia dotato di un suo valore che, però, va riconosciuto di minor pregnanza rispetto a quella che possiede il simbolo-fattuale.
          Sul piano della dimostrabilità, questi due modi di pensare ed agire non sono l’uno superiore all’altro.
          Non è vero perché ci credo, ci credo perché è vero.
          Di conseguenza, tu puoi contestare che ciò in cui credo sia… vero davvero, ma nel momento in cui ti cimenti nel contestare il perché lo credo, finisci nelle sabbie mobili (tu impersonale, naturalmente).

          A me pare che tu ti sia spiegato benissimo, ma devi essere appunto tu a confermarlo vedendo se ho replicato cogentemente o capendo tutt’altro – arla per barla, come si suol dire.
          Comunque non dimenticare che se si discute di cose così “grosse” prendere strade parallele e seguire fili logici solo in apparenza distanti è assai umano. Per tornare alle origini…! 🙂

          Piace a 1 persona

        12. È ovvio che finisco nelle sabbie mobili se mi metto a indagare perché tu ci credi… perché la credenza o è condivisa o è incomunicabile… — è per questo che le religioni si odiano tutte e si adattano a pacifiche convivenze solo quando di religione non si parla? — e questo pur sapendo che si sta parlando di elucubrazioni non indagabili, perché comunicabili solo tra chi condivide pensieri e simboli? — — e non è questo che prevalica dialogo e convivenza? – il pensare che una “verità” ci sia [che più è valida più è strutturata e costituita in credenze che si auto-razionalizzano trincerandosi nell’indicibile del «ci credo perché è vero, ma lo vedo vero proprio perché la mia concezione simbolica, che implica credenza, me lo fa vedere vero così da poterci credere» (un loop di auto-alimento)] non comporta che altre “verità” (anche non-verità) possano costruirsi un eguale cappotto di simboli-credenza e prosperare anche se non sono per nulla fattuali? [essendo stato il mondo solo una sequela di immense religioni che si si sono avvicendate ognuna con eguale onnicomprensività razionalistica auto-costruita: dallo sciamanesimo al capitalismo ad, appunto, il cattolicesimo?] — non è forse tutto solo un sogno a cui si vuole così tanto credere da rattopparlo di “raziocinio” anche “a posteriori”, fintamente inconsapevole ma determinato, come succede a Michael Shannon e Ashley Judd in «Bug» di Friedkin o come succede, se ne parlava mi sembra, in «Memento»?

          Piace a 1 persona

        13. La risposta non può che essere: no, su tutta la linea 😁
          Ma proprio che prima di leggere qualsiasi tua considerazione nel merito io mi fermo a la credenza o è condivisa o è incomunicabile, e penso: ma che stai a ddì?! 😉
          Scioccolone!!
          Noi possiamo anche non compenetrarci sulla materia, ma l’incomunicabilità e l’impossibilità di giungere a reciproca comprensione a priori, poiché schierati su fronti di pensiero opposti, proprio no… è come sentirsi dire “se non l’hai provato non puoi capire”. Niente di più sensato eppure di più falso.
          (Oppure, anche: “non può esistere amicizia tra uomo e donna”. Uguale, no?).

          In definitiva, pretendiamo dall’ambiente, da ciò che inseriamo o troviamo inserito nella nostra realtà (e non parliamo neppure del fatto che la realtà stessa è per molti un concetto in se stesso opinabile!), un grado di perfezione ed esaustività che sappiamo non essere concesso neppure a noi che lo andiamo cercando.
          Più per questo, che per concrete divergenze, a volte scuoto la testa di fronte ai tentativi estremi di stabilire se la fede sia razionale o meno: a dispetto della sua origine, del suo nascere, ciò che impatta su di me persona è la mia scelta di aderirvi e darvi spazio o meno: è una vicenda “integrale”, e la valutazione che ne do a valle è forse più rilevante di quella che ne do a monte.

          Piace a 1 persona

        14. È la sua croce e la sua delizia! Con tutti i suoi vantaggi e svantaggi! — e quando “va bene” sono super vantaggi! — se si “trova la quadra” (anche con la “fede”, come no), «cavalcare» l’eterno ritorno dell’uguale, crogiolandosi nell’«essere» senza mai avere inizio o fine, può essere assai divertente!

