Joker, o della commedia (minima) della vita

Il presente è un post schizofrenico: compare, scompare, riappare, fa il cazzo che vuole; e soprattutto continua ad essere integrato con carinissime metastasi dalla sua autrice. Pare voglia continuare a morire e risorgere, ma solo fino a domani, giustamente, ‘ché domenica è il giorno migliore per tornare e restare. Per tutti, anche per gli anarchici e i pazzi.

Ne approfitto per invitare ancora una volta i miei lettori – in particolare quelli nuovi: benvenuti! – a scoprire il buon Kasa, e linko nuovamente il suo post dedicato al film di Todd Phillips sul quale attualmente ci si sbrana e si versano litri di blablabla. O meglio, vi linko una micro-discussione interna ai commenti, per ribadire che ho trovato il Joker messo in scena equilibrato (!), ossia non perbenisticamente moderato, ma comunque nemmeno spinto quanto mi aspettavo: temevo anzi fosse più angosciante e di patirne.
Noto che più d’una persona l’ha trovato in questo senso “calcato” – come si suol dire: “ci marcia”. Io dissento, perché mi pare che abbia toccato parecchi punti vitali della questione malessere sociale / disagio psichico senza, tuttavia, approfondirli granché (e questo per la verità è il vero difetto che ci ho visto: dice tanto, ma racconta poco, mostra ma non scava, stereotipando persino un paio di elementi). Tocca insomma punti vitali senza esagerarli (vabbeh, morti ammazzati a parte, chiaro, ma nemmeno troppo… si spulci la cronaca italiana per convincersene), primo su tutti il fatto che la follia è conseguenza più che causa.

Mo’ vi spiego

Ma siccome, si sa, la credibilità ed autorevolezza d’una affermazione dipende anche molto da quanto il suo autore è vicino, se non addentro, all’ambiente di cui parla, vi lascio questo breve aneddoto:
un pomeriggio sono andata al consueto controllo di routine [storia lunga] con la mia psichiatra di riferimento (per ora: i servizi territoriali cambiano più medici di quanti piatti circolino sul nastro trasportatore di un all you can eat finto-giapponese).
Mi siedo, e noto nell’angolo una mia vicina (ovviamente, niente dati personali). Dopo dieci minuti, la sua progenie (niente nomi, e neppure il sesso, a scanso di indentificazioni) esce dal corridoio, la raggiunge e se vanno.
Entro, parlo con la doc, quindici minuti – sappiate che lo standard previsto per un paziente, quale che sia e in qualunque condizione sia, è di venti minuti a visita… -, e me ne torno verso il salottino d’attesa. Dove becco un’altra mia vicina di casa, anche lei con annessa progenie. Ci guardiamo, nominiamo la (prima) vicina ora assente, produciamo suoni convulsi dalla bocca come iene ridens e ci diciamo: “Manca solo N.N. [un altro nostro vicino in carico ai servizi!], e possiamo fare la riunione di condominio”. Storia vera.
Una modesta proposta: quest’anno, ad Halloween, niente film horror. Andate in coppia in esplorazione nei caseggiati popolari del vostro quartiere. Il brivido è assicurato 😉

Comunque, dicevo: credevo che avrei sofferto per eccesso d’empatia, e invece me la sono cavata – e già che ci sono aggiungo: ¡que fico tornare al cinema!!
Inoltre, credevo che avrei provato rimorso, e invece no: pur consapevole che in un “mondo sano” un malato dovrebbe ricevere quanto basta non dico a guarire (a volte manco si può), non dico ad essere salvato (pensate al vostro culo che al nostro ci pensiamo noi), ma almeno a non perdere se stesso completamente; ecco pur consapevole di questo so che il mondo reale non è un mondo sano, e nonostante non raggiunga la piena assenza di speranza di quello descritto da Phillips, non universalmente almeno, confesso che la rivalsa che Arthur si prende sulla metro (perché quello, anche se pittato e sconvolto, è ancora Arthur) non mi ha provocato un senso di “non doveva andare così”. Doveva invece, perché il mondo può essere migliore, mai però buono: e in un mondo cattivo fare cose cattive è un comportamento adeguato, nella sua devianza.
Arthur è un senza origine: se è vero che il film mira a fornire un passato al Joker, e questo passato è appunto rappresentato da Arthur, ebbene i contorni dell’esistenza di quest’ultimo si disgregano passo passo nell’arco della pellicola. Madre biologica, padre biologico, padre putativo e persino quel fantoccio di personalità che è il lavoro di un uomo vanno sfaldandosi, scomparendo, svelandosi un inganno.
Arthur-senza-origine è una vittima fino alla fine, non perché lo pestano e lo fregano ecc., ma perché nessuno lo ascolta: divenire Joker (notate che lo diventa non mettendosi il trucco che già aveva, ma togliendosi la parrucca), cosa che per altro ha potuto scegliere solo in parte, non gli garantisce nessuna rivincita sui soprusi o sulle ferite subìte. Persino  in piedi sull’auto, in una scena che non specifico oltre per chi ancora non l’ha visto, è finalmente libero ma ancora solo, persino maggiormente incompreso. E, perdonate la sconcezza che sto per dire ma è una sconcezza vera, nessuno gli vuole bene così com’è.
Basterebbe quello, giuro.

Emozioni provate

  • Com-passione (quella reale, cioè non il dispiacere per qualcosa che si osserva a distanza ma il dolore condiviso con chi soffre).
    Per fortuna non sono l’unica a pensare che con questo Joker sia impossibile non empatizzare. Cominciavo a preoccuparmi leggendo soltanto pareri tesi a dimostrare che questo non è un film “pericoloso”, che non suscita pietà per il mostro e che come tale lo vediamo, senza stare dalla sua parte. Ma chi siete, membri ad honorem del MOIGE? Vi insegue la DIGOS? Avete paura di stare dalla sua parte?
    E’ fatto così, è pazzo e incolpevole, insomma se preferite un Joker-puro-male in stile Micheal Myers basta dirlo, ma dovete cercarlo altrove. Statece! E se invece v’affascina il vero caos, non l’anarchismo di Ledger ma la tela di ragno originaria nel fumetto, sbranate e poi digerite lentamente questo magnifico articolo di Leonardo.
  • Disgusto (per Wayne, sì, pure il piccolo Bruce che a qualcun altro è parso “il solo spiraglio di luce” del film, a me è parso invece uno stronzetto chiappestrette in miniatura; per Franklin; per Randall; per i bastardelli ruba-cartelli, ecc.).
  • Desiderio (buon Dio. Ora scommetto che vi metto paura sul serio, ma in prima battuta mica avevo capito che certi momenti insieme ad un altro personaggio erano frutto di delirio. L’ho inteso solo dopo, grazie ad un’assenza rivelatrice, ma per me ci stava che succedesse. E non dite di farmi vedere da uno bravo: semmai ne troverò uno bravo, lo rapisco e lo rivendo su eBay…).
    A tal proposito, sarà che Phoenix è Phoenix anche se conciato male e non proprio ‘no sgorbio, sarà che come dicevo a Kasa adoro gli uomini magri, anche molto magri, e di fibra nervosa, e un po’ stortignaccoli (il tipo alla Adrien Brody insomma: il mio sogno proibito), o sarà soprattutto che per me – chi lo nega lo mozzico – Arthur-senza-origine è un uomo buono (eh, oh, l’ho già detto che sono in cura?), ma ho maledettamente, fottutamente invidiato la sua vicina di pianerottolo. Perché non posso averlo per me, uno così? Perché, perché, perché? (Si valutano candidati. Astenersi scopiazzature coi capelli tinti di verde).

