Lavoro .2: Lavorare gratis, lavorare tutti

Cosa succede se, in una società fondata sul lavoro, il lavoro viene a mancare?
Hannah Arendt

Cercherete di vendervi come schiavi ai vostri nemici, ma nessuno vorrà comprarvi.
Deuteronomio, 28,68

lavorare gratis lavorare tutti de masi

Nel 1831 il filantropo inglese Charles Knight aveva consigliato ai disoccupati di inventarsi una professione e mettersi in proprio, esattamente come fanno oggi i nostri ministri del Lavoro“.
Nonostante il titolo del saggio di De Masi suoni terribilmente commerciale, la proposta che avanza fin dalla copertina non può certo essere peggiore di quella di Knight: deprezzare il lavoro dipendente e spingere chiunque a combinare la qualunque – implicando, con questo, che chi non ha la vocazione imprenditoriale o libero professionale non è un uomo, ma una pianta d’appartamento.
Non trovate?
Io trovo. Anzi, vi assicuro che quel titolo motivazional-utopistico non rende ragione della serietà di pagine che, seppur divulgative, non rinunciano a nulla: dalla ricostruzione storica e ideologica (in economia), anche piuttosto estesa, ad un basilare inquadramento del come e perché lavorare meno (e persino gratis, in una prima fase) ci porterebbe a lavorare tutti, quanto basta. Insomma a risolvere il problema della disoccupazione, e non tamponandolo, ma promuovendo una nuova identità dell’idea stessa di lavoro.

Tra i tanti, De Masi (che ho conosciuto attraverso le ospitate a L’aria che tira su La7) cita Owen, socialista fondatore di una cooperativa tessile a New Lanark, Scozia (che ho visitato nel 2002 in viaggio-studio), notissima starlette dei libri di testo.
L’estrazione del sociologo appare chiara: nomina molti economisti e politici, ma sta dalla parte di Keynes, di Olivetti e, naturalmente, di Marx ed Engels – del quale per esempio riporta queste parole:
[A causa delle concorrenza liberale] “[…] l’operaio è di diritto e di fatto uno schiavo della classe abbiente, della borghesia; suo schiavo al punto che viene venduto come una merce, sale e scende di prezzo… rispetto alla schiavitù dell’antichità sembra libero perché  non viene venduto in una sola volta ma pezzo a pezzo, a giorni, a settimane, ad anni e perché non viene venduto da un proprietario all’altro, ma è egli stesso che deve vendersi a questo modo in quanto non è lo schiavo di un singolo ma dell’intera classe abbiente“.
Inutile specificare che, per me, dove c’è una critica al capitalismo c’è casa 😁
Compreso il neo-capitalismo targato Pd – sorry, Sandro, te tocca -: quel mostriciattolo che è solo l’ultimo dei truffatori travestiti da “gente di sinistra”, da Craxi in avanti. E voi tutti sapete bene chi è stato allevato da Craxi…
… ma torniamo a bomba nel passato e sentiamo un po’, stavolta, quel barbone di Marx.