          Piace a 1 persona

        15. Però Thor e Odino sono dèi pagani, così come l’entrata in Marvel di Ercole e miti greci (pagani) vari. Chissà che non sia un modo sottile per differenziarsi, del tipo “Noi non siamo così seri come la DC, noi giochiamo con gli dèi”. Lo stesso Osservatore – che potrebbe essere paragonato ad un’idea divina molto americana, da “occhio nel triangolo” – è lontano dalla venerazione o anche solo dal rispetto. E poi recentemente è stato pure ucciso, se non ricordo male…
          Chissà se sono solo evoluzioni narrative che decennio dopo decennio finiscono per incrociarsi, o se davvero si sono seduti ad un tavolo e hanno detto: “Dobbiamo risolvere la questione religiosa”!

          Piace a 2 people

        16. Mi scusi tanto, ma io quello che non capisco è proprio questo: essere pagani li rende meno dèi? meno venerati? meno sottoposti a problematiche teologiche? — e la Marvel che forse si vanta di aver “moltiplicato” il “divino” onde, magari, prenderlo in giro, non incappa nel problema «già è difficile rispondere a un dio solo, figuriamoci cosa vuol dire rispondere a una decina di dèi!» [il problema poso all’inizio della «Vita di Pi» di Ang Lee] — cosa succeda a Osservatore nei fumetti, non ho assolutamente idea, blatero soltanto che anche solo concepirne l’esistenza rende la cosa di per sé deistica, sia che poi lo si veneri o no… [ma non so se mi sono spiegato]

          Piace a 1 persona

        17. Non so quale sia la politica narrativa della Marvel, né SE esista una tale politica. Bisogna considerare che parliamo di personaggi nati in molti casi negli anni Sessanta e che da allora hanno subìto un’infinità di modifiche, con aggiunte di personaggi di contorno che poi cambiano al cambiare delle mode. (Da bianchi diventano neri, da uomini diventano donne e via dicendo.)
          Non so se esiste un concetto deistico che la Marvel voglia portare avanti, anche solo per “stuzzicare” la concorrente DC, ma forse è un semplice stratificarsi di migliaia e migliaia di storie che si tenta di far stare tutte insieme.
          Non mi sento di spingermi fino a leggere del deismo o qualsiasi altro intento religioso dietro dei fumetti che tentano disperatamente, anno dopo anno, di spingere dei giovani sempre più distratti a spendere i loro soldi e a comprare le centinaia di testate americane: il mio sospetto è che si usi qualsiasi soggetto, in qualsiasi modo e in qualsiasi incrocio, sperando che qualcosa arrivi e che i giovani diano fondo alla propria paghetta.
          Case indipendenti come la Dark Horse ai tempi d’oro poteva permettersi di rifarsi alla storica fantascienza religiosa ed usare l’elemento divino anche a fumetti, in storie forti e controverse ma dense e splendide. Quando si hanno decine e decine di testate da vendere, con il pubblico che cambia gusto ad ogni stormir di fronda, non credo ci sia spazio per sottotesti troppo densi…

          Piace a 2 people

        18. Le sovrapposizioni ed i lenti slittamenti culturali contano moltissimo, anche secondo me.
          Rilevo però che quasi tutte le maggiori “testate”, i maggiori personaggi, con questa caratterizzazione marcata nascono da un humus che, credento o ateo che fosse, di stampo ebraico (e ciò incide parecchio) o altro, era decisamente più intriso del senso del sacro di quanto lo possa essere una contemporanea rivisitazione di quegli stessi eroi.
          Anche a non esser nati all’ombra del Vaticano (che tiene un gran bel fresco, lasciatemelo dire), nell’America che ancora non cede il suo pur stanco e logoro triduo Dio-Patria-Famiglia è stato forse scontato fare i conti con il divino.

          Piace a 2 people

        19. Sicuro: il mio è tutto “overthinking”… maldestramente “giustificato” (mai) dal nascere, di questi fumetti, in un posto (l’America) dove nei tribunali si giura sulla Bibbia, sui soldi c’è scritto «in God we trust», e l’educazione è spesso gestita da istituti religiosi… — ecco perché, in quel milieu, apprezzo meno un Odino giocoso di un nichilistico, e del tutto ateo, Alan Moore…