Vi lascio con un simpatico audio, che potete liberamente utilizzare come segreteria telefonica: Segreteria per malati di mente 😄😄😄

 

109 pensieri riguardo “Joker, o della commedia (minima) della vita

  1. A mio avviso le immagini di Phillips, non so se per perizia o per puro caso, non raccontano affatto il farsi e il costruirsi di Joker…
    raccontano solo una delle tante fumisterie idiote di Joker, sempre e solo Joker, chiuso, come sempre, ad Arkham, a friggersi il cervello con i suoi filmini mentali, tutti inconsistenti, tutti improbabili, tutti idioti e che finiscono tutti con la sua vittoria glorificante, in una città-mente (Gotham) che lo inneggia o, non solo, una città-mente in cui tutti quanti sono lui!
    La trama percepita (Arthur Fleck che «diventa» Joker, che potrebbe essere figlio di Wayne, che potrebbe essere figlio della mamma matta, che potrebbe aver ammazzato De Niro perché calpestato dalla vita) c’è davvero?
    Davvero Arthur Fleck esiste?
    Ha subito tutti ‘sti drammi?
    È colpa degli altri?
    Della società?
    Il film “mostra” questo?
    Sicuri?
    Siamo sicuri che non mostri solo il filmino mentale di un Joker metafisico chiuso in manicomio?
    Un Joker metasifico che tutti conosciamo dai fumetti e dai film?
    Siamo sicuri che invece del film sulle origini del Joker (un film deludente e inconsistente) non si assista a un film che illustra *una delle immaginazioni del Joker sulle proprie condizioni*?

    Secondo me Phillips è stato bravo (lui che è un comico caciarone) a lasciarci nel dubbio su questo, e su questo il film funziona e funziona meglio di altre operazioni simili di «dico non dico» (vedi il Napoli Velata di Ozpetek: se si parla male del Joker di Phillips allora che si potrà dire del film di Ozpetek?)

    Ma, come dicevo “da basso”, fare esegesi di immagini di per sé asemiche (e quindi omnisemiche), dé, è inutile…
    …ma divertentissimo!

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    1. Puro caso e nient’altro, mi è impossibile immaginare che vi sia un’operazione simile dietro – anche perché sarebbe stata pur solo di sforo inclusa nella pellicola stessa, a mostrare quanti sublimi livelli di interpretazione e quante scatole cinesi riescano certi genialoidi ad incastrare: non avrebbero resistito alla tentazione, e non mi pare che un Phillips qualsiasi abbia carte simili nella manica.
      Del resto, se non fosse puro caso in una (possibile) lettura quale quella gustosissima che fai, non ci sarebbe davvero più nulla di jokeriano nel senso purissimo in cui l’ha descritto Leonardo del blog Mi fido solo del vento, che ti invito a scoprire. No?

      Detto questo, giudizio qualitativo a parte, io il film l’ho preso paro paro per ciò che appare, e credo che in questo caso tale voglia essere e tale sia, senza retroriflessioni quali quella che stiam facendo che sono imprescindibili, ma andrebbero slegate in modo assoluto dallo specifico film di J&J: dunque, il film andrebbe soluto da qualsiasi costruzione mentale vi si faccia sopra.
      Datemelo per inverosimile – idea che esplicitamente rifiuto nel post – ma non per una sfoglia multistrato di significato, fosse pure una sfoglia d’aria fritta.
      Noi uomini, creatori inclusi, sappiamo essere più felicemente banali di così 😉
      Del resto amo proprio questa faccenda del super-iper-filmino mentale, ma esso mi leverebbe la gioia di una lettura antipatica a molti perché si stacca da tutto il noto e familiare, che però mancava.

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      1. Oh!
        Non so come intenda Joker Leonardo (e io non sono un fumettaro, per cui non posso far altro che tacere e andare subito a informarmi), ma un Joker che sta lì a farsi filmini “a caso” è del tutto congruente sia con il Joker di Nicholson sia con quello di «Mad Love» di Dini/Timm sia con il Joker di Grant Morrison…

        Che autori, anche sciocchi, abbiano impresso sovratesti al testo ufficiale che rifilavano alle major è storia (vedi i capostipiti Ford e Capra [che mettevano flou e frame fuori continuity, invisibili ai produttori, per suggerire che loro registi stavano raccontando un’altra storia rispetto a quanto è evidente], i presunti messaggi subliminali antisistema di Šostakovič in sinfonie “ufficiali” di regime, o i film di Gus Van Sant [alle major presentati come innocenti commedie che lui gira come estranianti stramberie])

        e che l’abbia fatto anche Phillips spero di dimostrarlo in un postone che farò forse ad Agosto (alla vigilia della mia requisitoria critica della stagione)…

        qui dirò che mi sorprende che nessuno consideri che, davanti alla prima psichiatra, comunale, il presunto Arthur Fleck abbia una visione di se stesso in camicia di forza a picchiare la testa nel muro esattamente come farà alla fine (non è un suggerimento che il “fattuale” è Fleck/Joker in camicia di forza e che il Fleck che vediamo è solo il “fittizio”?)…
        e trovo curioso che nessuno consideri il comportamento della macchina da presa, che non è quello di un narratore onnisciente che narra di Arthur Fleck, ma è quello di un «io narrante» che si autonarra, anche con evidenti elisioni da memoria selettiva (memoria selettiva compatibile con quella di un criminale)…
        e trovo anche curioso che, nonostante queste cose ci siano (come spero di dimostrare nel post che farò, che sarà, senza dubbio, puro solipsismo di analisi, visto che l’immagine asemica non si può indagare), siccome il regista è ritenuto cretino (perché finora ha fatto film cretini), non le si attribuiscano a lui ma a un fortunoso caso… boh… possibile che il “pregiudizio” sul regista ottunda certe osservazioni? [forse no eh]

        in ogni caso, è bello fare la voce fuori dal coro, e io, negli ultimi anni, l’ho fatta furentemente per «La La Land» e «Call Me By Your Name», sicché capisco benissimo!
        E, riprendo la polemica nella sua alba, mi dispiace tantissimo, invece, di essermi ritrovato qua a “difendere” un film che volevo con tutte le forze stroncare!
        Uffi!

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        1. Ah, ma se è così, non vedo l’ora di leggere il postone.
          ‘Che io nulla di questi sottotesti infilati de sfroos vedo, ahimè.
          Non come giochi velati ma dichiarati, in-fraintendibili, comunque.
          Il punto di vista interno è argomento moooolto interessante – anche se non mi basta a supportare la tua tesi – non è una “cretineria”, ma neppure uno strumento necessariamente sottile. Lungi da me smerdare Phillips, solo che i virtuosismi spandono in giro quel buon sentore di metano, come di qualcosa che sta per esplodere ma non ti darà il tempo di scoprire dov’è la perdita, e forse sono soltanto un po’ anosmica io, eh.

          Sono i dispiaceri della vita, lo so. Puttana e ladra.

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    2. Aggiungerei, per restare in tema e in sintonia con i miei ascolti del momento, che è un po’ da pazzi quest’affannarsi a cercare etichette, per il film come per il personaggio: per cui schieriamoci ferocemente come si conviene ma, Madre Santa, non mettiamo punti fermi e non diamoci risposte.

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      1. Zitta con le etichette!
        Renditi conto che io lavoro in una biblioteca e l’amore/odio per la classificazione (effettivamente trovi solo un libro su tre che si adatti perfettamente alle cacchio di soggettazioni precostituite che tanto piacciono ai biblioteconomi), e per le etichette (che sulle costole e copertine dei libri non si attaccano mai dritte! mannaggia a loro!) è quotidiano!

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    3. La tua lettura ci può stare, e il dubbio è venuto anche a me, salvo poi accantonarlo… anche perché altrimenti sarebbe un sogno nel sogno che altro che inception… Non sono esperto di processi mentali della sonnolenza ma la doppia grossa illusione di Arthur (partecipare allo show di De Niro all’inizio e il rapporto con la tipa dopo, con quest’ultima che è un’illusione abbastanza a sorpresa) non mi sembrano conciliabili con quel tipo di struttura… ma il dubbio resta

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      1. Leggendoti, ho pensato che più ancora della struttura che dovrebbe incorporare questo sogno nel delirio nell’inganno (di Joker a noi), non mi quadra l’esperienza che avrebbe deciso di propinarci in sé: davvero una creatura sì malvagia e priva di freni si accontenterebbe di uno squallore umano forte, ma tutto sommato ordinario come è quello inscenato da Phoenix, per prendersi gioco di qualcuno?
        (Altra domanda posta per il gusto di porla, invero).