Una terza categoria di disoccupazione è quella che Marx chiama stagnante, ossia quella massa che svolge lavori irregolari con orari impossibili e minime retribuzioni, come i lavoratori a domicilio e quelli impiegati in nero.
L’ultima categoria è quella del pauperismo inteso come “il ricovero degli invalidi dell’esercito operaio attivo e il peso morto dell’esercito industriale di riserva”. Nel pauperismo Marx include, oltre al sottoproletariato vero e proprio (vagabondi, delinquenti e prostitute), anche persone che sarebbero in grado di lavorare ma non hanno trovato un impiego e non hanno altre fonti di sostentamento, anche orfani e figli di poveri, anche gente finita male, incanaglita e ormai incapace di lavorare, come i mutilati, i malati e le vedove.
A parte le risate che m’ha strappato quel gente finita male, incanaglita – umorismo involontario, ich denke -, nulla potrebbe interessarmi più della sorte di questa quarta categoria di disoccupati, della quale faccio ahimè parte. Non so quanto incanaglita, non poi molto, ma incapace di lavorare (in maniera “normale” e come richiesto dal mercato odierno), e persino in difficoltà con i lavori di ripiego, lo sono eccome.
Del resto, a breve farò richiesta di aggravamento, con la quale mi auguro di colmare quel divario di pochi punti che mi separa dalla pensione di invalidità standard – chi mi vuol bene, cominci pure ad accendere un cero o a bruciare incensi a Marte.
Impossibile non sogghignare pensando che la prima certificazione, oltre ad una grande conquista e soddisfazione, ha significato anche essere esclusa da praticamente ogni selezione al Collocamento Mirato – che dovrebbe aiutare ad inserire chi non regge un ambiente di lavoro tradizionale – perché… non sono in grado di reggere un ambiente di lavoro tradizionale. Embé.
(Dei caregivers non parliamo nemmeno: stanno un gradino più in basso dei procarioti).
Recupererò il mio sogno di bambina, e da “grande” (se mai un miracolo mi alzerà, su ali d’aquila, oltre il metro e 60) farò l’umarella davanti ai cantieri.


>> Nella puntata precedente:
Ufficio di scollocamento, Perotti – Ermani

Insomma, il libro prende piede lentamente, sulla scorta dei secoli, ma il suo fulcro sta, di fatto, nell’interpretare il probabile futuro delle nostre società ipersviluppate, anche e soprattutto sotto il profilo tecnologico.
E qui si passa da un terreno solido ad uno, quantomeno, soffice – ma non per questo, a mio avviso, inconsistente. Riporto qualche passaggio chiave:
Oggi le nuove tecnologie tendono a sostituire tutto ciò che non esige affettività, ideologia e creatività, per cui un ingegnere è più sostituibile con un computer di quanto lo siano un parroco o una badante.
[…]
Ma, a differenza di quanto avvenne ieri con le ferrovie che resero obsoleti i cavalli e i cocchieri ma impiegarono molti più lavoratori per costruire e gestire le strade ferrate, le stazioni, le locomotive, i vagoni e i viaggiatori, oggi i computer e i robot distruggono molto più lavoro di quanto ne creano.
E proprio qui sta il salto di civiltà che essi beneficamente ci consentirebbero liberandoci dal lavoro, se solo avessimo l’intelligenza di rimodulare la nostra vita centrandola sulla distribuzione [degli impieghi lavorativi disponibili] più che sulla produzione [di nuovi posti di lavoro], sul tempo libero più che sul tempo di lavoro.
[…]
Mentre nell’economia tradizionale, che si serviva di strumenti meccanici o elettromeccanici, ogni membro della popolazione attiva era allo stesso tempo produttore e consumatore e quando si doveva produrre di più si assumevano più lavoratori, ora buona parte dei produttori, cioè i computer, non consumano perché non sono umani e buona parte dei consumatori non produce perché è disoccupata.
[…]
Anche quando il lavoro evapora, resta comunque misura di tutte le cose. A chi lo perde, perdendo con il tempo anche la speranza di ritrovarlo, viene imputato di estraniarsi, di non integrarsi, di non reagire attivamente, di non inventarsi un lavoretto”.

