Sul mare .6: Giona, Ismaele, Geppetto.

Dalle balene ai pirati e ritorno: è il turno di Moby Dick, una bestia enorme – parlo del capodoglio che gli dà il titolo, ma anche del libro stesso. Enorme non per volume e numero di pagine, ma per l’incredibile ampiezza delle cose che riesce a trattare, approfonditamente, talvolta con descrizioni attendibili ma assai più spesso in modo scherzoso e del tutto fantastico: di tutto parla, tutto approfondisce, tutto circumnaviga… eccetto la stessa Moby Dick. Arrr, corpo di mille balene! (Appunto!).
Non fraintendetemi, voglio bene a questo disprezzato (quando l’autore era in vita) e misconosciuto (postumo) romanzone di Melville, e me lo sto godendo. Ma se pensavo, come pensavo, di immergermi in una corposa avventura zeppa d’azione… mi sbagliavo. Per lo meno, all’alba delle 335 pagine dalle quali vi scrivo, Moby eh la nun s’è vista micha, ancora – non dal prode equipaggio del Pequod, almeno. Non solo, ma altrettanta strada c’è voluta per giungere alla prima cattura.
Ciononostante, in questa sorta di “catalogo di meraviglie balenesche” ho trovato un’inaspettata levità. L’intento non propriamente satirico, bensì più gaiamente buffonesco, di presa in giro di convinzioni, convenzioni, usi e costumi da parte di Melville è limpido, e dona vitalità ad un racconto altrimenti statico.
Eccovi qualche (sparuto) esempio di ciò che potete trovare nel testo.

balena kawaii

cap I – qualcosa appare in lontananza – Chiamatemi Ismaele

cap. IX – la predica – Un capitolo meraviglioso, che mi sono riletta interamente, costituito dalla predica d’un sacerdote (un papista!) ai marinai in procinto d’imbarcarsi per anni sulle baleniere… tutta infarcita di termini marinareschi, di riferimento biblico-oceanici (centrale, ovviamente, quello a Giona) e impartita da un degno figlio di Nantucket.
Da non perdere: casomai vi càpiti, pigliate il libro, scorretela e poi lasciate.

cap. XI – camicia da notte – […] guardate come diventano elastici i nostri pregiudizi più rigidi appena l’amore viene a piegarli: basterebbe questa frase a muoverci a leggere il resto. E’ riferita alla nascita dell’amicizia tra Ismaele e queequeg (la quale disgraziatamente viene ben narrata nei primi capitoli e poi non più ripresa), ma vale per ogni cosa, davvero ogni cosa.
> Avevo appena finito di scrivere questo, e queequeg si rifà vivo, definito da Ismaele “amico carissimo” (pag. 292 della vecchia edizione Garzanti) mostrandoci in metafora e carne viva che non s’è mai allontanato.

cap. XXXV – la testa d’albero – Nel clima sereno dei tropici la testa d’albero è estremamente piacevole, anzi deliziosa per un tipo sognatore e contemplativo. State lassù, un centinaio di piedi sopra la coperta silenziosa, e fate grandi balzi sull’abisso come se gli alberi fossero trampoli giganteschi, mentre sotto di voi, e per così dire tra le vostre gambe, nuotano i mostri più smisurati del mare, proprio come le navi passavano una volta tra gli stivali del famoso colosso nella vecchia Rodi.
Ve ne state lassù perduto nella distesa infinita del mare, e nulla è imbronciato tranne le onde. La nave rolla indolente come in un’estasi, gli alisei soffiano assonnati, ogni cosa vi scioglie in languore. quasi sempre, in questa vita di baleniere ai tropici, vi avvolge una sublime mancanza di avvenimenti. Non sentite notizie, non leggete giornali, nessuna edizione straordinaria con resoconti impressionanti di banalità vi dà false inutili eccitazioni; non udite parlare di dispiaceri domestici, di cauzioni fallimentari, di cadute di borsa, non avete mai il fastidio di pensare a cosa mangerete a pranzo, visto che per tre anni e più tutti i vostri pasti son belli e stivati nei barili e la lista è immutabile. 

cap. XLI – moby dick – aneddoti “di provata fonte” e leggende sul Terribile Cetaceo.

cap. XLII – la bianchezza della balena – qui si parla delle infinite valenze, ma in particolare di quella intrisa di orrore e terrore, del colore bianco. Al novero degli esempi portati dall’autore aggiungo, di mio, il biancore repulsivo che ha per la cultura giapponese la sclera degli occhi, la quale non a caso occupa uno spazio espanso e preminente in quelli di persone cattive, criminali, demoni ecc.