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        1. Ma non si prende mica gioco di nessuno…
          Si balocca con sé stesso autoglorificandosi e finendo per pensare a una città di suoi cloni che gli fanno gli applausi additandolo come un Re dei Matti…
          perché dovrebbe essere, la sua, una visione “straordinaria”?
          anche il Joker di Ledger si baloccava con l’ordinario massimo…

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        2. Allora forse ho fatto addirittura un passo in più rispetto a quanto prospettavi: cioè, Joker non sta “semplicemente” (come ci fosse qualcosa di semplice!) delirando su se stesso nella sua solitudine ad Arkham; ma sta costruendo un delirio articolato, comprensivo di ulteriori deliri e illusioni interni ad esso, comunicandolo a noi che lo vediamo sullo schermo, e che scioccamente lo prendiamo alla lettera.
          Con ciò, ingannandoci, per nessun’altra ragione che per divertimento.
          Come se fosse lui il regista, mi spiego?
          Noi qui a lanciarci in spericolate analisi di qualcosa che non ha – come suggerivi più su – interpretazioni legittime possibili, perché non vuole averne: è uno scherzo senza senso, a pure joke.
          E dunque, Philliphs risulta essere soltanto il mezzo pratico per la costruzione delle scatole cinesi di un altro. Che neppure esiste, perché è un personaggio inventato (ma forse anche questo è un trucco per depistarci: alla fine, Joker esiste davvero, mentre noi siamo solo figure di china dentro a fumetti che lui stesso crea, nei quali esseri umani un po’ nerd immaginano di leggere fumetti e vedere film con protagonista l’autore stesso… eccetera…).

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        3. Sono più in linea con questo visto che, come ti dicevo, le inquadrature stesse, secondo me, sono inquadrature che non sono oggettive ma tutte soggettive di Joker! come dici bene tu: è Joker il regista! E difatti si inquadra estatico mentre balla nel bagno! o mentre ammazza la gente…
          nelle immagini di Phillips non c’è nulla di “narratore” (come dicevo non mi ricordo dove) ma solo di “io narrante”…

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        4. Allora sul far della notte ti dico che, in barba alla mia idea razionale già ampiamente detta e ribadita e ribattuta, decido che la versione magmatica e imprendibile di “Joker Director” mi piace e me la sposo.
          Se pure non era rispondente ai fatti come preteso sinora, ce la faccio diventare seduta stante.

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        5. Non sei solo.
          Lunghezza a parte, ho apprezzato anche il resto dell’analisi, ma senti un po’ che dice ‘sto tizio sui fotogrammi anomali (e sull’unico stacco al nero di tutto il film):

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        6. È bello non essere soli! — tra un po’, come i copernicani nel Cinque-Seicento, noi fautori della teoria «è tutto nella testa del Joker» faremo un bel club! — che la mente di Joker, nel film, sia poi la mente di Batman, essendo uno l’Es e l’altro il Super-Io, è una cosa che a molti “fumettari” non va giù: le funzioni proppiane e Bettelheim non hanno, non so perché, mai presa su troppi… [ed è un bene: perché, come le mie recensioni dimostrano, alla lunga quelle idee diventano come le teorie numerologiche sul 23 e il I-V-I di Schenker! diventano un prezzemolo che c’è anche quando non c’è!]

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        7. Ma, a mio avviso (e forse sono troppo strutturalista), una volta letti Propp e Bettelheim (che poi è un freudiano molto “soft”) non si può non dargli totale e incondizionata stima dal punto di vista della tesi di fondo: la mente è mente e non può fare altro che autorappresentarsi… tutto il resto, beh, non c’è [proprio “sensibilmente parlando”… la «realtà» è una costruzione del cervello basata sui dati meramente quantitativi raccolti, anche malamente, dai sensi — figuriamoci, quindi, quanto “ci sono” le «storie» che il cervello direttamente si inventa! – e io non ho mai studiato psicologia!]

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      2. Boh…
        In quanto a filmini mentali, da perfettamente sveglio, io stesso posso farmene anche di più complicati e ricchi di molte più scatole cinesi di quanti se ne fa Phoenix nel film…

        e poi, anche se così “non fosse possibile”, si tratterebbe comunque di un film: perché dovrebbe limitarsi al “possibile”?
        Per caso una sciocchezza proprio come Inception è da ritenersi più “possibile” o verosimile di un Joker in manicomio che si balocca con le visioni?

        E qui mi aiuti a ribadire che spesso a certi registi si permette ciò che ad altri non si perdona…
        Se il giochino di lasciare il dubbio alla fine di Joker l’avesse fatto Nolan (se Joker, cioè, l’avesse diretto Nolan), saremmo qui a gridare al genio in modo inequivocabile e non mai si starebbe a questionare se il film fosse o meno “aria fritta” o speculazione: sarebbe genio e basta…

        Secondo me, anche se il finale è “dubbio”, perfino il dubbio costituisce la prova di un film assai migliore di quello che sento descrivere in giro…

        E, di nuovo: si ritiene “forzata” l’interpretazione che tutto «Joker» (il film) sia un film mentale di Joker chiuso ad Arkham, ma se così non fosse il film «Joker» sarebbe quindi costituito da una trama effettiva… ma, se la si guarda, quella trama effettiva è tutta una minchiata:
        è possibile che a una malata mentale gli abbiano dato il figlio in adozione: a lei e basta? senza un marito?
        E come c’è uscita dal manicomio, in vecchiaia, se incatenava il figlio al muro e lo seviziava?
        E uno può andare vestito da pagliaccio al cancello degli Wayne a importunare l’erede senza che nessuno faccia nulla… e Bruce Wayne, cresciuto nella bambagia con pannolini d’oro, sta lì a farsi mettere le mani in bocca da uno che manco conosce senza nemmeno sbraitare un attimo?

        tra l’altro un comico chiama in trasmissione uno che nella puntata prima ha preso in giro?
        E se tutte le scene con la vicina sono finte, e Joker era da solo, allora l’esibizione ripresa dal comico c’è stata davvero?
        c’era uno che riprendeva?

        E in uno studio televisivo, Joker c’è entrato con la pistola? Non è suonato nulla?

        E, tra l’altro, il presunto Fleck ha 45 anni, riducibili forse a 40, mentre Bruce Wayne ne ha 10: sicché, in una presunta continuity, un Batman 30enne fa a cazzotti con un Joker 60enne, forse 65enne? [tra Michael Keaton e Jack Nicholson c’erano 14 anni di differenza non 30; Bale era 5 anni più grande di Ledger!]

        Mah…
        ci sta…
        e così la faranno stare perché, conoscendo la Warner, faranno presto a sfanculare qualsiasi buon risultato ottenuto («Man of Steel» era decente ma dopo che hanno fatto?), e sono anche maestri nel far tornare tutto, ma lo erano anche ai tempi di «A Nightmare on Elm Street» il cui primo film finisce per finire non certo per essere continuato, così come l’«Halloween» di Carpenter (Mike Myers fratello di Laurie Strode?: è una cosa che Carpenter ha arronzato alla meglio solo per fare il secondo, ma è una cosa che nel primo «Halloween» non c’è un cacchio)…

        Io, però, e mi rode davvero di stare a difendere un “fenomeno” già troppo abusato (odierò tutti i ragazzini vestiti da Joker a Halloween, perché finirà come Fantozzi che da “denuncia” è diventato macchietta e odiosa giustificazione dell’impecoronimento lavorativo!), sono qui a crogiolarmi che il film Joker non sia quella sciocchezza arriccia-trumpiani che sembra, che non sia quella puttanata di «origini di Joker» del tutto assurda che appare, ma sia la visione di un Joker in manicomio: e le immagini che io vedo (e che spero ad agosto di analizzare perfino inquadratura per inquadratura, ma certamente non riuscirò a farlo) me l’hanno restituito così…
        E se è così, con un Joker che si immagina una città ai suoi piedi mentre sta in manicomio, il film funziona da superba denuncia dei pericoli di avere un matto come Trump al potere: un Trump che aizza ricchi contro poveri vestito nella sua “uniforme” arancione da pagliaccio…
        Una denuncia splendida, anche se involontaria! [e qui parlo io che mi sveno, ogni volta, a dire che Puccini, «Turandot» avrà anche voluto glorificare Mussolini, ma ha finito per creare una lode immensa per la libertà: coglione Puccini, ok, ma meglio per noi tutti! e chi ce lo dice che Puccini non volesse davvero inneggiare alla libertà?: e chi ci dice che Phillips non volesse fare un bel film anti-trumpiano???]

