Di legno e cemento

Da tempo non ci passo, ma negli scorsi anni avevo l’abitudine, quando uscivo a camminare, di far visita ad un vecchio cascinale abbandonato: scolorito da pioggia e vento, accerchiato dall’erba alta, le assi delle persiane sfasciate che guardano i passanti come da un occhio pesto.
Poco fuori dal centro abitato, in piena zona industriale – dalla quale l’edificio prende il nome, o forse è chi lo ha abitato ad avere imposto il proprio a tutto il circondario – sorge imponente ma dimesso come un discendente di stirpe nobile conscio che c’è stata una rivoluzione, e gli uomini adesso venerano altre cose. Ma:

La casa è sempre autobiografia, segno del tempo anche quando è luogo disertato, lasciato. Dà voce a un mondo anche quando diventa muto, quando è stato un fugace fondale provvisorio.
E’ sinonimo di patria perché le case sono spugne che assorbono i gesti di chi le abita. Ogni casa produce memoria, qualcosa di immateriale eppure concreto, esperito. E’ luogo iniziatico, è sintesi come nient’altro. Dove vivi ogni giorno, quello è ciò di cui vivi.
Paolo Pagani, I luoghi del pensiero – [fonte]

dalla serie Abandoned – foto di Eleonora Costi

35 pensieri riguardo “Di legno e cemento

    1. Non lo conosco… ed io sono più per il legno, ma… raccontami di più, dài 😉
      Hai un guru architettonico perché hai a che fare con l’architettura, anche, o così per caso e fortuna?

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      1. Per super-caso! — A parte il transitivo interesse mutuato dai miei genitori e parenti (semplici appassionati), all’università ho avuto a che fare con alcuni coinquilini (per altro non miei) che facevano architettura: e mentre studiavano storia dell’architettura io ero ben felice di aiutarli ascoltandoli (io che, al liceo, avevo fatto solo la generica storia dell’arte) — Sono stati loro (oltre che i miei parenti) a farmi conoscere Michelucci che è stato uno dei pochi architetti top-class a essere toscano! E questo non voleva dire semplice orgoglio campanilistico del tutto inutile, no no, voleva dire poter andare a vedere dal vivo le sue opere senza fare chilometri! E voleva dire anche avere la consapevolezza che gli edifici che avevo visto fin da ragazzo e che mi erano piaciuti, erano di un super! — Aveva costruito interi centri abitati per gli operai ENEL negli anni ’50-’60, a poca distanza dal mio paesino (molto vicino ai siti di sfruttamento della geotermia, industria che, per un po’, dette da mangiare a qualche mio pro-zio!), che io, anche in giovane età, col motorino, andavo a vedere con contentezza! — Aveva costruito la super-stramba chiesa dell’Autostrada a Firenze, che vedevo ogni volta che arrivavo in città in macchina! — e anche la Stazione di Santa Maria Novella era sua! dove ho camminato quasi tutti i giorni, una volta stabilitomi lì per fare l’università: scoprirlo è stato scoprire un “padre” architettonico! — e dal conoscere lui è stata poi una passeggiata in discesa conoscere anche altri… — però non ho mai avuto davvero il tempo di appassionarmi proprio veramente all’architettura: la guardo ancora come “storico” occasionale della domenica!

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        1. Ma è già tanto 🙂
          Confesso che sono subito andata a sorvolare biografia e opere (delle quali, però, non me n’è piaciuta praticamente nessuna…! Salvo la chiesa dei santi Pietro e Girolamo, e solo l’esterno…) ma mi ha fatto sobbalzare quanto ha detto a proposito del suo rifarsi, almeno in un certo periodo, allo stile fascista che a parole allontanava da sé:
          “Avevo sempre creduto di essere stato antifascista […] Per il mio antifascismo arrivai a dir male dell’urbanistica perché non potevo attaccare direttamente la politica […] A distanza di venti anni rivedendo quello che ho fatto in quel periodo (anche se non ciò che ho scritto) m’accorgo che c’ero dentro come gli altri e la mia reazione non valse ad eliminare dalle mie costruzioni il fascismo che era nell’aria, la retoria, l’accademia […] La reazione improvvisa e violenta che ho avuto è stata con la costruzione della chiesa di Collina”.
          Noto anche che il suo nome compare su un “Lettere a una sconosciuta”, pubblicato da Diabasis (Reggio Emilia) nel 2001… sembrerebbe sia roba sua. (E mi fa venire in mente Ophuls, visto questo mese).