cap. XLIV – la carta – Ma non fu quella l’unica notte in cui, nella solitudine della cabina, Achab si mettesse a meditare sulle sue carte. Le tirava fuori quasi ogni notte. quasi ogni notte qualche segno di matita veniva cancellato, e altri sostituiti. In realtà, con le carte di tutti e quattro gli oceani davanti, Achab andava tracciando un percorso per un dedalo di correnti e di gorghi, mirando a rendere più sicuro il successo di quell’idea che gli ossessionava l’anima.
[…] Dio, che estasi di torture sopporta l’uomo consumato da un unico insoddisfatto desiderio di vendicarsi! Dorme coi pugni stretti, e si sveglia coi segni del sangue sulle palme.
Sul desiderio di vendetta di Achab, così si esprime nella sua tesi di laurea Betta La Talpa: “un po’ come il Kurtz di Joseph Conrad, la sua dedizione al proprio mestiere è diventata una monomania“. Paragone quanto mai azzeccato.

cap. LX – la lenza – composizione, avvolgimento, uso e pericoli della lenza da balena.

cap. LXVIII – la coperta – ossia lo strato di grasso corporeo che avvolge il cetaceo, del quale si disquisisce a fondo e si racconta l’anatomia, il distacco dallo scheletro e lo stoccaggio.

cap. LXXIV – la testa – nel quale troverete elencati i diversi usi dell’osso di balena: ombrelli, bastoni da passeggio, corsetti, ovviamente lampade e lampioni.
Ma di pietà non ve ne fu. Malgrado tutti i suoi anni, malgrado il suo unico braccio e i suoi occhi ciechi, il pesce doveva morire di quella morte, ed essere assassinato per illuminare le gaie nozze e gli altri divertimenti degli uomini, e anche per fare luce nelle chiese solenni che predicano la mansuetudine incondizionata di tutti verso tutti.

cap. LXXXII – l’onore e la gloria della baleneria – Ci sono lavori per cui un disordine accurato è il metodo giusto.
Più mi tuffo in questo tema della baleneria e spingo le mie ricerche fino alla sua primissima fonte, più mi colpisce la sua grande antichità e dignità; specie quando trovo tanti nobili semidei ed eroi e profeti d’ogni sorta che in un modo o nell’altro vi hanno aggiunto luce, mi sento esaltare al pensiero che io stesso appartengo, anche se solo in sott’ordine, a una confraternita di tanto blasone.
[…] Perseo, San Giorgio, Ercole, Giona e Visnù! Che bel registro d’immatricolazione! E quale club, oltre a quello dei balenieri, può cominciare in modo simile?

cap. LXXXV – la fontana – Ma perché seccarci con tutti questi ragionamenti sullo sfiato? Parlate chiaro! L’avete vista sfiatare: e allora diteci che cos’è la sfiatata: non sapete distinguere l’acqua dall’aria?
Mio caro signore, in questo mondo non è così facile decidere queste cose semplici. Le cose semplici le ho sempre trovate le più spinose. E quanto a questa sfiatata di balena, potreste quasi starci nel mezzo ed essere ancora indecisi sulla sua natura esatta.

cap. LXXXVI – la coda – nel quale si lodano le doti della coda di balena, la sua struttura tendinea, il fatto che non… scodinzola e la si paragona alla proboscide elefantiaca.
E’ tanta l’elasticità delicata dell’organo di cui parlo, che mosso per gioco o sul serio o nell’ira, qualunque umore lo ispiri, le sue flessioni sono sempre piene di grazia straordinaria. Non c’è braccio di fata che lo può superare.
[…] Avvicinandovi furtivi alla balena nell’illusoria sicurezza di sperduti mari solitari, la trovate sciolta dal gran peso della sua dignità, e dedita ai giochi sull’oceano come un micio nel camino. Ma nel gioco stesso ne vedere la potenza. La grandi palme della coda vanno sventagliando alte nell’aria, poi percuotono la superficie con uno scoppio di tuono che risuona per miglia e miglia.

cap. LXXXIX – pesce legato e pesce libero – nel quale si parla delle leggi non scritte, nella baleneria e nell’umano consesso in generale, a proposito di possesso (d’una balena, d’una donna, d’un territorio).

cap. CIV – la balena fossileSi sente spesso di scrittori che si rizzano e gonfiano col loro argomento, anche se si tratta di roba ordinaria. Che sarà di me allora, che scrivo di questo Leviatano? Senza volerlo la scrittura si gonfia in maiuscole da cartellone. Datemi una penna di condor! Il cratere del Vesuvio per calamaio! Tenetemi le braccia, amici! Perché nel semplice atto di vergare i miei pensieri su questo Leviatano, mi sento stracco e prossimo a svenire per la loro comprensività e larghezza di portata [e ce n’eravamo accorti, ce n’eravamo!], quasi volessero abbracciare tutto il giro delle scienze e tutte le generazioni di balene, uomini e mastodonti, passate, presenti e da venire, con tutti i roteanti panorami d’imperio sulla terra e per tutto quanto l’universo, sobborghi inclusi. Tale e talmente esaltante è la virtù di un tema grande e generoso!
[…] Chi può vantare una genealogia come quella del Leviatano? Il rampone di Achab aveva sparso sangue più antico di quello del Faraone. Matusalemme sembra uno scolaretto. Mi guardo attorno per stringere la mano a Sem. E inorridisco a questa esistenza premosaica e senza fonte dei terrori indicibili della balena, che essendo esistita prima di ogni tempo, dovrà certo esistere quando sarà passata ogni epoca umana.