        Certo: ci posso aver visto tutto questo solo io… [e altri tre o quattro su Facebook] — ma, ripeto, già che esista un “dubbio” rende «Joker» migliore di Ozpetek (come dicevo in post precedenti)… simile a certi “cult” sgangherati e sgangherabili che non ci toglieremo mai di torno [anche nell’Hamlet di Shakespeare non si capisce se è tutto sognato o no: ma lì se qualcuno dice “oddio che palle, la trama è impillaccherata e sciocca”, tutti ci si arrabbia, anche se è vero che la trama è impillaccherata e sciocca, ma si dà per scontato che Shakespeare, genio, impillaccherata e sciocca l’abbia voluta e costruita apposta! e lo crediamo anche quando sappiamo che non è così, dato che noi leggiamo un testo “conflated” che Shakespeare non ha mai approvato né, tanto meno, scritto!], e simile a «Turandot»…
        e per me non è poco…

        e se quel Joker lì l’ho visto solo io… vabbé, sono contento di averlo visto!
        e, per il dramma della macchia di Rorschach, mi sa che per me sarà sempre così… nel fallimento dell’interpretazione!

        Ed evviva!


        Con questo, però, non voglio assolutamente dire che debba piacere per forza e che tutti la debbano pensare come me: sono felice che a qualcuno Joker abbia fatto cagare!
        avrei tanto voluto essere come quel qualcuno!
        e invece eccomi qui, vittima del «fallimento dell’interpretazione»!

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        1. Il dramma della macchia di Rorschach.
          Il fallimento dell’interpretazione.
          Stanotte ci mastico su, ci mastico.
          E’ una settimana di nottate strane e di sogni ricchi.

          Se tu ci hai preso e Phillips ha voluto essere, diciamo, onirico, allora tutto può funzionare senza alcun bisogno che i dettagli collimino.
          E allora davvero non c’è differenza tra Joker ed Inception (personalmente mi ritengo immune al fascino di Nolan, ma capisco l’obiezione).
          Se però lo si prende, come credo la stragrande maggioranza l’abbia preso senza neppure porsi la questione me compresa, in senso realistico – dove realistico non vuol dire sovrapponibile punto per punto alla realtà, ma verosimile – il realismo può integrare sogni e deliri in quanto parte concreta della realtà della mente di lui, vista com’è all’interno, ma non l’ipotesi che l’impianto stesso della storia da quella realtà evada.
          Paradossalmente, l’ipotesi “realismo” sta in piedi perché anche gli elementi irreali, dunque i deliri e i sogni, per me sono rappresentati comunque in terza persona: non come se vivessimo direttamente una stramberia ma come se questa fosse raccontata in un diario, o romanzata; ma pur sempre riconoscibile.
          Un tassello di mosaico alterato posto di fianco ad uno integro, che osserviamo sul muro, non un occhiale dalla lente incrinata che stiamo indossando.
          A questo punto vorrei che avessi ragione tu, perché non mi convince ma l’ipotesi “onirismo totale” (ma anche un po’ onanismo) è tanto più bella!

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        2. Anche lì io credo di essere abbastanza solo nel ritenere le immagini di Phillips per nulla realistiche né verosimili…
          Per me, ripeto, la città mostrata, con tutti i suoi gangli di scale e subways, più che una città mi sembra una “mente”…
          e la fotografia (scura, al neon e spesso “luccicante di sporco”) mi sembra tutto meno che naturalistica…

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        3. Eh già!
          Io naturalmente l’ho visto in italiano, e la voce – risata caratteristica compresa – l’ho molto apprezzata.
          Se non avessi letto che il doppiatore è Giannini, onestamente non l’avrei risconosciuto.
          Ma mi sto abituando ogni volta che posso a vedere-ascoltare almeno alcuni brani di film e fiction in originale.
          In questo caso sarà particolarmente interessante.

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        4. (Va detto che quando io parlo di realismo mi riferisco unicamente al plot – e so che pure quello per te è tutto fuorché verosimile.
          Non ho valutato comunque la fotografia se non come mera scelta estetica, anziché funzionale).

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        5. Sì, ovviamente per sogno intendevo anche il sogno a occhi aperti…
          Ovvio poi che spostando le cose sul piano onirico qualsiasi incongruenza possa essere giustificata, le stesse che non si perdonano a un film non onirico, ritenendole falle di sceneggiatura…
          Ad ogni modo, il fatto che questo sia un gran film (perché io lo ritengo tale, forse non mi ero espresso bene) deriva già dal fatto che abbia più possibili interpretazioni, come solo certi grandi film (ora non starò a scomodare 2001 ma ci siamo capiti)

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  2. Io non l’ho visto sto film e ne sento parlare da mesi, eppure non mi attrae nemmeno un po’. Rimango inoltre alquanto perplesso su tutto il chiacchiericcio che se n’è venuto a fare di questo personaggio dimenticando principalmente che fa parte di un’opera di fantasia.

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    1. A ciascuno il suo 😉
      Il chiacchiericcio è proprio ciò che ho cercato di schivare. Ma non credere che, fantasia o realtà (ma poi dove sta la differenza?), ci sia meno da interrogarsi. O lanciare strali. O idolatrare. Magari, non si ripetessero sempre le stesse cose, già riempiremmo più utilmente i respiri tra un dovere e l’altro 🙂

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  3. Io il film non l’ho visto e per ora non mi è neppure venuta voglia di andarlo a vedere, però la storia della riunione di condominio mi è piaciuta tantissimo. Io sto temendo quella del mio condominio, che non so ancora se sarà fissata a novembre o a dicembre. È uno dei momenti più terribili dell’anno.

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    1. Tra biblioteconomia maligna e temibili riunioni condominiali, questo post sta diventando un vero incubo… altro che pagliacci assassini! 😜
      Io la fortuna di non farne affatto, salvo qualche sporadico tentativo d’intesa rabberciato alla meglio su questioni minori… il che rende ancora più succoso l’aneddoto: quella era una battuta, ma niente più, dato che in vent’anni che sto qua, non s’è mai vista l’ombra né di riunioni né amministratore, si vive un quarto di miglio alla volta, ognun per sé e il demonio per tutti…
      … il giardino viene falciato senza ordine prestabilito, e risulta diviso a metà per remota autonoma decisione d’un inquilino: da allora, l’ala est arriva sino a metà dell’edificio e l’ala ovest si occupa solo della propria.
      Il pagamento delle bollette di acqua e luce in comune ha provocato aggressioni fisiche, oltre che interminabili faide.
      Il cavo che permette l’apertura da citofono del cancellino principale (lasciato sempre aperto) viene regolarmente tranciato da “uno dei nostri”. Ogni volta che viene ripristinato, dura sì e no una settimana.
      Le piante spariscono dal giardino senza che nessuno ne sappia nulla né abbia chiesto alcunché a chi le ha interrate. Sempre inquilini indigeni all’opera.
      Eccetera. Ma queste sono le storielle amene.