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        2. Le volute dei movimenti di macchina di Ophüls mi ricordano molto le linee della chiesa di Michelucci di Longarone — e non sai che dramma è andare su per la campagna di Pistoia a cercare la chiesa si Pietro e Girolamo (la Chiesa di Collina a Pistoia) prima della diffusione di massa dei telefonini col GPS! — sbagliammo strada almeno 5 volte anche se avevo controllato in modo certosino il Google Street View prima di partire! — c’eravamo già arresi quando riconoscemmo la svolta giusta! — ed era anche chiusa, sicché l’interno non l’ho mai visto!

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        3. Ode alla perseveranza!
          Col Gps non ho un buon rapporto, né con l’orientamento spaziale in generale…

          Solo tu, credo, saresti in grado fra quelli che conosco di accostare delle linee architettoniche ai movimenti di macchina.
          Non per altro, ma perché trovare similitudini tra un oggetto statico ed uno dinamico non è banale.
          Ophuls mi aveva colpito leggendo di recente alcuni post consigliati qui, perciò gli ho creato il suo bello scaffale – e che gioia scoprire che avrebbero dato Lettera da una sconosciuta in tv.

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        4. io lo conosco ancora poco, ma è imprescindibile punto di riferimento, per esempio, per gente del calibro di Kubrick [lo citava sempre nelle sue liste di registi preferiti da dare in pasto agli intervistatori!]

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  1. Un amico che vive in un bell’appartamento in una via settecentesca di Genova un giorno mi disse “non riuscirei a vivere in una casa moderna, ho bisogno di vivere in una casa dove sia morta un po’ di gente”. Non so quanto c’entri, ma mi è venuto in mente leggendo questo post.

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      1. Anche a me piacciono le case con della storia. Poi, dovendo essere concreto e dovendomi accontentare, mi interessano soprattutto 2 cose per la casa dove vivere: che non si sentano i rumori della strada e che ci siano tanti libri. Tutto sommato non posso lamentarmi di come mi è andata: ho sempre avuto una casa silenziosa e con tanti libri.

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        1. I miei due requisiti:
          che sia al pianterreno, e soprattutto che sia indipendente, se non addirittura isolata.
          I rumori della strada – a differenza di quelli della vita dei vicini – non mi dispiacciono, invece; posso essere tanto campagnola quanto metropolitana. Per me, un treno o un aereo, un tram o le sirene sono un sottofondo discreto, sonoro ma non invadente.
          I libri, sì, ma in fondo siamo noi a doverceli mettere; non sono una caratteristica della casa in sé.

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  2. Ogni casa ha una sua storia da raccontare, fatta di persone, lavori, ricordi, e tutto ciò che ci ruota attorno.

    Io ne ho in mente due particolari e sono appartenute a dei miei zii che ora non ci sono più da un po’ di anni.

    Entrambe sono molto vecchie (sono case del 1800 e passa) e ormai abbandonate totalmente a loro stesse che stanno crollando piano piano a pezzi.

    La prima si trova ancora su una strada in periferia. Aveva un grande orto e i primi due miei zii vivevano lì in affitto e curavano l’orto per conto dei proprietari. Era un orto molto buono dove ci usciva di tutto e la gente veniva contenta a comprare perché mio zio non usava nulla per curare le piante, né medicine né pesticidi né nient’altro. Conosceva i metodi naturali per non farle ammalare.

    Poi un giorno i proprietari, dopo tanti anni, hanno deciso di ringraziarli mandandoli via e quindi hanno dovuto trovare un’altra casa in fretta perché non sapevano dove andare e per fortuna l’avevano trovata un po’ più in centro, ma non era la stessa cosa, e sopratutto non aveva nessun giardino da curare.

    Dopo che erano stati mandati via, in quella casa non ci è più andata nessuno e il bell’orto che c’era è stato tutto distrutto e cementato per costruirci sopra delle casette a schiera.

    Del resto, quando hai a che fare con persone avide di denaro che non guardano mai in faccia nessuno succede questo e anche altro. Spero solo che prima o poi questi qui finiscano in mezzo alla strada senza manco un centesimo in tasca.

    La seconda casa, invece, è appartenuta ad un altro mio zio e prima ancora ci aveva vissuto (e ci era nato) mio padre quand’era piccolo insieme ai miei nonni e ai fratelli. Quando loro si trasferirono altrove venne lui con la moglie ad abitarci.