          Piace a 2 people

        20. Mi è sempre sembrato un paradosso il senso religioso americano, un popolo totalmente intriso nella fede che però ha dato vita ad opere violenemente critiche sulla questione. Con il multiculturalismo ha dovuto ridimensinoare parecchio la presenza divina negli aspetti più quotidiani, e i fumetti riflettono questi sommovimenti sociali: basta un rapido sguardo costante alle novità DC e Marvel per accorgersi del tentativo di piacere a pubblici sempre più diversi nella cultura e nella religione. Forse abbiamo sempre fatto meglio noi italiani, a tenere la religione fuori dai fumetti 😛
          Personaggi come Alan Moore fanno provincia a sé, bisogna pensare anche agli onesti artigiani che mese dopo mese sfornano fiumi di storie dimenticabili e dimenticate che però tengono in vita le testate. Ciò che dice Moore può essere accettato, temo che lo sarebbe molto meno ciò che direbbe il John Doe di turno, in un fumetto.
          Comunque a parlare è un fan che detesta questi personaggi sin da bambino: è dagli anni Ottanta che tento di capire cosa diavolo ci trovino nei fumetti DC e Marvel, e non l’ho ancora capito! 😀

          Piace a 2 people

        21. Comunque a parlare è un fan che detesta questi personaggi sin da bambino: è dagli anni Ottanta che tento di capire cosa diavolo ci trovino nei fumetti DC e Marvel, e non l’ho ancora capito!
          Sapessi io quanto (non) ci sto capendo… non mi riconosco più! 😁

          Mi piace ciò che scrivi sugli “onesti artigiani”. Molto.

          Ma ci stavo pensando su da prima: siamo davvero sicuri che nei fumetti nostrani la religione latiti? Naturalmente mi riferisco alla religione in senso lato, alla spiritualità se vogliamo.
          O al trascendente, che ne è una buona approssimazione: senza senso del trascendente, del resto, i vampiri dampyriani non esisterebbero, ma neppure i freak di Dyd, che si riscattano in un rapporto con gli altri esseri eminentemente “morale”.
          Forse non sempre una morale con un legame religioso, celeste o infero che sia, ma presente.

          Piace a 1 persona

        22. Forse le case di fumetti fanno ragionamenti più “terreni”: affrontare tematiche religiose è sempre spinoso e si rischia di sollevare più polemiche che vendite. Meglio non affrontare il problema.
          La Bonelli sin dal dopoguerra (ma credo anche prima, con altri nomi) si è sempre fatta paladina di seguire un certo codice morale e di aderire a varie associazioni per cui ora non mi viene il termine, ma per intenderci è come “l’associazione genitori e insegnanti”. Cioè si è sempre impegnata a far comportare i propri eroi in modi moralmente compatibili con la decenza e credo anche la religione. Non perché volesse veicolare questi valori, ma proprio per non avere problemi con censure o con l’ostilità dei lettori.
          Tex Willer storicamente ha rispettato ogni religione e culto che ha incontrato, stimava tanto gli uomini di Chiesa che gli sciamani pellerossa, senza mai – in più di 70 anni di carriera – fare un solo commento di qualsiasi natura sulla religione. (Tex e mio padre hanno fatto ieri gli anni, e in quanto figlio di texiano ho letto tutte le storie di Tex, dal numero 1 al 600!)
          Questo comportamento non credo voglia dire che la Bonelli non abbia opinioni in merito o che voglia “educare” i lettori: semplicemente – e aggiungo anche scaltramente – non vuole rischiare di non vendere qualcuna delle sue testate perché il personaggio magari possa risultare antipatico a qualcuno per colpa di temi scottanti affrontati.

          Sono un grande fan degli “onesti artigiani”, da anni studio la narrativa popolare inseguendo “gli ultimi”: quegli autori che masticano decine e decine di romanzi senza che mai i loro nomi vengano riconosciuti. Serve una grande professionalità per passare con successo da un romanzo d’avventura a uno per ragazzi, da una storia tratta da un videogioco ad un horror coi vampiri, da una novelization di Star Trek ad un inedito di Star Wars. Ma la narrativa popolare vive proprio perché schiere di “artigiani” si mettono lì, studiano e tirano fuori il massimo dal minimo che hanno.
          E’ bello essere Alan Moore o Garth Ennis, avere milioni di fan adoranti che apprezzeranno (spesso a prescindere) tutto ciò che scrivi: essere un anonimo John Smith e scrivere camminando su campi minati è molto più dura!