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  4. Mi è piaciuto molto l’accento che in tutta questa terza parte del tuo (simpaticamente caotico) polittico hai messo sulla malattia mentale (un post da te stessa definito schizofrenico, quindi scisso e multiplo), perché il vero riferimento fummetistico sotteso a tutto il film di Todd Philps è quel non-luogo dell’ospedale psichiatrico, mai come in questo inteso come ultima stazione di tutte le devianze (psichiche e sociali): anche se è vero, infatti, che la graphic novel di riferimento per questo film appare superficialmente il Killing Joke di Moore e Bolland è altrettanto vero che nemmeno nei fumetti il Joker ha mai avuto una descrizione esatta delle sue origini.

    Questo buco nella sua mitologia (e quindi i quella del Cavaliere Oscuro) non è una ellissi (assente ma ricostruibile) ma un vero spazio vuoto, riempito in modo diverso da ogni generazione di fumettisti e cineasti, fino alla sublime descrizione data dai fratelli Nolan in The Dark Knight, laddove il villain sembra giocare proprio su tale mistero, fornendo una risposta diversa all’origine delle sue cicatrici ai bordi della bocca, ogni volta che qualcuno lo chiede…

    Si badi bene che nel film di Phillips gli unici veri momenti di allucinazione sono palesi e sottolineati anche da sfumature di tecnica filmica che le rendono inequivocabili anche per il pubblico più impermeabile, ma ugualmente nello script di Philips Todd Phillips e Scott Silver permane quella imponderabilità della mitologia del suo character ed essa, a sua volta, lo è in modo simmetrico all’essenza di un film che come si è detto procede su due binari di significanza ovvero quelli di un film drammatico che si maschera da cinecomic (per attirare pubblico) come tale veicola due storie a due diversi pubblici: senza fare nomi (non è il caso ancora di fare spoiler), si sappia che Joker uccide durante il film 9 persone, ma di queste vittime solo di 6 vengono mostrate al pubblico generalista le visioni dirette degli omicidi (inequivocabili, non fraintendibili e potenti, ripresi senza teleobiettivo e con focali da interno), mentre delle altre 3 si mostrano solo le conseguenze (tracce di sangue sui vestiti, sirene della polizia, urla, impronte), in questo caso si con una vera ellissi, creando un senso di fastidioso smarrimento (presto dimenticato dallo spettaore superficiale) in quanti non preferiscono vedere la verità ovvero che Arthur Fleck è un mostro omicida, che non risparmia nemmeno gli esseri più deboli ed innocenti, perché non c’è nel Joker un comune senso morale, perché egli non è davvero un giustiziere (magari spietato, ma in ogni caso socialmente indirizzato a colpire gli insensibili potenti), con cui comuqnue empatizzare, ma una persona disturbata (interrotta) in preda ad un delirio, forse metaforico e simbolico della violenza della stessa società, ma anche reale e concreto e non immaginario.

    Ancora una volta, infatti, lo spettatore non ha il punto di vista del Joker: non vediamo il suo delirio (come alcune teorie fantasiose di pseudo-complottismo dicono), ma solo le conseguenze del suo delirio, seguendolo passo passo nella scoperta di tutti coloro che gli hanno fatto del male davvero (i 6 assassinati in modo didascalico) ed anche in quelli che in realtà non gli hanno fatto nulla se non nella sua fantasia (i 3 morti non mostrati ma solo suggeriti).

    Alla fine di Batman Begins, il personaggio di Rachel Dawes, andando a trovare l’amico d’infanzia Bruce Wayne sul luogo delle macerie della casa distrutta, gli accarezza il viso e gli dice come non sia il costume da pipistrello la sua maschera, ma è quella del miliardario Wayne ad essere la maschera di Batman: quella della maschera che non è un doppio, ma un costume, viene sublimata nel personaggio del Joker, perché il suo trucco di scena, il suo cerone, la sua camminata e la sua gestualità teatrale (geniale, mia Jest, la tua osservazione su come il pagliaccio diventa Joker togliendosi e non mettendosi la parrucca) non sono funzionali a nascondere la sua identità ma a renderlo più potente, quasi divino (un übermensch di nietzschiana memoria, sciolto dai valori etici che lo tenevano legato) ed è così che si annuncia al mondo reale, quello che poi si nutre della verità presentata in diretta televisiva.

    Le ellissi del film sono incastrate sempre in una rigorosa linearità che le riempie dei doverosi significati ed a ben guardare non lascia nulla all’immaginazione…

    Arthur Fleck: Remember you used to tell me that my laugh was a condition, that there was something wrong with me? It isn’t. That’s the real me.
    Penny Fleck: Oh, Happy.
    Arthur Fleck: Happy. Hm. I haven’t been happy one day out of my entire fucking life!
    Arthur Fleck: You know what’s funny? You know what really makes me laugh? I used to think that my life was a tragedy. But now I realize, it’s a fucking comedy.

    Ovviamente la furbizia dell’essersi mascherato da cinecomic permetterà a questo progetto filmico di diventare alla bisogna tutto ciò che vorrà.

    P.S. Ovviamente grazie della tua generosità con cui hai linkato il mio post nel tuo pezzo!

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    1. L’ospedalizzazione qui l’ho sentita sempre ad un solo passo di distanza, anche se raccontata come qualcosa di separato e passato. Se ci pensi, quando Arthur strappa all’inserviente il fascicolo della madre e scappa via, oltre ad ottenere informazioni su di lei metaforicamente la sta anche facendo evadere (e sta facendo evadere se stesso) da una condizione inappellabile.
      Per altro, dopo aver saputo quel che abbiamo saputo su Penny ed il figlio, ci si chiede in perfetto stile trombone d’antan: quanto dei problemi di quest’ultimo gli deriva dalla natura psichica peculiare che ha, e quanto da un ambiente deleterio? Perché a meno di una coincidenza particolarmente sfigherrima, le devianze di lei e quelle di lui non hanno legame materiale… allora sì, per questo e non certo per una presunta impossibilità che si permetta ad un malato d’accudire un altro malato, mi chiedo dove le linee di faglia tra scoperta reale e confabulazione indotta dal bisogno di sapersi radicato in qualcosa si posizionino.

      Ti dirò che la conta dei morti l’ho avviata subito, pensando alla cifra (7) che avevo letto in un commento da te (e prego, figurati): ora, 7 o 9 che siano me ne sfuggono comunque un paio. Due di quelli non mostrati chiaramente mi sono ben evidenti
      – e qui, mamma mia, a proposito di minori… saranno stati “obliati” per ragioni commerciali oppure no? A me, in ogni caso, la scelta piace. Come scrivi, è in linea con una sorta di riadattamento degli eventi (a scopo di coping, direi…).
      Leggo elenchi in rete per ricostruire. Sarebbe interessante chiedersi quanti e quali mi sono appunto meramente sfuggiti, e quanti e quali ho volutamente rimosso per le più disparate ragioni.
      [Alla fine, nel mio pentolone delle vittime mancava solo una persona].

