Sul mare .1: Avventura nell’artico, Arthur Conan Doyle

Inauguro la prima serie di letture tematiche, dedicata al “mare d’inverno” – mare, oceano, inverno o quasi inverno, ma pure estate purché ci sia qualche burrasca e almeno un pirata nei paraggi… -, come preannunciato qui.
E parto da una mia recente conoscenza, Conan Doyle; notissimo a tutti per il canone holmesiano ma, collateralmente, autore anche di resoconti e memorie della sua vita tra balene (il libro in questione racconta appunto della spedizione di caccia alla balena alla quale partecipò nel suo ventesimo anno) e fate (avrete forse sentito parlare della sua passione per lo spiritismo e della sua fede nel paranormale, in apparente contraddizione con i dettami del suo stesso iconico personaggio. Io l’ho appreso leggendo un testo che consiglio caldamente, Il grande Houdini di Massimo Polidoro).

L’edizione UTET di C. Doyle è delle migliori: copertina rigida decorata con uno sfondo che richiama i lastroni di ghiaccio della banchisa artica, risvolti con la riproduzione di documenti d’interesse quali orari delle maree a Glasgow nel 1875, costi di materiali di cancelleria presso la Campbell nonché degli invii postali, date delle festività pubbliche… 

… al centro, un inserto di 64 pagg. patinate con la riproduzione a colori del diario di bordo personale (poiché C. Doyle tenne, in uno stile ben più asciutto, anche quello ufficiale della baleniera Hope sulla quale s’era imbarcato), con alcune illustrazioni piuttosto infantili ed una calligrafia piacevole.

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Il testo si divide in quattro parti:

  1. un’illuminante introduzione a cura di Jon Lellenberg e Daniel Stashower;
  2. il diario vero e proprio, datato 28 febbraio > 11 agosto 1880;
  3. un’ulteriore breve tranche biografica dell’autore, degli stessi curatori, dalla laurea in Medicina alla morte;
  4. gli Scritti artici di C. Doyle, i resoconti pubblicati sui quotidiani anni dopo il periodo considerato più un paio di racconti, Il capitano della Pole Star L’avventura di Black Peter.

La terza e la quarta sono, a mio avviso, le sezioni più valide.
Grazie ad esse ed alla varietà offerta dal libro il mio voto si sbilancia sul 3.5/5 ⭐⭐⭐ 

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Arthur Conan Doyle è il terzo da sinistra.

Come raccontato nella terza sezione, nonostante il modesto successo della spedizione artica, fu appunto quest’ultima a “risultare decisiva per i primi successi” letterari (tra i quali un racconto di spettri e di navi fantasma) – senza dimenticare che durante il viaggio lo scrittore non cessò mai di dedicarsi alla narrativa, né di conservare numerosi ricordi e impressioni che avrebbe poi rimaneggiato: il personaggio di Watson deve infatti la sua apparenza fisica e qualche dettaglio biografico proprio ad un membro dell’equipaggio di una nave “collega” della Hope.
Lungo tutte le pagine emerge, come il dorso di una balena che smuove piano l’acqua, il profilo di un uomo che per molti versi ha inventato un titanico Sherlock Holmes a sua immagine e somiglianza, sebbene il personaggio risulti sì freddamente analitico, ma persino più comprensivo e bonario nei riguardi di Watson, modello di ogni persona stimabile e tuttavia intellettualmente, o professionalmente, inadeguata ed insufficiente, bisognosa di una guida esperta.
Non nego che diverse volte, alle sue osservazioni non dico sprezzanti ma taglienti, avrei voluto sputargli in un occhio, prendendo le parti di marinai magari realmente incapaci, ma con i quali finivo per identificarmi. Sarà, la mia, la classica reazione di chi riconosce un proprio difetto nell’altro che gli sta di fronte? Uhm.
Lo stesso dicasi per una più generale, leggera misantropia, sempre velata ma in certi frangenti limpida:

L’erba verde sulla costa dopo quasi sei mesi senza vederla appare come una bella novità, ma le case sono ributtanti. Detesto il volgare ronzio umano e mi piacerebbe tornare sulle lastre di ghiaccio galleggianti.

<< Sul mare c’è una società
dove nessuno si intromette e la musica scroscia! >>
[Dal Pellegrinaggio del giovane Aroldo, Byron]

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Balena franca boreale, della specie cacciata dalla Hope.

Fra le cose che ho trovato più piacevoli ce ne sono due che non sorprende “pescare” in un resoconto simile, e soprattutto in un’epoca forse meno alfabetizzata (?), ma mediamente più colta: gli elenchi analitici (di esemplari catturati, dalle balene agli uccelli e pesci passando per le foche; di cifre: tonnellate di olio ricavato, guadagni, ecc.; di quote suddivise tra le varie squadre di marinai), e poi le citazioni: più riconoscibili ed esplicite quelle letterarie, più nascoste e implicite quelle bibliche.
Di queste ultime ve ne sono parecchie, ben spiegate nelle note a piè di pagina.
Mi chiedo se, invece, lo scrittore Oliver Wendell Holmes – molto apprezzato dall’autore – possa avere a che fare col cognome del suo investigatore. Sicuramente i lettori di questo blog più fedeli al segugio di Baker Street avranno sepolto una puntuale risposta in qualche loro post fra gli innumerevoli a lui dedicati; io mi limito a lanciare per aria il dubbio e lasciarlo cadere dove capita.