          Piace a 1 persona

        23. Cavoletti, auguri! 🤗
          Glieli farai da parte mia? 😉

          Mi fai venire il dubbio che in America si sia abituati a giocare secondo gli usi politicamente corretti (tant’è che appunto si è appena infilato in una serie un disabile ed un gay, per altro identificando quest’ultimo come “personaggio glbtqi”), ma pur sempre scendendo nell’arena.
          Ci si prova, e se si fallisce si mette una toppa sovra-interpretando quanto fatto.
          Ma in Italia restiamo un passo indietro, magari dandone annuncio in conferenza stampa per essere sicuri d’aver imboccato la retta via – uh?
          Siamo un paese in cui ogni respiro è “ingerenza”.
          (L’associazione di cui parli è il MOIGE?).

          Narrativa popolare… nasciamo tutti da lì.
          Se è vero che un tempo non esistevano “autori”, ruolo che oggi va difeso non tanto da un dignitoso anonimato, ma dall’omologazione forzata…:
          http://dallamiatazzadite.com/2019/07/21/lanima-della-letteratura-genio-e-regolatezza/ – e commenti.

          Piace a 1 persona

        24. Presenterò gli auguri ^_^
          Non so se all’epoca ci fosse ancora il MOIGE, ho letto diverse storie della Bonelli, nel corso dei decenni, e parliamo già almeno del secondo dopoguerra.

          Sull’apertura al politicamente corretto credo che in Italia sia assolutamente impossibile. Un disabile pure pure, ma un gay… temo che non siamo un popolo pronto ad entrare nel Medioevo, dall’antichità in cui siamo assiepati 😀

          La narrativa popolare è davvero l’anima di tutti noi, ha costruito la nostra struttura e il pezzo che hai linkato cita proprio Hugo, grandissimo maestro di ciò che oggi chiamiamo (secondo me a torto) “classico”. Hugo scriveva telenovelas, storie di grandissimo impatto che non avevano nulla da invidiare ai drammoni televisivi di oggi, solo che erano scritte bene perché all’epoca si doveva scrivere bene. I lettori impazzivano perché Hugo sapeva catturarli subito e li trascinava con sé nei luoghi più oscuri, facendo sì che l’esperienza fosse sempre colpevolmente piacevole.
          A fine Ottocento un altro francese fece l’inconcepibile, rese protagonista un cattivo (Rocambole) e aprì la porta al “nero francese” che infiammò gli inizi del Novecento, con tutti i suoi grandi cattivi (anche parodistici, come Lupin) e signori del male, da Zakimort a Fantomâs. Tutti protagonisti di narrativa popolare dai toni forti e dalle forti emozioni.
          In fondo gli scandali e i litigi televisivi che tanto piacciono oggi sono versioni moderne di corrispettivi letterari d’un tempo: malgrado non mi piacciano, non discuto lo “spirito”, ma la forma. Almeno le grandi storie nere erano scritte bene… 😛

          "Mi piace"

        25. Un equivalente, forse.
          Onestamente io penso che nel pol.corr. ci siam dentro fino al collo, altro che “entrare nel Medioevo” – magari ci tornassimo.
          La modernità è un calcio nel sedere del popolo alla cui inventiva parliamo qui di abbeverarci… e cos’è l’Italia se non (poco più di) una succursale statunitense? Uhm.

          Come mai ritieni improprio il termine “classico”?

          Piace a 1 persona

        26. Perché temo che l’accezione odierna di “classico” sia “volumone noioso e polveroso che parla di cose vecchie in modo difficile”. La mia paura è che chiamare “classico” un testo come per esempio “Notre Dame de Paris” sia un modo per metterlo in cantina, quando invece è un’opera pulsante, violenta e straziante. (Purtroppo umiliata dai cartoni animati Disney, che però in fondo è un modo per far capire quanto sia ancora capace di parlare a pubblici diversi.)
          Se oggi prendessero il testo di una qualsiasi fiction o telenovela della TV, lo pubblicassero a forma di romanzo e fra cento anni qualcuno lo leggesse, probabilmente lo chiamerebbe classico 😛

          Piace a 1 persona

        27. Capisco… ma credo che questo rischio, di scambiare il classico per il vecchio, sia trasversale alle epoche ed ai cervelli… in altre parole, tocca sopportarlo e fare del nostro meglio per dare lustro all’idea di classico, senza badar troppo a chi la schifa.