Siamo così tornati al ragionamento iniziale (di questo post), a quell’accusa intollerabile che, molto più dello stato di disoccupazione in sé, è in grado di scatenare rivolte.
Non a caso sempre Keynes (che tra parentesi ha avuto una vita assai interessante), parlando dell’instabilità ciclica prodotta da un sistema lavorativo irrealistico quale il nostro, riferisce della disoccupazione come del maggior pericolo per una democrazia.
Ma qual è, grossomodo, la soluzione prospettata da De Masi (che, intendiamoci, non è certo un visionario solitario)?
Ve ne do innanzitutto una versione letteraria ed incisiva. La meta del futuro” dice Arthur C. Clarke “è la disoccupazione generalizzata, così potremo giocare“.
E così prosegue l’autore del saggio: “Perché lasciare al caso il passaggio dal lavoro all’ozio creativo, perché trasformare un itinerario verso la libertà in pedaggio paludoso […]?
Perché, in questo frattempo, pretendere dai disoccupati un comportamento e un’etica ritagliati sul lavoro quando questo gli viene negato?
Perché non trasformarli in un’avanguardia di quel mondo libero dal lavoro per sperimentare le occasioni preziose offerte da quella libertà?
[…]
Ma come è possibile dedicarsi all’ozio creativo senza morire di fame?
Per Aristotele e per i classici la risposta è semplice: ridurre al minimo il desiderio del superfluo e abituarsi a considerare come unici veri lussi la saggezza, la convivialità, la disponibilità di tempo, la bellezza e la cultura”.

E ancora:
Ma chi ha deciso che nel XXI° secolo il lavoro debba essere così snaturato, stuprato, frantumato fino a perdere ogni legame empatico e duraturo con il lavoratore?
[…]
Mentre la società greca e romana aveva appreso ad arricchire di significati gli scarsi oggetti a sua disposizione, la società industriale ha preferito arricchirsi di tecnologia per costruire sempre più oggetti sempre più svalutati nei loro significati qualitativi man mano che il consumismo ne pretendeva la moltiplicazione quantitativa.
[…]
Rispetto alla liberazione dalla schiavitù, che caratterizzò il Medioevo, e alla liberazione dalla fatica, che ha caratterizzato la società industriale, la liberazione dal lavoro caratterizzerà la società postindustriale.
[…]
La garanzia per tutti i cittadini di un reddito di sussistenza “sufficiente” assicurerebbe il passaggio da una società del pieno impiego a una società di piena attività” […]

La differenza la può fare la scuola, ma per gli scettici come me che campa cavallo è decisamente più sensato e proficuo immaginare di partire dall’altro polo del problema, cioè dai (non) lavoratori stessi:
In coerenza con le teorie della crescita infinita corteggiate dai neoliberisti e con il credo espiatorio del luteranesimo e del calvinismo, l’educazione familiare e quella scolastica restano indirizzate quasi esclusivamente alla preparazione del giovane al lavoro, alla carriera, alla competitività. Ovunque si invoca un rapporto esclusivo e onnivoro tra scuola e lavoro in cui il secondo fagocita la prima.
[…]
Poiché i disoccupati non hanno nulla da perdere tranne la disoccupazione, non resta loro altra scelta che scompaginare la situazione gettando sul mercato del lavoro tutta la propria massa lavorativa.
Se, per esempio, in Europa i 26 milioni di disoccupati, invece di starsene fermi, offrissero gratuitamente la loro opera a chiunque ne abbia bisogno, in poco tempo tutta la legge della domanda e dell’offerta andrebbe a gambe all’aria“.

2019-10-24 20.02.02
Chiedo scusa per il focus orrendo.

32 pensieri riguardo “Lavoro .2: Lavorare gratis, lavorare tutti

    1. E’ soprattutto un ragionamento di studiosi diversi che, però, nel tempo ho fatto mio.
      Magari qualcuno direbbe che mi piace vincere facile: in fondo sono una disoccupata, invalida ed “emarginata”, e che ai lavoratori rimasti venga decurtato monte ore e stipendio non solo non mi cambia nulla, ma anzi mi fa comodo…
      … e io rispondo: sì, che mi farebbe comodo. Ma la scelta non si fa sulla convenienza, si fa sull’etica. Se si crede nella legge del più forte, anche una sana logica imprenditoriale la si può mettere da parte e allora questa impostazione lavorativa è “giusta”. Ma se si crede che sia più corretto avere tutti meno di prima, ma avere tutti qualcosa – senza creare divari così ampi – allora beh: questo è un ottimo modo di ottenerlo.
      Ma tu hai ragione: il difficile, con gli esseri umani, non è mai ideare, è sempre mettere in pratica. Infatti io che sono abbastanza cinica penso che, se si arriverà ad orientarsi in questo senso, sarà comunque in maniera rapida e ribollente, magari dopo qualche sconvolgimento sociale brusco.