Un ultimo argomento rilevante che vorrei appuntare è questo: se sia o meno accettabile eticamente, doloroso per chi lo fa, uccidere degli animali.
Oh, io la metto giù semplice e dura, non mi interessa ora stare a disquisire su animalismo e dintorni; è però inevitabile, leggendo di professionisti dediti a cacciare mammiferi ed uccelli a spron battuto, farsi delle domande e cercare tra le righe le opinioni di chi scrive.
Dunque chiarisco subito: non c’è da parte di C. Doyle una cosiddetta “presa di posizione”, né a favore né contraria; non solo perché il problema era sicuramente meno sentito all’epoca, ma anche perché – e questo mi è piaciuto – in lui convivono tanto la serenità del cacciatore umano che considera legittima e sensata la sua azione, quanto occasioni di pietà, consapevoli ma circoscritte, che non danno adito a riflessioni complicate.
In altre parole, la riflessione segue l’azione e non la precede, è distesa ma priva di sofismi o sensi di colpa arbitrari. Può costituire un’utile esca per proseguirla autonomamente, ma di certo non lascia la (brutta) sensazione di volersi giustificare agli occhi di un eventuale lettore. E questo fattore, mi pare, noi “moderni” l’abbiamo un po’ perso!

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(Scheletro di) balena franca boreale.

36 pensieri riguardo “Sul mare .1: Avventura nell’artico, Arthur Conan Doyle

  1. Nella mia abissale e non approfondita conoscenza dello scrittore, non sapevo che Conan Doyle avesse viaggiato nell’Artico, l’ho sempre pensato a casa sua a scrivere… Bello però questo libro, da come lo hai descritto (tralasciando il voto) contiene parecchie cose sulla quale riflettere e che descrivono pensieri, usi e costumi di un’era che non c’è più.

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    1. Attivo sì, ma “artico” nemmeno io avevo idea lo fosse. Il mix del libro è interessante, suscita ulteriori curiosità che poi potrebbe essere anche la narrativa a soddisfare (sul tavolino, in attesa del ritorno… dal mare, ho Moby Dick, per dire) 😉
      Più ancora che alla luce di una lampada, li si potrebbe sfogliare davanti ad un lume a petrolio 🙂

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      1. Non sarebbe una cattiva idea 🙂 idealmente lo si potrebbe fare 😀

        Con quella luce lì anche i racconti potrebbero essere più interessanti e “vissuti” come se ci si trovasse in quel tempo 🙂

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        1. Guarda, io il lume a petrolio – meglio: a olio… magari di balena – a casa ce l’ho. Ma lo stoppino è integro, e non voglio far danno, preferisco conservarlo com’è 😁
          Del resto grande parte del fascino di queste narrazioni sta appunto nel loro sapore antico. Anche se devo dire che, a parità di antichità, una storia ambientata altrove che sul Grande Blu mi acchiapperebbe meno (tranne se fosse di spettri: quelli possono comparire ovunque che subito mi entusiasmo).

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        2. Bellissima la lampada originale, fai bene a conservarla, è un oggetto prezioso in tutti i sensi, affettivo e non 🙂

          Concordo sul fascino antico di certi racconti dell’epoca, sugli spettri non saprei 😅 che poi leggere storie antiche di spettri con la lampada a olio ti si crea lo stesso l’atmosfera particolare ma di tutt’altro genere 😁

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        3. Ahahah 😂 unendo i generi si potrebbero trovare storie di spettri sul mare 😁 Conan Doyle, potevi pensarci!!! O ci ha pensato? 🤔 nel dubbio preparo l’olio per la lampada che ormai è buio 👀

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  2. Questo non lo conoscevo, e dire che ne ho lette tante di cose di Doyle (incluso tutti gli Sherlock, naturalmente)! Dato il tema non credo che approfondirò oltre la cosa, però ti ringrazio di questo post perché non conoscevo questo lato dello scrittore né gli aneddoti su Watson legati a questa sua avventura!

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    1. In effetti era inedito sino a quest’anno – io l’ho incrociato durante i miei vagabondaggi fra i blog, attraverso Le porte dei libri, che ovviamente consiglio 😉
      A me invece non dispiacerebbe leggere i suoi (due, mi pare) libri a proposito delle sue esperienze nello spiritismo – citati per altro proprio in quest’altro testo, e che però non ho trovato. Così da circumnavigare l’argomento sentendo più campane in merito!

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  3. Non pensavo mi piacessero i libri a tema marino fino all’anno scorso quando ho letto il bellissimo “Questa creatura delle tenebre” che narra dei viaggi in Patagonia di Darwin e del capitano Fitzroy… E delle loro due diverse visioni del mondo e del Creato

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    1. E’ giusto interrogarsi su questo e altri problemi, ma passare la vita intera a discettare di massimi sistemi in ogni singola occasione, beh, magari no. Leggere un autore stimato che il problema se lo pone, ma non fa dipendere da esso il corso ed il destino dell’universo intero, è un sollievo.

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