          Non so se mi darebbe poi fastidio sapere che un romanzo considerato “classico” proviene da un prodotto popolare di media (o scarsa) qualità.
          Nell’accezione di classico è incluso il successo di un libro/film/ecc., non il sucesso commerciale ma quello d’aver “parlato” al pubblico in modo efficace, ancorché alle volte non raffinato; e ancora parlare in modo persistente attraverso le generazioni e la geografia…
          … perciò senza azzardare troppo, in fondo anche molti fumetti, da sempre ed in parte ancora oggi ritenuti roba di serie b se non c o z, sono altrettanto classici di un Hugo.

          C’è anche da dire che nel passaggio da schermo a libro o viceversa, spesso la qualità o, se vogliamo restare umili, la capacità di assumere una forma godibile e comprensibile a più persone aumenta.
          Per quanto mi riguarda spero che Cinquanta sfumature non diventi mai un classico, ma è probabile accada, e di certo a questa possibilità ha dato impulso la trasformazione da fanfiction a storia editata, rimaneggiata, insomma riscritta e poi adattata al cinema…

          Piace a 1 persona

        28. Occhio che queste notizie sono segno di tempi di grande crisi spacciati per grandi eventi.
          Al netto delle falsità – tipo “vendute 100 milioni di copie solo in Molise”! – tolte le bugie più smaccate, ciò che resta è la totale incapacità degli agenti letterari e la paraculaggine delle case editrici, che non puntano sugli autori, non scommettono sui libri, ma raccattano da autori che lavorano a gratis e tentano il colpaccio.
          Dan Brown è stato un successo a tavolino, per cui le case hanno speso cifre impressionanti per spingere il libro, poi hanno capito che si spendeva troppo, c’era troppo rischio, e via a ravanare fra le migliaia e migliaia di fan fiction che escono fuori in ogni dove. Roba gratis che se guadagna un dollaro è un dollaro guadagnato; se fa il botto, è tutto guadagno!
          Come detto più volte nei miei blog, il problema a monte è l’estinzione dei lettori, quindi le case non possono più “comandarsela”: non possono puntare su un buon prodotto, ma solo sulla roba “di cui tutti parlano” (espressione nata proprio in questi anni).
          Sono contento per gli autori di fan fiction che diventano famosi, ma da autore di fan fiction sono il primo a chiedere qualcosa di meglio per il panorama letterario! 😛

          "Mi piace"

        29. E’ proprio questo che mi genera immane tristezza.
          L’andare a scavare nei bassifondi – che pure annoverano cose bellissime ma, come dice la stessa Anna Todd, nate per quell’ambiente e che in quell’ambiente soltanto prosperano.
          Con la conseguenza di inaridire una creazione altrimenti vitale.
          Non che sia contro la pubblicazione con l’editoria tradizionale, della quale ho grande riguardo, di autori che nascono come fanwriter (we’re in this together), ma se le motivazioni e gli obbiettivi sono quelli che hai individuato tu, e lo sono, tutto si traduce in fregatura.

          Posso chiederti per quali fandom e su quale piattaforma scrivi fanfic?

          Piace a 1 persona

        30. L’editoria digitale (in cui comprendo anche la fan fiction on lnie) ha dato possibilità di espressione a una quantità enorme di persone che non sarebbe mai arrivata all’editoria classica, solo che così facendo manca il “filtro”, cioè la scelta degli autori, la cura, l’editing e tutto il resto che solo una casa editrice può garantire.
          Finché ci si diverte e si raccontano storie per cazzeggiare, è tutto perfetto: quando da quel bacino si attinge per i nuovi “capolavori” o “classici”, mi permetto di storcere la bocca…

          Anni fa per pura follia e voglia di cazzeggio ho cominciato a raccontare ogni venerdì una storia che vedesse un personaggio pressoché inedito in Itaila – Boyka, protagonista di alcuni grandiosi film di arti marziali – contro gli xenomorfi della saga di Alien. “Aliens vs Boyka” è apparsa su un paio di piattaforme di fan fiction e anche nel mio blog alieno.
          Se vuoi farti due risate, ecco la prima avventura completa 😀

          Piace a 1 persona

        31. Naturalmente (o forse no, meglio precisarlo sempre) io sono per la qualità – quella cosa fumosa e indecidibile peggio del gatto di Schrödinger -e lo sono sempre, che si peschi da Wattpad o si pubblichi un autorevole professore (e oggi come oggi anche i professori titolati cadono di frequente in strafalcioni ed orrori, per tacere delle coglionerie di contenuto, che ne basta la metà).
          Non trovo per niente strana l’idea che tra le fanfiction possa esserci la prossima autrice o il prossimo autore valido, e non solo di grido, o il prossimo capolavoro: e sono serissima nell’affermarlo.
          Con questo non smentendo assolutamente la più alta percentuale di possibilità che l’editoria, di fatto ormai quasi solo un’azienda a caccia di profitto, vada serenamente a pesca di minchiate in quanto ciò le garantisce buona stampa e grana.