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    1. Uh, mannaggia, ma io non voglio farti venire un’ulcera! 🤣
      Comunque sì, merita. Io, ovviamente, l’ho preso in prestito 😉
      Visto che il tema ultimamente mi ricorre, chissà, quando sarò a corto di post (cioè mai…) potrei buttar giù due righe con le quali racconto un po’ di quisquilie e pinzillacchere personali lavorative. Ma più che altro relative alla malattia, anche – c’è da piangere, ma c’è anche da ridere. Poi al massimo se vado in ansia posso sempre nascondermi per un po’ nel frigorifero…! 🤣

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    1. E’ De Masi che mi riconduce alla moderazione 😀
      Io di mio sarei forse più da gente incatenata davanti al municipio e orde di rivoltosi con le picche in piazza… no, aspetta, che così mi si confonde con Pannella o con i 5S… niente di più lontano.
      Anche se per una lotta personale, mi è capitato di pensare che, a mali estremi, potrei effettivamente contattare i quotidiani e legarmi davanti al Comune o a un ospedale, secondo la bisogna: il tempo che i carabinieri chiamino un fabbro a liberarmi, e la notizia-denuncia è servita. Che poi serva anche a me, è da vedere, ma alle volte funziona.
      Per esempio, potrei “chiedere” che l’integratore di q10 che assumevo venga riportato dalla fascia C, a pagamento, alla fascia A.

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  1. C’è già un’infinità di gente che lavora gratis… gli stage, i tirocini, per non parlare di chi non viene pagato dopo aver lavorato… una bella provocazione quella di De Masi, però mi sa che chi lo sta prendendo in parola per ora siano i padroni… sono tempi strani, non si accenna nemmeno a prendere i soldi da chi più ne ha per redistribuirli (visto che in questi anni le vacche non sono state magre per tutti, anzi _ e magari rimettere il tuo farmaco nella fascia A _) ne di distribuire il lavoro diminuendo le ore A PARITA’ DI SALARIO (non si può , si va fuori mercato, la Cina è vicina etc etc). Ci si contenta dell’elemosina o quasi del reddito di cittadinanza (sempre meglio che niente, per carità). Peraltro la gente si è fatta infinocchiare, “dovete essere imprenditori di voi stessi”, e ha votato per anni un multimiliardario; poi ci si è messa la cosiddetta sinistra a fare la destra… il capitalismo è tale che se anche i lavoratori decidessero di lavorare gratis, gli verrebbe chiesto pure di pagare per lavorare… e pure quello già succede, se ci pensiamo… insomma se ti incateni faccelo sapere che veniamo a farci un selfie insieme!

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    1. Non credo che quella di De Masi sia una provocazione. Voglio dire: funzionerebbe, così come funzionerebbe ridurre l’orario a chi già lavora ed assumere chi ancora no – certo, se poi come me disperiamo della natura umana e della sua intelligenza pratica, non ci aspetteremo di veder realizzato nulla di tutto questo. Ma è un discorso a latere.
      La gratuità di una scelta del genere ha molto a che fare con la dignità delle persone, e la solidarietà aggiungerei, e ben poco con lo sfruttamento – è proprio da lì che vorremmo sollevarci… ma precisazioni, financo inutili, a parte; come non sottoscrivere ogni cosa del tuo commento?
      Altra chicca: ho zero reddito ed ISEE sotto i 2.000 euro, ma siccome i miei graziaddio mi han lasciato (fiché durano) dei risparmi, supero la misera soglia di patrimonio stabilita come requisito per il reddito di cittadinanza (che poi non è un vero reddito di cittadinanza, ma di nuovo, altro discorso), persino quella più alta per chi ha un’invalidità. Son geni del male, sono 👿