      Due parole anche sul fattore übermensch, dal quale mi muovo per un’ulteriore considerazione.
      Ciò che io ho sfiorato en passant giocandoci, cioè il tema di un desiderato (da Arthur e, in altro senso, da me) rapporto di coppia, mi sembra essere uno dei nodi più promettenti di tutto il quadro.
      Intanto è puro desiderio – di realizzazione professionale o sentimentale – incapace di darsi forma e di interagire fuori dalle modalità fantastiche che assume in prima battuta. E’ un Es privo di equilibrio e anche di uno scudo all’impatto col reale, impatto problematico non per il rischio di un rifiuto ma per il fatto stesso che è come se vivesse senza pelle.
      Nel momento in cui, come dire, recide l’unico filo che aveva vissuto come un potenziale incontro con l’altro, e che avrebbe dovuto anche nella più banale e fallimentare delle ipotesi rappresentare la spinta – se ben gestito da ambo le parti – per uno sviluppo emotivo accelerato; di fatto è già andato oltre e, letteralmente, ha perso contatto.
      Ma sarebbe arrivato ugualmente a quel punto di non ritorno se lei avesse scelto di interagire anziché lasciar cadere l’approccio e tenersi a distanza? Penso che di fronte ad un semi-sconosciuto palesemente scompensato che “ti punta”, la miglior difesa, che involontariamente poi si traduce in sollievo per tutti, sia l’attacco – nel senso di conoscere il nemico. E ragionare su come gestirlo.
      Se una persona ben formata si trova davanti una persona fragile e carente, levarle altro terreno da sotto i piedi può solo contribuire a farla crollare, come un intrico di shanghai o una costruzione di Lego instabile.
      E questo quando, magari, bastava aggiungere un umile mattocino qui e uno là per raddrizzare il piano inclinato.
      Voglio dire che nella casistica delle vittime di questo Joker non c’è senso di giustizia, men che meno rivalsa sociale, eppure c’è un perché. Il perché c’è sempre, qui “l’agente del caso” non esiste, esiste uno che ammazza, cioè cancella, le fonti di dolore che non sa elaborare ed integrare in sé. Alcune innocenti, certo, ma mai casuali e neppure gratuite.
      Lo dico qui a te mi raccomando, non facciamolo sapere agli altri 90 follower… sshhh! (ah, ah, ah!): se ho scritto che ho provato desiderio per un soggetto simile, ancorché dipinto in due dimensioni, è perché sono incompiuta ed inconclusa anch’io – non è attrazione per il weird, è istinto di auto-protezione: da un uomo disgregato non potrei subire pressioni o richieste che vadano oltre le sue stesse, elementari capacità. Ed è il solo modo che avrei per poter agire le mie, altrettanto elementari.

      Ora puoi fingere di essere morto, per autodifesa.
      Prima di fuggire urlando, spegni la luce, bitte.

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      1. Fingere di essere morto ha il suo perché, ma non per autodifesa, forse per gioco e certo non in questo caso, dove io non alcun timore ad aver empatizzato con un character anche nel momento della sua maggiore efferatezza, come farebbe un vero profiler romanzesco con un serial killer…

        Penso sempre alla scena di Mindhunter, mirabile fiction sulla nascita del reparto investigatico di scienze comportamentali, in cui il più burbero dei protagonisti, mentre cerca di lasciare fuori del giardino di casa il suo lavoro come agente FBI, in occasione di un barbecue organizzato dalla moglie, subissato dalle insistenze dei vicini che gli chiedevono dettagli sui colloqui che lui ed i suoi colleghi avevano con gli assassini multipli detenuti in carcere, se ne esce con la descrizone sommaria di un killer che aveva staccato la testa della mamma per fotterla nel collo decapitato: questo detective doveva parlare e capire uomini che provavano piacere sessuale nel fare questo e per capire il loro comportamento non poteva semplicemente condannare, ma empatizzare, altrimenti sarebbe restato fuori dall’incubo, relegato solo nello spazio delle prove forensi…

        Io ritengo che amare l’arte in modo viscerale è molto simile al fare un’autopsia, cercando il significato nascosto nelle viscere (il bozzolo della crisalide mostrato dal patologo all’agente Clarice Starling, nascosto nella bocca, nel capolavoro indiscutibile The Silence of the Lamb) , facendo ermenèutica, spesso fa scendere negli inferi. Sic.

        Ieri ho staccato il pensiero da tante cose ed ho visto per l’ennesima volta A Serious Man dei fratelli Coen su Sky (a proposito di sopensione dell’atttesa del finale, del destino beffardo e della riflessione sul libero arbitrio) e di seguito, per la miliardesima volta, Il compagno don Camillo, parte di una serie che adoro sempre.

        Oggi sono tornato all’ospedale psichiatrico cinematografico.

        Nella frase originale spesso citata, era il Divino a nascondersi nei dettagli e non il Diavolo ed anche solo questo fatto la dice lunga sulle sovrastrutture etiche e culturali che spesso non riescono ad incastrarsi in un’opera multi-strato linguistico come quella del Joker… I dettagli sono tutto, non le citazioni, non gli easter-eggs (più simili alle masturbazioni, in quanto feticismo cultural-nozionistico) quanto le cifra nascoste in una tela narrativa (a suggerire altro, a stimolare i sensi ad espandersi e colloquiare con l’altra faccia dlela luna, con l’inconscio e con il suggerito ma non detto), ma anche il segno della precisione di uno scenografo o di un costumista che mette la cosa giusta al posto giusto, perché dietro di quel gesto c’è un pensiero coerente, una precisa idea di storia e non un pasticcio lasciato sbrogliare allo spetattore: il film di Philllips è pieno di dettagli rivelatori, dell’animo e della narrazione.

        Ti cito: «nella casistica delle vittime di questo Joker non c’è senso di giustizia, men che meno rivalsa sociale, eppure c’è un perché. Il perché c’è sempre, qui “l’agente del caso” non esiste, esiste uno che ammazza, cioè cancella le fonti di dolore che non sa elaborare ed integrare in sé. Alcune innocenti, certo, ma mai casuali e neppure gratuite». Non mi limito a citarti, ma sottoscrivo ogni parola, rigo, pensiero e considero la questione chiusa con il tuo pensiero, che assorbo e faccio mio, senza se e senza ma, come un fiore perfetto, una spirale di conchiglia di perfetta simmetria.

        Prima parlavo del destino beffardo e nei film il destino è qualcosa che inanzitutto è mosso dai soggettisti e dagli sceneggiatori, sempre motori primi con poteri divini di vita e di morte di ogni finzione (persino di quelle pellicole spacciate falsamente per storie reali e valga la mia condanna dei biopic quali testimonianza e la loro salvezza come opere di fiction): ti chiedi cosa sarebbe accaduto se qualcuno, in questa specifica storia, in questa specifica finzione, avesse davvero voluto aiutare Arthur Fleck, se quella persona ben formata avesse agito diversamente nel rendersi conto di rovarsi di fronte una persona fragile e carente, se qualcuno o qualcosa avesse aggiunto un umile mattocino qui e uno là e se in questo modo avrebbe raddrizzato il piano inclinato? Si, lo avrebbe. E questa è la condanna più pesante che il film porta con se. Questo l’happy end stuprato nel modo più doloroso possibile: Arthur Fleck non è un principe azzurro trasformato in ranocchio che con un bacio poteva tornare perfetto, no, egli era ed è una persona disturbata (di nuovo interrotta), ma che poteva essere reso inoffensivo e tenuto sotto controllo da uno stato sociale che avrebbe potuto continuare a seguirlo.

        In questo il film non lascia dubbi: lo palesa con i dialoghi con l’assistente sociale (e si, c’è anche nella scelta dell’etnia dei personaggi di contorno una sottolineatura di persone che aldilà del banco non sono tra i potenti ma tra le vittime, addetti che ricoprono un ruolo indegno dei loro studi, minoranze trattate come forza lavoro di esubero) e non può essere  in alcun modo frainteso:

        Social Worker: They cut our funding. They’re closing down our offices next week. The city’s cut funding across the board, social services is part of that. This is the last time we’ll be meeting.
        Arthur Fleck: Okay.
        Social Worker: They don’t give a shit about people like you, Arthur. And they really don’t give a shit about people like me either.

        Ed infine le due battute più lancinanti del film…

        Arthur Fleck: What am I supposed to do about my medication now? Who do I talk to?
        Social Worker: I’m sorry, Arthur.

        I’m sorry, Arthur. Non aggiungo altro, perché chi ancora si rifiutasse di vedere e di capire questo script (non dico di apprezzarlo, attenzione, ma solo di comprenderlo) non lo farebbe più per ignoranza ma per negligenza.

        Buon Domenica, Jest.

