Novecento .1: Il fascismo, macchina imperfetta

Voto: 5/5 ⭐⭐⭐⭐⭐

Così si intitola l’ottimo studio di Guido Melis, insegnante di Storia delle Istituzioni politiche e della Pubblica Amministrazione alla Sapienza di Roma, edito dal MulinoLa macchina imperfetta, immagine e realtà dello Stato fascista.
Innanzitutto, è un saggio di valore tecnico, per quanto lontanissimo dalla terminologia burocratese e dalla pesantezza tipica dell’apparato di cui pure discute; non è un testo politico. Vi si ritrovano, fra le altre cose, molta statistica e molte tabelle, non ultime quelle dei numerosissimi enti pubblici e parastatali che furono generati dal ventre sempre gravido del regime.
E’ questo uno dei punti nevralgici del libro, che si assicura di evidenziarlo e ben spiegarlo nell’arco di tutti i capitoli: la compenetrazione tra Stato e Partito, l’osmosi tra pubblico e privato, l’assunzione all’interno della dottrina fascista pura di strutture e forme di pensieri liberali antecedenti – quali le divisioni in classi e ceti – e di strutture sociali imperiture, in parte combattute ma poi soprattutto cavalcate per incapacità di sottometterle – quale la mafia.
Valga per rappresentare questo incontro-scontro tra civiltà questa citazione, tratta da un articolo non firmato pubblicato sul Giornale di Roma il 12 luglio 1923:

Il Fascismo non eccelleva in capacità o competenza; per avere dell’una o dell’altra ha dovuto affidarsi… alla burocrazia: donde è derivato l’assunto grottesco che, per debellare un organismo nefasto, si è ricorsi all’aiuto o all’appoggio di elementi che di quell’organismo erano parte.

Mi ricorda molto le vicende di una certa scatoletta di tonno nazionale.
Così invece il prefetto Oliviero Savino Nicci, in una lettera a Nitti:

(…) E’ impressione generale che molta acqua sarà messa nel vino fascista. E’ naturale. 
C’è da temere qualche sciabolata data all’impensata, per incompetenza, falsa cognizione o fervore partigiano. E’ tutto un insieme di valori mediocri, di buon volere, ma ignari degli ingranaggi delle rispettive amministrazioni.
Non c’è che da attendere la naturale evoluzione. L’avvenire è di V.E.

“L’auspicio finale non si sarebbe realizzato, ma l’analisi era informata e ricca di dettagli”, commenta Melis.

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In copertina la Maschera di Mussolini, scultura di Adolfo Wildt

Vi fu un’inesausta proliferazione di nuovi enti, nati soprattutto – così racconta l’autore del saggio – come risposta ad una richiesta dal basso più che per un’imposizione dall’alto come si tende invece a credere; che andarono a coprire istanze già presenti di gruppi privati, e non solo commerciali, realizzando una sorta di “patronato” che dava spazio e ufficialità alle più disparate istanze di riconoscimento. (E ancora una volta, come non rilevare il parallelismo di questo “stato nello stato” con quello mafioso?).

Non c’era praticamente campo della società degli anni Venti e Trenta che il regime non avesse “occupato”, dando forma in ogni genere di attività, in ogni settore professionale, a nuovi soggetti dotati di personalità giuridica autonoma – quei soggetti erano i veri terminali del consenso.

Una commistione, una confusione anche, che volontariamente o meno (la seconda, credo) ha contribuito non poco a ciò che abbiamo di fronte oggi, in materia di degenerazione del contratto stato-cittadini, con quella sussidiarietà che potrebbe ben essere nipote, se non figlia, dell’attivo e tuttavia blando controllo centrale sulle iniziative private:

Un’anagrafe dei nomi di vertice avrebbe facilmente rivelato quali fossero i bacini di provenienza e i quali i meccanismi di cooptazione [negli enti pubblici]. Di certo emergeva una classe dirigente composita, i cui poteri erano spesso più incisivi di quanto non avvenisse nello Stato e i controllo meno stringenti.
Dunque cresceva la sua discrezionalità e la libertà di manovra. Si sviluppava, e si imponeva, specie nell’economia e nella finanza, il ruolo di soggetti economici dotati di forte liquidità finanziaria.
Il loro intreccio, e i legami che mantenevano con i ministeri di riferimento, ne facevano un tassello essenziale del sistema di potere (…). Una componente fondamentale del regime fascista. E forse un dato concreto del suo essere “moderno”, cioè adatto a interpretare la domanda di un’economia capitalistica evoluta.