      Se m’incateno, se m’incateeeeno, se m’incateno lo saprai anche teee 🎶🎵
      Nel frattempo, buona serata halloweenesca, qualunque cosa tu faccia (o non faccia)
      🦇🕸🕷🦇

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      1. Hai ragione, il “reddito di cittadinanza” ha vincoli così stringenti che in pochi ci rientrano, e spesso chi lo prende bara perché lavora in nero… il discorso di De Masi comunque e’ interessante, mi leggerò il libro, il tema e’ vitale (il lavoro senza lavoro…). Io sono sempre convinto che era meglio ai tempi degli uffici di collocamento: le ditte dovevano rivolgersi li, c’era una graduatoria, e uno prima o poi lavorava… con accesso obbligatorio per chi partiva con qualche svantaggio. Liberalizza liberalizza uno fa come gli pare, e la gente rimane a piedi… per Halloween 🎃 niente di niente, e’ una festa che non sento proprio… un’americanata, anche simpatica eh! Ma preferisco Ognissanti…

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        1. Son tempi e pratiche di cui non ho esperienza personale: ormai i Centri per l’Impiego non impiegano nessuno, per schivare l’assunzione obbligatoria di disabili basta fregarsene e pagare una multa, e comunque il Mirato non ci prova neppure. Mi racconti una storia in cui credo, che so essere avvenuta, ma in un passato per me lontano.
          La liberalizzazione: il male. Altro che Halloween, appunto (che ha molte facce, ma se ne parla così tanto che viene a nausea lo stesso).
          Per me, filmettino horror, libro (non a tema), musica stregata a cura di Nick – https://matavitatau.wordpress.com/2019/10/28/opere-per-halloween/ -, zucchina intagliata di ceramica con lumino e (importante) latte al cioccolato con muesli 🙂 Halloween è strettamente legata ad Ognissanti, ne è la vigilia, per quanto irriconoscibile possa presentarsi: perciò mi aspetto che stanotte mia madre venga a trovarmi in sogno. Faciliterò la sua venuta dormendo fino a mezzogiorno 😙

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    1. Perché siamo un branco (di 8? 10? miliardi) di stronzi.
      Alla fine, giusto o sbagliato, utile o non utile, ho approcciato il minimalismo, la decrescita ecc. in modo individuale, ed in tal modo ancora proseguo.
      L’azione collettiva è importante, anzi fondamentale, ma per quanto mi concerne io ho già cambiato la mia vita – se il mondo non va del tutto a rotoli tanto meglio, ma se (quando) dovesse farlo, io ho già abbracciato il mio ascetismo e non potrò venir danneggiata; non per davvero, non profondamente.

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  2. Il tema del lavoro è molto complesso. Attendo, come te, l’implosione del sistema, perché se aspetti un’azione collettiva…campa cavallo! Nemmeno dove sto io, venti scappati di casa, riusciamo a fare un’azione collettiva, che sia una. Tra infami, spioni, servi, voltagabbana, rabbini e miserabili…che te lo dico affà!

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    1. Pardon, quel baluba di Akismet ti aveva relegato nello spam.
      Ha sicuramente un intrallazzo con i poteri forti…! 😉
      No, nelle azioni collettive non credo. Credo alle azioni individuali che, sommate, ottengono più del loro totale numerico – ma debbono essere portate avanti solo per sé, “disperando” che abbiano un impatto sociale, perché è solo in questo modo che potrebbero involontariamente averlo davvero. Mentre nutrire una speranza nascosta ti porta a cedere subito, indebolisce anche le motivazioni migliori.

