Lavoro .1: Ufficio di scollocamento, Perotti / Ermani

Ottimo come pamphlet, perché secco e gnecco, cioè senza fronzoli diretto e impietoso e terra terra, il libro di Simone Perotti (quello di Adesso basta!, quello che va in barca) e di Paolo Ermani (che invece va in montagna) come saggio non reggerebbe.
Non sto dicendo che un saggio sia più serio e rispettabile di un pamphlet, dico però che in quanto tale l’esortazione dei due autori a riconsiderare (senza forzature o idealismi, questo il suo maggior pregio) la struttura socio-economica in cui siamo tutti infilati volenti o nolenti, e che sta crollando, può funzionare e aver qualcosa da dire quasi soltanto a chi già sia della partita.

Parlando di persone che vogliono uscire dal “sistema”, si scrive: Chi ne ha davvero abbastanza non è solo arrabbiato, è anche arrabbiato, perché sono proprie dell’agire determinato la calma e la concentrazione, l’assiduità e la focalizzazione, e l’onestà verso se stessi. Tutte qualità che lasciano poco spazio all’urlo.
Chi ci sta provando lo sa bene, con buona pace degli Scettici e degli Odiatori Uniti.
Chi ci sta provando è una persona come tutte le altre, potenzialmente antipatica e con le proprie fissazioni, che tuttavia in genere non fa pesare sugli altri – com’è invece abitudine di chi sputa veleno per professione. Potete non seguire i nostri blog, sbuffare incrociandoli, ma se ci inseguite pur di commentare acidamente ogni nostra piccola scelta, forse così indifferenti e sereni nelle vostre vite prestampate non siete.

[…] il disagio e il bisogno di spezzare la catena, di fermarsi, di disoccuparsi dalla posizione esistenziale, sociale, economica e lavorativa nella quale siamo collocati in modo coatto e alienato, e che ora mostra anche i suoi esiti fallimentari.
Nonostante quanto detto sopra e nonostante io stessa aderisca all’imperativo di decostruire le modalità di sopravvivenza, in primis lavorative, di cui ci avvaliamo (senza tuttavia destrutturare, che è altra cosa: una struttura, magari differente ma solida, ci vuole per campare), nonostante questo l’idea di “scollocarmi”, di operare un downshifting in campo professionale, di disertare i colloqui con i selezionatori, inutili quanto malsani, e dedicarmi piuttosto a procurarmi direttamente del cibo saltando il maggior numero possibile di intermediari, mi ha sempre toccata in modo laterale.
Nel senso che quando ho compiuto determinate scelte non è stato in un’ottica consapevole di ripensamento dell’intero sistema-lavoro: mi sono sfilata, ad esempio, da un destino che prevedeva università + impiego come infermiera vita natural durante per sfinimento e terrore, ma ancora auspicando di trovare un altro lavoro simile, con una qualifica inferiore che già avevo, alle medesime condizioni (contratto, ferie, contributi, anzianità, trascinarsi avanti così e ancora e ancora…).
Oggi so che non mi sarà possibile perseguire la vecchia strada, ancorché con fatica – ne sono proprio esclusa. Scelgo perciò di scollocarmi, ma a posteriori, avendoci messo anni a comprenderlo.

trasferimento

Se lo scollocato non ha soldi si astiene dal consumare e non ne fa un dramma né si rivolge alle banche, agli strozzini o alle mafie. Riduce movimenti e bisogni, ma non è triste per questo. Semmai se ne compiace, esaltando la propria libertà.
Lo scollocato pensa che si possa fare molto di più con molto meno, che ci siano mille cose da autoprodurre, e che è molto divertente imparare a farlo.

Lo scollocato non si annoia. Cammina molto, riprende a stancarsi fisicamente, e così facendo forse si scolloca anche dalle malattie di quest’epoca insana, evita il diabete e l’obesità, combatte con l’azione i trigliceridi e il colesterolo.
[…] Lo scollocato spera, ma lo fa perché ha fondati motivi di successo, perché pensa, progetta e agisce, perché sa di avere molte doti e le usa.
Lo scollocato un giorno si è detto: “Ma tutta questa fatica, tutta quest’ansia, non varrebbero una vita migliore?”. E allora si è alzato dalla sala d’aspetto dell’ennesimo colloquio di lavoro, ha oltrepassato la porta senza una parola, è uscito all’aperto. E ha ricominciato a vivere.

19 pensieri riguardo “Lavoro .1: Ufficio di scollocamento, Perotti / Ermani

    1. Perbaccolina puffolosa!!
      Sì, ma con questo mi riferisco solo alla forma-saggio.
      Come pamphlet, e per incuriosire anche i meno maniaci del minimalismo e della decrescita, funziona benissimo invece 🙂

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  1. Il riferimento a un modello di vita monastica, più ancora che francescana, viene piuttosto naturale, col suo aspetto personale, dell’esigenza e della scelta di vita, e anche con quello sociale, di una critica profetica in atto a rapporti e strutture. Mi lascio interrogare, da queste ispirazioni, per quanto riusciranno a farsi spazio, nella mia vita ancora molto caotica e satura di cose.

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    1. E già lo sai, ma repetita juvant: se per scacciare uno spettro chiami i Ghostbusters, per scacciare il disordine who you gonna call? Well, Celia!
      E per restare in tema, manco mi devi pagare: vivo d’arte e di soddisfazione. Una ciotola d’acqua, una di barrette Kinder e il gioco è fatto.
      Rifletti, rifletti, che poi ti interrogo (rigorosamente alle 22.15).

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    1. Arrr 🤣
      Ma hai ragione, già rileggendo mi son resa conto che ho parlato, proprio come il libro, a chi già è al corrente – e magari aderente – al dowshifting (la riduzione volontaria di orari, stipendi e mansioni lavorative a favore di una qualità di vita migliore), alla decrescita felice, allo “scollocamento” appunto: cioè all’uscita dal mondo del lavoro così come oggi impostato, non per diventare “partite IVA” ma per riportare al centro le persone, anziché i profitti.
      Lo so, suona retorico e magari lo è, ma è pure quel che sento anch’io.

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      1. Più che altro non capivo bene con cosa chi aderisce a questa filosofia di vita acquista i beni primari o paga le bollette. In realtà neanche adesso.
        Però non so se potrei adattarmi a questa modalità, perché amo troppo viaggiare e i viaggi sono abbastanza dispendiosi. 😅

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        1. Beh, naturalmente non si tratta di NON lavorare in assoluto.
          Ma di lavorare meno, e meglio, cioè non tanto facendo il “lavoro dei propri sogni” ma rifiutando condizioni inaccettabili.
          Poi, perplessità ed estremismi a parte, le opzioni che chiunque – anche uno che un lavoro ce l’ha e gli sta benissimo così – può vagliare, e fare sue, anche in parte, sono diverse:
          autoproduzione di prodotti
          baratto
          frugalità
          risparmio e contenimento degli sprechi
          Bada bene, ci ragiono su perché interessa me – e anche se non sono di idee morbide rispetto a ciò che collettivamente sarebbe doveroso fare, non intendo convertire o bacchettare nessuno 😉
          I viaggi, chiaramente, seguono le stesse regole di ogni altro ambito di vita – ma, per esempio, io che sarei disposta senza problemi a portarmi il pranzo da casa per un’uscita d’una giornata, o anche a non pranzare affatto, al contrario non tollero scomodità in termini di mezzi, bagni ecc. Che non significa optare per il lusso, ma non parlatemi di ostelli, campeggi et similia… argh!

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