Per riprendere il discorso di Pasolini.

Dietro l’esaltazione del lavoro si intravedeva la mistica tayloristica della nuova società industriale; dietro l’alfabetizzazione delle classi escluse dall’istruzione i bisogni di quadri mediamente formati tipici della società di massa del capitalismo moderno.

Parte di tale quadro fu indubbiamente giocato dalle politiche urbanistiche (scopro senza sorpresa che fu durante il Ventennio che venne ideato lo strumento del piano regolatore). Per una come me – sempre in bilico tra l’amore per l’architettura essenziale e squadrata di quell’epoca, e la rabbia ferina per gli “sventramenti” e le ritinteggiature di antichi affreschi (vedi piazza Vittoria a Brescia) di cui si fece forte – è tutta manna.

Altrettanto rilevanti, e direi anche di più oggettivamente per capire cosa siamo stati e perché, mi paiono essere le pagine su Calamandrei “legislatore occulto”, il quale senza abdicare al proprio noto antifascismo si risolse per collaborare alla stesura del nuovo Codice di Procedura Civile, preoccupandosi e non da solo di ottenere che quel lavoro, tanto utile e necessario a contenere certe sgradite derive, vedesse la luce e non avesse a patire della sua firma.
Una posizione ed un operato molto simili nella forma mentis e negli intenti, se non esteriormente, sono attribuibili anche al prefetto Leopoldo Zurlo, proveniente dall’amministrazione liberale (fu anche nella segreteria della Presidenza del Consiglio giolittiana), che assunse il ruolo di “censore teatrale intelligente e duttile”.

“Un inventario di problemi: un’opera minima, forse preliminare ad altre sistemazioni più distese che magari verranno”.
Così l’autore sul proprio libro, e proprio per questo l’ho maggiormente apprezzato e lo consiglio, a chi non abbia timore di addentrarsi in argomenti minuziosi e voglia osservare con una lente e da una distanza differenti quel nostro brano di storia patria.
Trovate qui un’intervista ben fatta a Melis.

27 pensieri riguardo “Novecento .1: Il fascismo, macchina imperfetta

    1. Lo credo 😉
      L’avevo puntato già l’anno scorso vedendolo in cartoleria, e stavolta non l’avevo nemmeno inserito nella mia lista – ma il solito scaffale delle novità, proprio in faccia all’entrata della biblioteca, ha fatto il suo.
      C’è un dettaglio che non ho citato e mi ha fatto uscire di testa: al di là di quello che un’abitudine del genere può ragionevolmente comportare, pare che Mussolini sfogliasse ogni mattina 350 (!) tra quotidiani e riviste, e non pago, li sottolineasse ed appuntasse a matita rossa e blu. Dopodiché, manco a dirlo, finivano ritagliati ed archiviati. Allucinante, confesso che ci ho creduto solo perché ho visto persone che conosco raggiungere livelli di attività mentale simili, altrimenti avrei sollevato il canonico sopracciglio 😏

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        1. Basta pensare al fatto che, essendo un accentratore come sappiamo, presiedeva la gran parte dei consigli dei ministri arrivando già con l’ordine del giorno annotato e spesso un comunicato che chiudeva più o meno tutte le questioni e le discussioni sul nascere.
          Dittatoriale, okay, ma soprattutto dotato di un qualche personale buco nero nel quale infilarsi per avere giornate di 96 ore e fare tutto, e poi ricomparire con pacchi di roba scritta come nulla fosse.

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        2. Eh già, magari aveva altre persone che facevano molta roba per lui e che poi prendeva e portava nei CdM vari. E pensare che anche al giorno d’oggi esistono persone del genere. Non sono dittatori (o almeno lo spero) però come facciano a fare tutto così per me è un mistero 😀

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      1. Dicono che Mussolini fosse sì iperattivo e che volesse occuparsi proprio di tutto quanto, ma alla fine sembra non riuscisse a concludere granché… Sono famosi gli aneddoti sulle ore e ore che Mussolini passava a discutere per decidere le lampadine della Casa del Fascio di, che ne so, Subiaco, in una sorta di “spreco”, o, almeno, di “sbagliato incanalamento” di energie davvero paradigmatico, visto che per fare quello trascurava riunioni ben più rilevanti… — è famosa anche la “scenografia ingannevole”, partecipante al suo mito di eterno lavoratore, costituita dal lasciare sempre accesa la luce del suo ufficio di Palazzo Chigi, per far vedere che lui, il duce, “lavorava”, anche di notte [e in realtà stava in ufficio pochissimo!] — è famosa anche la stigmatizzazione che di Mussolini fece Giuseppe Bottai: «fu una intera centrale elettrica che riuscì ad accendere solo un’unica e sola, piccola, lampadina»