          Lo vedi?
          Ci volevi tu per farmi rispolverare il Kindle 😁

          Piace a 1 persona

        32. Temo che l’editoria sia sempre stata un business unicamente votato al guadagno, ma prima giravano così tanti soldi che si poteva pure perdere del tempo nella qualità. Quando i tuoi libri vendono milioni di copie, stai attento a ciò che pubblichi e puoi rifiutare; quando vendi qualche migliaio di copie per puzza, pubblichi pure la lista della spesa, basta che l’autore non chieda un compenso.
          Purtroppo la sensazione è che in Italia tutti scrivano ma nessuno legga, quindi c’è un esercito sconfinato di persone che non comprerebbero un libro neanche sotto tortura ma hanno i cassetti pieni di propri manoscritti, quindi le case editrici si trovano davanti un pubblico che non compra i propri prodotti ma è disposto a usare gratis i propri servizi, quindi da lettori paganti diventano autori “a gratis”. Quindi è pieno di “autori esordienti” (cioè che non possono chiedere un alto compenso, o proprio a gratis) come mai si sono visti in Italia, paese che quando esistevano i lettori non pubblicava che una infinitesimale percentuale di autori nuovi ogni anno..

          Piace a 1 persona

        33. Splendido! Ed erano gli anni ’80! Sembra attualissimo…
          La prima parte mi ha ricordato di quando ho fatto parte di un gruppo che vagliava opere inedite per la pubblicazione su una piccola casa editrice, esperienza solitaria che non ho mai più voluto ripetere. Possibile che un aspirante autore non si premuri di inviare un testo anche solo vagamente dignitoso? Dov’è finita la sana vergogna del giudizio altrui che ci frena dal diventare tutti scrittori? No, non potrei mai fare lavoro editoriale per mestiere, finirei per andare a strozzare gli autori 😀

          Piace a 1 persona

        34. Ahah, temo che valga lo stesso per me… anche se quella dell’editing, previa adeguata formazione, mi pare una delle poche vie lavorative di un livello non elementare che potrei intraprendere; dopotutto anche se in modo del tutto amatoriale credo di avere determinate caratteristiche necessarie al ruolo (o che dovrebbero esserlo)… accuratezza, metodicità, altruismo, anche.

          Piace a 1 persona

        35. Anni fa per un mio blog a fumetti ho fatto una retrospettiva su un autore noto, Greg Rucka, specializzato in personaggi femminili. Mi sono letto tutto ci che ho trovato di suo in italiano e qualcosa anche in inglese, e il bilancio era oggettivo: ogni volta che scriveva per case indipendenti, i suoi personaggi erano spettacolari, frizzanti, multistrato, densi; appena scriveva supertutine, una roba illeggibile e piena di scene imbarazzanti.
          Non capisco come possano piacere così tanto i supereroi, che secondo me tirano fuori il peggio anche dagli autori migliori!

          "Mi piace"

        36. Pure un blog a fumetti?! 😮
          Ma quanti tentacoli hai? 😀

          Forse la variabile indipendente nell’equazione sta proprio nel lavorare… da indipendente?, e i supereroi non sono che la variabile dipendente… cioè se avesse scritto di supertutine per aziende “libere” le avrebbe rese appetibili anche a te 😉
          O forse no!

          Ma hai sicuramente gettato il seme di una curiosità non da poco.
          Finora il mondo si divideva, anche per me, tra chi amava le tutine e chi no, per le più svariate ragioni ma, comunque, senza mettere in discussione la loro “innocenza”.
          Ora, invece, pare che belli o brutti, apprezzati o meno abbiano tutti una macchia che li contamina alla radice – alla faccia dell’eroe “senza macchia e senza paura”.