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  5. Siete una fucina di fantastici (s)punti di vista. Ho apprezzato il post, ma soprattutto le disquisizioni sotto il post, inerenti il film di Phillips. Io sarò molto più banale. Non me ne vogliate. Ho amato il film, perché mi ha coinvolto ed emozionato. Ho amato la strepitosa interpretazione di Phoenix. Ho amato la sua danza sopra le note di “i started a joke”. Ed ovviamente ho amato tutti gli “spunti psicologici” che il film mette a disposizione. I riflessi dell’anima. È vero, molte condizioni non sono approfondite al meglio, ma in così poco tempo (circa due ore), mi sembra più che plausibile.
    Inoltre, mi piace leggere i tuoi post. Scrivi molto bene.

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    1. I commenti sono il sale dei blog.
      E a noi, qui, piace divagare, “fare giri immensi e poi ritornare” (cit.).
      Per altro siamo un po’ tutti mezzi cecati e non vediamo ombra di banalità in alcunché: non esiste quasi nulla di banale al mondo, fuorché la parola “banale” 😉

      Di Phoenix ho messo in cantiere, fra le mie prossime visioni, Vizio di forma diretto da Paul Thomas Anderson. Ne ho letto cose belle.
      Meriterebbe magari uno “scaffale” – vedi barra laterale – tutto suo…
      … quanto al film, hai ragione, la carne al fuoco è tanta e nonostante io stessa mi ci sia concentrata, non voleva certo essere un puro dramma sociale, ma questo e anche altro.

      Domani mi ascolto la colonna sonora “in purezza”, come direbbero gli chef televisivi.
      Ma intanto ribatto con Di Stefano (sperando di far cosa gradita anche a Nick), restando in zona giullaresca: a joke for a joke, ossia célia per célia. Benvenuto!, e buonanotte, direi.

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      1. Phoenix è un grande attore. L’ho apprezzato moltissimo in Walk the Line ed in Her. Due capolavori a mio avviso. Vizio di forma non l’ho visto nemmeno io.
        Per quanto riguarda il film, bisogna dire che è pur sempre la storia di un personaggio inventato. Di un antieroe. Della sua trasformazione a causa del dramma sociale che ha vissuto. Quindi molti temi, inevitabilmente, sono toccati con molta superficialità.
        O forse abbiamo solo vissuto il suo fenomeno onirico all’interno di Arkham, che darebbe una spiegazione a tutto.
        Buondì Célia!

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        1. Arrivo ora, e dunque… buon pomeriggio 😉
          Mi rifarò di Walk the line ed Her: è tempo di accendere la Phoenix Fever. (Il secondo l’ho sempre schivato perché la fantabiologia m’angoscia oltre ogni dire).
          Certo non prenderei Joker quale esempio di rappresentazione sociale da manuale. E’ “solo” un film (battutona!), godiamocelo per quel che è. Tuttavia, lo si è capito, lo trovo molto realistico nella descrizione psichica di Arthur. Più aderente nel micro che nel macro. Ma sempre rilevante… si vede che Joker, ad Arkham, ha studiato sceneggiatura. E’ lui che scrive i copioni dei nostri sogni più strambi 😀

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        2. Si ti consiglio di recuperare quei due film. Credo che ti potrebbero piacere. Soprattutto Her che tu hai accuratamente evitato. 😂
          Ha risvolti psicologici molto forti, sull’interazione ed i rapporti affettivi. Sulla solitudine.
          Chissà se un giorno finirò anche io ad Arkham!

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        3. Considerato come hai intitolato il tuo blog, niente di più facile 😁 😉
          Fammi sapere per tempo, così ti organizzo la festicciola di benvenuto.

          Nel frattempo ho ascoltato qualcosina (poco) di Mezzosangue.
          Ho anche scoperto che mi confondevo: quelli che non m’erano piaciuti, al tempo, erano i Sangue Misto.

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        4. Ho un posto in prima fila quindi. Un po’ come Nicholson in “qualcuno voló sul nido del cuculo! 😂

          Ok adesso è chiaro. Mezzo è un rapper di nicchia. Uscito da poco alla ribalta. I Sangue Misto era uno dei primi gruppi rap della scena, roba di anni 90, se non ricordo male. 🤔

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        5. Ventidue da quando è stato girato questo video, ventidue anni fa… maronn’.
          Dunque, facendo due conti, io ne avevo tredici – gosh. A cavallo tra medie e superiori. *Brivido freddo lungo la schiena*

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        6. Che el chì tr’maun?! Che vvo’ ddì? 😮
          Se tu non fossi tu, saresti già appeso su una picca, alla maniera transilvana… conföndìm mió Berghëm e Brehò, per piasër. ‘Ché Brehò l’è mèi. La mejo. ‘Un se tocca.

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        7. Ci vuole Google translate! 🤣
          Più o meno il significato di Sanàer. O almeno credo. 😂
          La picca ha il suo fascino. Fa molto TWD! Da quello che capisco non sei bergamasca ma bresciana…😳

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        8. Eeeesatto… Pöta!
          Ahem.
          Ma non temere. Non ti sarà fatto alcun male. Nemmeno se fossi bergamasco (ah, ah, ah).
          Sanàer, di cui non ti so manco dire l’etimo ed il significato preciso, corrisponde un po’ a disgraziato. Almeno correntemente: ha diverse sfumature, come molte cose dei dialetti, e in passato credo – credo – si avvicinasse di più allo schlimazl yiddish – ossia lo sfortunato per (dis)grazia naturale, quello a cui non ne va dritta una, e non per sua colpa.
          La colpa, infatti, di solito dello schlemiel: lo schlemiel, si dice, rovescia la zuppa, lo schlimazl ci scivola sopra.
          https://www.dictionary.com/browse/schlimazel
          Ora, dopo aver detto tutte queste cosucce carine, esco per delle commissioni – così non mi troverò in casa quando esploderà (• ε •)
          Intanto, però, non ho capito di dove sei… e soprattutto che él chì el tr’maun?! 😀

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        9. Se sbaglio, devo forse temere per la mia vita?
          No, sai, perché già ho un conflitto irrisolto con la questione piadina vs. crescentina / emiliani vs. romagnoli, per mezzo della quale ho causato incidenti diplomatici a raffica… e ancora continuo a causarne O_o 😓

          *due minuti più tardi*
          (Ehi! Ma io stavo proprio per dire pugliese – davvero! Senza la versione italiana ed il confronto con la possibile pronuncia, comunque, non ce l’avrei fatta. Fiuuu! 😅)
          Per la provenienza esatta, posso solo tirare a indovinare: stando alle versioni sul sito, voterei per Andria… mo’ spero di non aver fatto la figura della trimona a soffietto, ma così è la vita!

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        10. No no sono innocuo. A distanza. 🤣
          La diatriba sulla piadina l’ho scansata. Basta non innescare quella sulle orecchiette e cim d’ rap! 😂
          Credo che l’articolo sia abbastanza esplicativo e divertente. E soprattutto reale. Sono tutte espressioni usate qui in Puglia. La mia provenienza era praticamente scritta. Anche perché ho usato accuratamente la mia forma dialettale. Però c’era realmente, il rischio, di fare la figura della trimona a soffietto! 🤣🤣🤣

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        11. Eh già! Ma non credere, ne avrò d’occasioni per trimonare… hai voglia!
          (Frase ambigua, mh. Ma coi dialetti è così. Non puoi dire ah senza che ci scappi la volgarità. E nemmeno pöta, se è per questo…).

          Mi ha fatto ridere, anche se immagino che gli interessati e gli spettatori abbian riso meno, la vicenda di Emiliano e dello studente… lui che sembra sempre così compassato… eh!

