Film .28: Battle in Seattle, Stuart Townsend

Il film, “ispirato ad una storia vera” – cioè le proteste organizzate dagli antagonisti a Seattle per bloccare il meeting della famigerata World Trade Organization nel ’99 – “con personaggi inventati”, racconta appunto degli scontri nati dalla degenerazione (inevitabile?) della manifestazione, in origine non violenta, attuata dai numerosi e diversi gruppi interessati (dai no global agli ambientalisti, passando per i lavoratori in difficoltà).
La confezione è subito riconoscibile: dal documentario riassuntivo di apertura (slegato da ciò che segue), alla presentazione poliziesca canonica dei “soggetti” da tenere d’occhio e delle loro motivazioni, molto didascaliche, la retorica abbonda. Non è tuttavia una retorica compiaciuta, o almeno tale non mi è parsa, nonostante la gran dose di idealismo, spruzzi di romance e svariati dialoghi da aforisma. Per esempio:
“Tu puoi fare la differenza”.
“Sì, ma come?”.
“Di sicuro non scappando”.
(Un attivista ad una sua storica compagna).
Oppure:
“Io e te dovremmo lottare insieme, non l’uno contro l’altro”.
(Lo stesso attivista, in cella, parlando con un poliziotto).
Potrei anche citare la micro-parabola dell’inviata televisiva che, pur mantenendo la propria indole bellicosa, passa da un fronte ad un altro arrivando a disertare la diretta con Clinton per unirsi ai manifestanti con un cerotto a sigillarle la bocca, estremamente simbolico e forse allora nuovo, ma oggi del tutto inefficace sul piano comunicativo.
I momenti che vanno oltre la descrizione pura e permettono di farsi delle vere domande, di innescare un minimo di riflessione, sono pochini. Tra questi un’affermazione per me molto significativa, forse mai inattuale, dell’attivista più agguerrita:
“Le proteste mi eccitano e mi deprimono allo stesso tempo. Non saprei definirmi”.
Si lascia intendere che, al di là delle differenze di vedute, la gran massa degli antagonisti sia tutto sommato compatta, e che il piano dell’azione non violenta venga inclinato da una minoranza di black bloc: idea ancora oggi diffusa e insistita, ma un tantinello ingenua, no?
Le scene degli scontri, non eccezionali in genere, hanno anch’esse momenti chiave forti: i lacrimogeni, il colpo di manganello del tutto gratuito (e fatale) sferrato da uno dei poliziotti ad Ella (Charlize Theron), per altro sposata e in attesa di un figlio dal compagno Dale (Woody Harrelson), anch’egli poliziotto – un tema che poteva essere una bomba, ma è stato sviluppato a metà.
Tra la rabbia di Abasi, rappresentante dello Zimbabwe alla conferenza, che in modo di nuovo retorico mostra come i paesi in via di sviluppo non siano affatto democraticamente e paritariamente accolti nel grembo della WTO, il rappresentante dolente di Medici Senza Frontiere, e dall’altra parte gli attivisti appesi alla gru, freschi e reattivi, ripresi in modo più accattivante, stravincono questi ultimi.
E su questi ultimi, infine, stravince a mani basse la rincorsa senza logica né ragione, tutta istinto, di Dale – arrivato al culmine del nonsenso – su Jay; seppur anche questa giusto abbozzata.

I due trailer, originale ed italiano, sono identici, salvo ovviamente per il parlato e per gli slogan, che tre volte su quattro hanno più ritmo in inglese.
Menzione di merito per i sottotitoli per non udenti, sovraimpressi su fascia scura e perciò più leggibili.

Se vi piacciono i film-reportage, specialmente su temi economico-sociali, questo può andar bene per riempire una serata vuota. Non imperdibile, ma neppure terribile, ed il cast è gonfio di star.
Nella media, ma lo ringrazio per avermi rinfocolato l’entusiasmo di quando studiavo Geografia Economica alle superiori, materia fra le più belle, utile senza essere utilitaristica e prettamente tecnica, e purtroppo semi-sconosciuta.

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