          Piace a 1 persona

        37. questo devi dirmelo tu 😉
          Se è vero che è l’argomento stesso, il personaggio stesso supereroe (in tutina, ovviamente) a rappresentare una sorta di kryptonite per autori altrimenti validi, deve esserci qualcosa di ontologicamente sbagliato nel supereroe.
          Forse perché riduce gli esseri umani che ha la missione di salvare in vittime predestinate, in meri oggetti della sua azione?
          (Non è il mio pensiero, ma può essere una deriva facile da prendere).

          Piace a 1 persona

        38. Ah, sì, in quel senso sì. Spesso ho chiesto ad appassionati esperti di fumetti di consigliarmi storie che considerano grandiose, così magari da cambiare idea anch’io: ciò che mi è stato consigliato non lo considero neanche vicino alla sufficienza. Non perché mi aspettassi Dostoevskij, ma l’autore non aveva alcuna possibilità di distanziarsi da una quantità di regole e restrizioni così enorme che non c’era alcuno spazio ad alcuna creatività, o anche solo voglia di divertire.
          Per esempio è molto apprezzato Ed Brubaker, autore di storie noir molto dure in cui ha calato alcuni supereroi (per esempio Daredevil), ma il problema è che il noir prevede cattiveria, crimine, violenza, morte… tutta roba vietatissima a fumetti, quindi alla fine è solo tanta fuffa…
          Nelle storie senza tutine, ovviamente Brubaker è grandioso!

          Piace a 1 persona

        39. Ora ti farò ridere con la mia frase jolly: di [Brubaker] non so nulla, ma è un nome che ho già sentito! 😉
          Visto ciò che ne dici, lo cercherò senz’altro.
          Così a naso, mi vien da pensare che alla fine della fiera, semplicemente, a te non piacciano i supereroi (ma va?), senza che dietro a questa antipatia vi sia una ragione più “grande”, una motivazione da massimi sistemi.
          Potrei usare le tue stesse parole per descrivere la sensazione particolare – ma nient’affatto ambigua, anzi chiarissima – che ho avuto leggendo il mio primo Don Winslow (posterò qualcosa sabato): e cioè che lui sia un grandissimo scrittore, che Corruzione sia un gran libro, ma che sia tuttavia ben diverso da quello che mi aspettavo.
          Il punto è che devo accettare questo libro per quel che è, bello e “giusto così” anche se diverso dai miei desideri.
          Lo stesso vale, credo, per le tutine di Brubaker… con un’importante annotazione, però: se scrivi per la Marvel, le tue storie non possono e non devono contraddire, staccarsi violentemente dalle loro storie. Ma se lavori da indipendente su personaggi di altri (supponendo di avere acquistato i diritti per farlo…) le tue storie allora sì, dovrebbero essere solo tue. Nessun pubblico, per fedele che sia, dovrebbe scandalizzarsene, perché quello che fai è un di più rispetto al fandom, che si può liberamente fare proprio oppure ignorare, senza con ciò intaccare la linea originale.

          Dunque come vedi siamo d’accordo… poi io son di bocca buona, ma questo è un altro discorso 🙂

          Piace a 1 persona

        40. Che io sia geneticamente intollerante alle tutine è chiaro e sono il primo a confessarlo 😛 Però c’è qualcosa di più “narrativo” che travalica la semplice antipatia.
          Immagina che io scriva una storia nera, con la moglie e l’amante che dopo una torbida notte di passione si mettono d’accordo per uccidere il marito di lei, ma all’ultimo l’amante uccide la moglie perché segretamente si era già messo d’accordo col marito. Un classico, appunto.
          Brubaker scrive questo tipo di nero con ottimi risultati. Poi però deve scrivere una storia criminale per le supertutine, che sono un prodotto per ragazzi…
          Dopo una languida chiacchierata davanti ad un frullato, moglie e conoscente si mettono d’accordo per uccidere il marito, ma poi lui non spara perché non è giusto, e il marito tira fuori una pistola, minaccia, ma poi non spara, poi la moglie tira fuori la pistola, minaccia, ma non spara, e tutti minacciano ma non sparano, arriva gente da fuori, minaccia ma non spara, arriva gente in città per minacciare ma alla fine nessuno spara, nessuno muore. E’ una storia di pure minacce inutili.
          Ecco, questa è la narrazione delle supertutine 😀

          "Mi piace"

        41. Muahahah, fenomeno… in pratica hai descritto una banda di beghine del Consiglio Parrocchiale 🤣🤣🤣
          Capisco meglio, ora.
          E in effetti quante volte un villain mette a faccia in giù nella tazza del cesso lo stesso uomo a cui, una volta che abbia indossata la tutina, finirà per genuflettersi quasi solo in forza del suo essere un simbolo (ed eccolo che ritorna)?
          La minaccia stessa è già l’arma che spara, si direbbe.
          Mentre qualcun altro insegna che, se minacci la morte sul palcoscenico, morte ci dev’essere.