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        12. Frase molto ambigua! 🤣🤣🤣

          Ormai, come dice Emiliano, trmon è diventato un intercalare internazionale! Anche perché lui è sicuramente uno dei primi tr’maun della regione! Oserei dire tr’maun con la T di Tabacchino! 🤣

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        13. È come quando ascolto i rapper tedeschi. Non capisco un cazzo ma va bene lo stesso! 🤣🤣🤣
          L’intro prometteva bene. Mi aveva indirizzato verso un porno, semplice, solito cliché. Insegnante-alunno. Puoi capire la mia delusione nel prosieguo? 🤦🏻‍♂️

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        14. Un pizzico di porno in realtà c’è, nelle parole (che poi è come il nero: va bene con tutto). Buoni propositi per l’anno venturo, segna:
          – imparare il tetesco, ja
          – imparare il brehà.
          Posso aiutarti per entrambi, ma te devi da’ ddà fa’.
          Povero cucciolo 😁

          Prima lezione (in due comode parti):

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        15. La prof mi ispirava moltissimo! Cazzarola! È di Brescia? 😳

          Possiamo fare uno scambio culturale bresciano-andriese! 🤣
          Sul tedesco, invece, passo. Non credo possa servirmi, a meno di intraprendere la carriera nel porno crucco! 😂😂😂

          L’uso del pota è interessante! 🤔

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        16. Servirà mica conoscere la lingua, per porneggiare in tedesco… via, al massimo ti fai doppiare.
          E comunque, quanto alla prof., non so se sia di Brescia, ma in quel caso è già presa 😉
          Entiende?

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        17. Eheheh, ma certo. E’ giusto 🙂 Spezziamo il pane XD
          Vabbuoh va’, diciamola tutta: te la posso lasciare, non è nemmeno il mio tipo (!).
          In verità, in verità ti dico: è che m’ero ingelosita.
          No, perché è come se fossi passato a casa mia, avessi visto mia cugggina procace sul divano a sorseggiare caffé, e le fossi saltato addosso senza manco dire “ciao”. E ‘un se fa, eh 😋 Capittto mi hai? 😇

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        18. Condividere è tutto! 😂

          A me comunque piace scherzare. E tua cugina procace non la guarderei mai. Giurin giurello! 🤣
          (Hai una cugina procace? 🤔)
          In realtà che resti tra noi, sono uno complicato. Uno che purtroppo nota i dettagli. E questo non è sempre un bene. Te l’assicuro.

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        19. Uhm, fammici pensare… oddio, sì, ma è procace di seno come anche di fianchi, non so se mi spiegai 😀
          Del resto, per quanto bella (e mora) sia la tipa del video, a me piacciono più morbide e burrose. Mica grasse, eh, che pure non c’è niente di male, ma proprio mediterranee tanto, ecco.

          I dettagli, mio caro, i dettagli.
          E a chi lo dici, minchiuzza bedda!
          I dettagli ti rovinano la vita.

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        20. I dettagli mi fottono. Ho mollato tante tipe per un dettaglio che non mi andava a genio. A volte è una maledizione. Ma credo tu possa capirmi.
          Credo di non avere un prototipo prestabilito di donna, sebbene io preferisca le more con gli occhi chiari. Diciamo che deve piacermi il viso. Se non mi colpisce il viso, può anche avere il fisico più bello del mondo…non fa per me.

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        21. Che poi no.
          Non è colpa dei dettagli, quelli sanno essere meravigliosi se vogliono.
          E’ colpa del perfezionismo, almeno per quanto mi riguarda.
          Non nel senso che cerco l’uomo (o la casa, o l’auto, o quel che è) perfetto, senza difetti, ma nel senso che mi basta un niente per diventare insofferente. Grosso guaio a Bresciatown…

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        22. Aha, l’ho detto io che eravamo anime gemelle.
          Bella bestia, il DOC. Con tante “zampe” diverse e tentacolari.
          Però disgraziatamente – ma chi lo sa, in fondo – temo di essere semplicemente troppo infantile, ancora. Nonostante tutto. Al limite, il DOC s’affianca a questo.
          Ma via, saperlo, me lo riconfermo ogni giorno, fa una differenza enorme: sarò anche emotivamente immatura, ma funziono lo stesso più che alla grande 🙂

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  6. Questo thread è una trafila di commenti intelligentissimi che non ho neanche letto tutti, arrivo solo per dire che io la roba di quel personaggio che invece poi si scopre essere solo un delirio di fantasia mica l’avevo capita. L’ho letto qua e là poi. Mi sono australianizzata. Cia’. 😦

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    1. Ah, ma vedi che io manco l’avevo considerata.
      Non mi ci sono convertita, ma ne sono rimasta affacinata dopo, tornandoci su più volte con Nick. Sennò ciao.
      Io però, nonostante le apparenze, sono una creatura prosaica: tutta la storia della follia e la violenza e cazzi e mazzi l’ho elaborata dopo, lì per lì ero troppo impegnata ad ammirare le bellissime costole di Phoenix/Fleck (per non parlare delle braccia, e le mani con le vene in rilievo, e il pomo d’Adamo… lo so, sono strana. Ma ho fatto pensieri torbidi, sì).

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        1. Guarda, una bella lavata di faccia e uno shampoo ed è già a posto per venire a letto. Ma anche no. I capelli chissenefrega, la faccia gliela lavo io a leccate – non facciamolo sapere alla mia socia, ‘ché oggi l’ho intortata per bene mostrandole qualcuno dei miei maschietti preferiti (Gosling, Hardy, i gemelli Winchester!) che sapevo le sarebbero garbati, così per un po’ sta serena e mi lascia occhieggiare i cinquantenni sfatti dalla vita che piacciono a me.
          E su questa nota felice ti (mi) do la buonanotte 😇 Ciù ciù, wombatina, e grazie per la chiacchierata ❤

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    1. Ahah, è un’aspirazione comune a molti 😀
      Adesso come adesso, con due appartamenti in attesa di nuovi occupanti, una rompi-balotas in trasferata all’estero e la vicina più molesta “neutralizzata”, sembra addirittura un’oasi di pace! 🤣
      Pure troppo… si starà preparando il diluvio? 🧐

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  7. Non so se hai cliccato su “Notificami nuovi commenti via e-mail”, perciò, nel dubbio, ti riporto qui la mia risposta al tuo palesarti sul mio blog:
    Sono io che ringrazio te, prima di tutto per esserti palesata come un miraggio sul mio blog, e poi per aver condiviso con me la tua emozione sfociata nel pianto…
    Mi hai lasciato senza parole per la gioia di “essere visto”, perché allora vuol dire che la solitudine di cui o parlato può essere vinta, anche per un momento, anche per le poche parole di un commento come il tuo. Grazie Celia!
    Per contraccambiare anch’io ti regalerò un po’ della mia intimità. Le parole che ti hanno colpito sono venute fuori da sole perché ho semplicemente descritto una sensazione che vivo. Ma quando riesco a condividerla tutto si alleggerisce.
    Un po’ come il saluto che la principessa Neytiri rivolge a Jake nel film Avatar: “Io ti vedo”! 😉

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  8. PS Fosse per me gli stili di attaccamento di Bowlby gli insegnerei nelle scuole superiori, aiuterebbero tanti giovani ad orientarsi durante le tempeste ormonali, un po’ come una sorta di “Manuale di sopravvivenza”!
    Se avessi saputo di essere un Ansioso-preoccupato mi sarei tenuto alla larga da tantissime Timorose-evitanti!!! Eh eh eh 😀

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    1. Io ne ricordo qualcosa dal CdL in Assistenza Sanitaria.
      Psicologia dello sviluppo, tra i pochi esami di onesta soddisfazione – e pensare che poco me ne importava. Mi basterebbe, anche senza pretendere analisi raffinate, poter discutere ogni tanto di psicologia / psichiatria VERE, con chi del resto se ne occupa per mestiere. Ma gli ostacoli son troppi, prendiamo quel che viene.

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    1. Oh no, per carità, se non ti capita e ti ci ritrovi per caso e/o necessità mollali gli psichiatri, sono tanto tanto tanto noiosi! 😋 Una vera piaga 😄
      (Come minimo, col mio fiuto, avrai in famiglia una onorata tradizione di psico-cosi, gah!).

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