cap. CXXXIV – la caccia. secondo giorno [da qui, un epilogo coi fiocchi] – Erano un uomo solo, non trenta. Perché come l’unica nave che li conteneva tutti, anche se fatta di cose tutte contrarie, quercia, acero e pino, ferro, pece e canapa, pure fondeva ogni cosa in un solo scafo compatto che s’avventava alla meta, equilibrato e diretto dalla lunga chiglia centrale; allo stesso modo tutte le individualità dell’equipaggio, il valore di uno, la paura di un altro, la colpa e l’innocenza, tutte le differenze erano saldate in unità e indirizzate a quello scopo fatale che indicava Achab, loro unico signore e loro chiglia.
[…] la balena bianca, questa volta, rivelò la sua vicinanza non col pacifico sgorgo di quella misteriosa fontana che aveva in testa, non con calme e indolenti sfiatate, ma col fenomeno molto più stupefacente del salto. Emergendo con tutta la sua velocità dai più lontani abissi, il capodoglio scaglia così la sua intera massa nel puro elemento dell’aria, e accatastando una montagna accecante di spuma indica la sua posizione alla distanza di più di sette miglia. In quei momenti le onde lacere e irose che si scrolla di dosso paiono la sua criniera; in qualche caso, questo salto è il suo gesto di sfida.

E alla fine arriva Polly Moby.
Sì, arriva!
Ma non sarà salvifica come la balena che s’è presa Giona, né desiderata come quella che ha inghiottito Geppetto, e che Pinocchio smania di incontrare nell’oceano per ritrovare il padre.
E sono scampato io solo per informartene.

Nelle puntate precedenti:
Sul mare .1: Avventura nell’artico, Arthur Conan Doyle
Sul mare .2: L’isola del tesoro, Robert Louis Stevenson
Sul mare .3: Il mare d’autunno
Sul mare .4: Il mare d’autunno (bis)
> Sul mare .5: Long John Silver secondo Björn Larsson

22 pensieri riguardo “Sul mare .6: Giona, Ismaele, Geppetto.

    1. Hai ragione: tutta colpa di Disney! 😉
      Non ricordo invece che versione ne hanno dato nello sceneggiato con Manfredi, spettacolare (ne rividi qualche puntata lo scorso anno con mia mamma…).
      Pinocchio, altro libro letto alle medie, e che ho acquistato di recente in una nuova edizione. Da leggere e rileggere.
      Comunque adesso che ho terminato Moby sono rimasta in mezzo alle balene (stavolta nell’emisfero boreale), con Acque del nord di Ian McGuire – iniziato benissimo, e con un incipit all’altezza.

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      1. Sì, tutta colpa di Disney, che ha pure inventato un Pinocchio vestito da tirolese e costruito da un Geppetto con una splendida bottega invece che da un Geppetto talmente morto di fame da avere una pentola fumante dipinta sul muro. “Lo chiamerò Pinocchio. Conoscevo una famiglia di Pinocchi, il più ricco di loro chiedeva l’elemosina” (vado a memoria, ma non è forse un passo stupendo?) Ovviamente non posso esimermi dal consigliarti “Pinocchio. Un libro parallelo” dell’amatissimo Manganelli, libro folle quanto il suo autore.

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        1. “Manganelli”? Apriti sesamo!
          Che nome gli metterò? – disse fra sé e sé -. Lo voglio chiamar Pinocchio. Ho conosciuto una famiglia intera di Pinocchi: Pinocchio il padre, Pinocchia la madre e Pinocchi i ragazzi, e tutti se la passavano bene. Il più ricco di loro chiedeva l’elemosina.
          E ciononostante, amo anche il Pinocchio tirolese 🙂

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        1. Ma che meraviglia 😍
          Anch’io voglio sognare balene… invece faccio sempre sogni cretini – e più tardi scrivo l’ultimo, una vera fiera…
          … sì, decisamente Moby mi par tutto ma non un romanzo per ragazzi, al di là della mole che scoraggerebbe pure i più accaniti.

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    1. Aha, ottimo! A questo servono simili post, oltretutto 😉 Mi aspetto un bell’elencone di perché e poiché con relativa dettagliata disamina, ora, sappilo 😀
      Nel frattempo ho attraversato altri oceani (nell’emisfero boreale) con altri generi di balene, ma soprattutto carichi di mostri a due zampe e privi di coda – che non sia quella, ben nascosta, diabolica.

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