          Al che comprendo anche il tuo definirli un “prodotto per ragazzi”, anche se non sono d’accordo 😉

          Piace a 1 persona

  1. Non entro nella questione bellezza – anche se è innegabile che il Ben Affleck dell’epoca fosse molto più “gagliardo” di quello che sarebbe diventato! – ma sul film devo spezzare una lancia. Fosse uscito nel 1963 potrei capire, ma è del 2003 diamine: possibile che non esista un mio solo coetaneo che lo conosce? Sai che sei la prima da tanto tempo che sento citarlo?
    Quando è uscita la tanto strombazzata serie di Daredevil sembrava che per la prima volta il personaggio appariva al pubblico: capisco che ben pochi italiani leggessero i fumetti di Devil, nei decenni passati, ma possibile che il 2003 fosse stato cancellato dai calendari?
    Comunque all’epoca nessuno osò pronunciare a voce alta alcuna critica: il film era fighissimo, pieno di attoroni e che abbia avutos successo lo dimostra l’immediato spin-off “Elektra”. E’ ovvio che gli effetti speciali invecchiano già dopo cinque minuti: basta vedere com’era fatto il primo film di Hulk per strapparsi i capelli, ma all’epoca – ripeto – di critiche a voce alta non se ne trovavano.
    Oggi tuti a fare confronti con la serie TV, che è ingiusto: Daredevil è apparso in TV già negli anni Ottanta ed era una barzelletta, perché non lo paragoniamo con quello???
    La mia genetica incapacità di apprezzare le supertutine mi impedisce di condividere la tua novella passione, ma capisco la passione ^_^

    Piace a 1 persona

    1. Siamo gemelli del destino, destinati cioè a trovare un raro riscontro nell’altro su cose che alle tante possiamo persino convincerci di esserci sognati… non esistesse la prova fisica di un dvd 😀
      In effetti ho letto che se appunto la critica l’ha… criticato, ed io concordo, al botteghino e nell’opinione del pubblico non andò affatto così male.
      Certo, poi per un Affleck con ben altri successi alle spalle diventa pure facile sputarci sopra, ma mi pare fin troppo gratuito.

      Tranquillo, comunque, finché non decido di cucirmene una apposta da indossare io, di tutina, una parvenza di sanità mentale mi resta 😉

      Piace a 1 persona

      1. ahahaha già mi vedo Super-Celia guardare la città notturna dall’alto di un tetto, con il mantello al vento e lo sguardo fisso a cercare il crimine.
        E quando sotto la gente passa, la guarda e chiede «Ma è seria?», c’è sempre qualcuno che risponde con voce impostata: «No… Celia!» 😀

        Piace a 1 persona

        1. 😄😄😄 Appunto, appunto 🙂
          Naturalmente sopra alla maschera terrei gli occhiali à la Harry Potter con la montatura verde, per niente riconoscibili.
          Certo nella mia travagliata città il crimine non conosce pause caffé: basta aprire una finestra per scovare una delinquente che getta i rifiuti dentro al fosso… 👿
          … è una vita dura, ma è quella che mi sono scelta! 👍🏻

          Piace a 1 persona

    1. Gentilissimo 🙂
      (Sì, ho dei lettori fantastici!) 💕

      Puoi certamente vedere di meglio, a parte il fatto che non sei un adoratore delle tutine… 😀
      E magari la mia pseudo-recensione servirà davvero a qualcuno per risparmiarsi un paio d’ore di vita 😉

      Del resto non è che un “gancio” per tenere nota delle cose che contano.
      Senso e superabilità del limite, fede, disabilità, ovviamente la possibilità dell’amore… that’s it.
      Ad ogni modo, mi sono subito orientata al recupero dei fumetti, per quel che posso. Dd ha già doppiato Batman e Superman.

      Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...