    Ora che sono morti non c’è più nessuno, ma c’è una cosa da dire: mio zio ha avuto 7 figli e quasi tutti che abitano in Francia (tranne due a Milano), e nessuno che si parla tra di loro, si sono litigati tutti quanti, e ogni volta che c’era qualcuno che voleva comprare la casa per viverci e restaurarla, oppure comprare l’orto che aveva (anche lui era contadino come l’altro mio zio), hanno sempre fatto in modo di impedire ogni cosa, sempre per farsi un dispetto tra di loro, e quindi è tutto lasciato così all’abbandono più totale per la stupidità di questi elementi qui.

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    1. Non metto il like solo per tristezza & mestizia…
      … non posso giudicare le situazioni che mi hai raccontato, perché non ci sono dentro e dovrei andare sulla fiducia; ma quante ne ho viste di simili? Anche nella mia famiglia, sicuro.
      Se vogliamo, la mia tensione al minimalismo, l’idea di farmi bastare spazi piccoli e oggetti pochi, è rafforzata dalla riflessione su cosa potrà mai essere della mia eredità… meglio schivare certi colpi, se possibile.

      C’è una sola casa – che poi è una cascina – che mi piacerebbe visitare, in cui è nato ed ha vissuto mio padre (so che esiste ancora e so più o meno in che zona si trova).
      Un po’ ho paura di ciò che posso trovarci, un po’ fantastico di poterla rilevare, un giorno.

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      1. Meglio schivarli sì certi colpi, hai pienamente ragione.

        Per la cascina di tuo padre, sopratutto se è vecchia e abitata (ma anche disabitata), qualcosa devi aspettartela per forza di cose, ma chissà che tu non riesca a rilevarla un giorno se è quello che desideri veramente 🙂

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        1. A proposito di vicini molesti… ora che è giunta la sera ed ho controllato in giro, posso dichiarare ufficialmente che una delle vicine ha infine traslocato, se n’è andata con tutta la sua rumorosa famiglia… evviva! Una in meno 😉
          (Ora speriamo che chi arriverà, quando arriverà, non sia pure peggio… ma intanto godiamocela).

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        2. Beata te, io continuo ad averceli sempre, ed è pure un mio cugino con moglie e due figli piccoli che fanno a gara a chi strilla di più anche fino alle 2 di notte

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        3. Ecco… quella roba lì, oltre ad altre amenità.
          Per lo meno l’altra vicina è più fuori di zucca, ma la sento poco. Sembra una banalità, ma sappiamo che fa una grossa differenza!
          (Pensa che, avendole comprate per un altro scopo, ad un certo punto ho iniziato ad usare le cuffie insonorizzanti della Maurer per attutire il casino quando esageravano).

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        4. E come no. La mia massima aspirazione.
          Che siano o meno abbandonate – ma, per forza di cose, sono spesso almeno vecchie – mi capita spesso di adocchiare casette di taglia medio-piccola, staccate da tutto il resto anche se magari immerse in una zona fitta di palazzi.
          Esagerando, ma neanche troppo, ho detto un sacco di volte che avrei adorato andare a vivere nel casotto in mezzo al campo, piuttosto che circondata dalla simpatia esuberante dei miei vicini 😁
          Forse più ancora della cascina in cui è nato mio padre mi piacerebbe poter vivere nell’appartamento posto sopra quello che è stato il bar dei miei, aperto da loro, in paese e per altro vicino a dove sto ora. Al limite del paese, ma ancora all’interno.

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        5. Grazie tesoro, al momento mi sto dannando anche l’anima per riuscire a fare quello che c’è da fare, ma pure io non demordo e prima o poi ci riuscirò 😉

          L’importante poi è continuare a parlarne 🙂

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    1. Ci sono diversi fotografi, oltre ad Eleonora Costi, che annoverano tra i loro soggetti edifici o intere aree abbandonati.
      E’ una cosa che mi affascina molto, sono sempre stata una romantica.

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      1. CD carissima, qui usi il termine «romantica» nel senso comune dell’aggettivo (comune, ma piacevole e dolce a leggersi), ma in effetti se ci pensi tutto il fenomeno culturale a suo tempo definito «romanticismo» ha un rapporto di preferenza verso rovine, case diroccate, mura «vissute» in genere

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        1. In effetti!
          Non ci avevo minimamente pensato, anche perché quel romanticismo mi disturba.
          Decliniamo la cosa in inglese, allora, con un termine che amo: I’ve always been so sensitive…

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