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        1. Sì, l’idea che emerge è un po’ quella – a me son rimasti impressi i cambi di sede degli enormi archivi e di classificazione dei fascicoli.
          Di citazioni di Bottai il libro è pieno, come pure di altri ma un po’ meno – ecco una cosa prelibata da leggere, i diari dei protagonisti.

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        2. A me fecero studiare i diari della gente comune raccolti da Christopher Duggan, «Fascist voices: an intimate history of Mussolini’s Italy», London, Bodley Head, 2012, tradotto da Giovanni Ferrara degli Uberti: «Il popolo del Duce. Storia emotiva dell’Italia fascista», Roma-Bari, Laterza, 2013; ma tanti estratti dei diari dei protagonisti li ho trovati dappertutto anche io: li usa molto Giordano Bruno Guerri in «Fascisti. Gli italiani di Mussolini, il regime degli italiani», Milano, Mondadori, 1995, che si legge però un po’ “male”…

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        3. Duggan trovato ed inserito in lista di lettura. Thanks!
          Come mai, dici, Giordano Bruno Guerri si legge male? (Di suo ho letto per ora solo la biografia di Marinetti).

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        4. Bada, è una lettura laboriosa perché Guerri è un uomo di destra, e quindi è convinto che certe limitazioni di libertà del fascismo non siano state tutto ‘sto male, né, secondo lui, sono stati brutti certi assunti soperomisti, nazionalisti, machisti del fascismo-movimento della prima ora. È anche pedante nel puntualizzare sempre che sì, le squadracce ammazzavano, ma ammazzavano anche i rossi, e comunque le squadracce non hanno ammazzato così tanto come si dice (!?)… — in altri ambiti, però (nell’analisi dei grossi ras, della politica interna inconcludente, nella disamina dei passi falsi e degli errori), proprio per la sua ottica destrorsa, tira fuori un’oggettività indiscutibile e quindi molto illuminante… di buono ha anche una certa verve narrativa, che ti fa respirare il volume quasi come un romanzo…

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  1. Ok mi piace molto il modo con cui è stato strutturato il tutto. Io adoro la storia e la studio con passione ma a volte vedo molte persone che non sanno essere oggettive in certi argomenti. Questo libro invece mi pare che parli di questa situazione in modo oggettivo, monstrando dati e fatti e ciò non può che rendermi felice.

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    1. Il discorso sull’oggettività è scivoloso.
      Anche l’analista più pacato, rigoroso ed esigente finisce per essere malvisto, da questo o da quello.
      Tracciare un quadro in apparenza neutro, come farebbe un sondaggista che si tiene al riparo dalla calca ma sa benissimo che nel suo lavoro c’è manipolazione quanto altrove, consente almeno di non essere subito incasellati e bruciati.

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  2. Lo leggerò con somma gioia!
    Quando posso divoro molto avidamente saggi storici sul fascismo, perché lì è la chiave per la comprensione, e quindi per lo scongiuramento, di quel “fenomeno”…
    Questo non lo conoscevo e lo metto in “wishlist” immediatamente!

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    1. Un like per la simpatia… agrodolce 😉
      Io queste domande me le faccio, non cerco necessariamente una risposta definitiva e neppure del tutto definita, mi basta ragionarci – lo faccio però non perché lo consideri intellettualmente necessario, solo perché mi intriga.
      Ovviamente avrei un personale abbozzo di risposta a ciascuna (retorica) domanda, ma dato che non te ne po’ frega’ dde meno, passo 😋
      In tutti noi c’è un po’ di ME-NE-FREGO, ah?

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      1. Scusami, ma meglio “acido” che falso. E’ che sul tema mi piace tirare il sasso e nascondere la mano. Adoro fare quelle domande, adoro nascondermi dopo averle fatte. Il tema è troppo “serio” per buttarla in rissa , che sia ideologica o pseudo-cilturale. Deve essere meditato in coscienza e nel sacrario della coscienza!

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