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      1. Ma siamo impazziti? Io nella busta dello spam. Semplicemente ridicolo. Io che sono il Conte di Stokausen, della dinastia dei Minghia! 🤣🤣🤣 (Nada pure WordPress mi odia!)

        Fai bene a non credere alle azioni collettive. Te lo dico per esperienza. E quando poi parti con le azioni individuali, sei un sobillatore, egoista e testa di cazzo. Ecco io appartengo agli ultimi menzionati! 🤣

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  3. Da chi è stato allevato Craxi? Sarei curioso di saperlo.
    In tema.
    La soluzione potrebbe essere: ripopolare i paesini spopolati e inventarsi l’agricoltura, la pastorizie, il falegname, il fabbro e il calzolaio, la tessitura e la filatura, il ricamo, il ceramista vasaio (questa è vera “economia verde”).
    Qualcuno obietterà: ma lo diceva Celentano, altri il Duce; no, questo è il medioevo, indietro non si torna, si opporranno alquanto incazzato una marea di altre (nell’ultimo secolo chi ci ha guadagnato è la donna)!
    I più miti diranno che era la vita di una volta prima dell’avvento della “(in)civiltà industriale”; abbiamo perduto le meglio competenze e siamo diretti verso il baratro…
    Il punto non è nemmeno che siamo troppi, ma che in troppi abbiamo troppo del superfluo e nessuno vuole rinunciarvi.
    Cosa può succedere?
    1) Guerra, non ce la auguriamo e e la disprezziamo, ma non è ancora la prospettiva peggiore e spiego perchè: la guerra avviene per calcolo, coalizza intorno a (squallidi) ideali. Nella sua pianificazione prevede che vengano salvati coloro che hanno”competenze, scienziati, medici ecc; le teste (di ….) pensanti si mettono al riparo con la loro (in)capacità di pianificare almeno un poco di quello che resterà; per quanto detto precedentemente, si mettono a riparo le fonti produttive primarie con difese militarizzate, cosi come le fonti idriche ed energetiche; la popolazione “civile”può contare su un minimo di controllo sulla legalità da parte dei militari.. Se si esclude quella termonucleare totale, dopo qualcosa “potrebbe” rimanere, e col tempo dari una organizzazione…
    2) L’opzione peggiore è il crollo di civiltà. Avviene all’improvviso scatenato da un banale effetto catalizzante: si trasforma in guerra civile, anarchia totale, lotta per la sopravvivenza, ci si scanna allegramente, saltano tutti i centri di controllo e comando; coloro che hanno competenze si disperdono o vanno perduti, impossibilità di aggregarli; le fonti produttive saltano ecc…; insomma finite le scorte saccheggiate nei supermercati, inizia il saccheggio di carne umana: il cannibalismo.

    Andando oltre nell’analisi, il problema è l’animo umano corrotto dal peccato, e che ai voglia a darci una “organizzazione” su questa terra che non lasci fuori e scontento nessuno, diciamo che l’umanità (non tutta, almeno quella del primo mondo) si sta godendo un ultimo relativo periodo di pace e tranquillità (per alcuni trastullatezza) fino al momento del redde rationem finale che non sarà, non lo sarà, assolutamente indolore…
    (Ovviamente questo nella mia prospettiva di credente).

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    1. Non “da chi è stato allevato Craxi”, ma “chi è stato allevato da Craxi”, dicevo che è cosa nota. Parlando di (neo?)liberismo, è facilmente intuibile.

      Sì, anch’io come sai son credente e certo non nell’idea che l’uomo basti a se stesso e possa trarsi da sé dal fango (meglio: dagli escrementi, ‘ché il fango è cosa nobile) in cui è immerso.
      Per questo so anche che l’uomo, pur irreparabilmente manchevole (corrotto dal pecc. or.), non è stato creato tale – né tantomeno per il male; e che ha la responsabilità di far quel che può come meglio può, dissotterrando i propri talenti e non disprezzandoli.

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