Film .29: Sinister, Scott Derrickson

Ellison Oswalt sta sempre davanti ad uno schermo: a guardare filmini in super8, VHS, il pc, (abbastanza) moderne videocamere… ed è uno scrittore, non tanto in cerca di ispirazione quando alle prese con l’ennesimo libro-reportage sull’ennesimo crimine efferato, che gli sta offrendo persino più materiale di quanto sperasse… insomma, Ellison è un po’ come Lucius Etruscus, gli manca solo il cappello, ed infatti il buon Lucius ha avuto una parola per Ellison – ma io dico che ne merita parecchie di più.

E perché, se è uno scrittore, sta sempre davanti ad uno schermo anziché a carta e penna?
Perché qualcuno ha voluto fargli trovare, nella soffitta della nuova casa (che poi è quella nella quale è avvenuto, fresco fresco, il delitto su cui intende scrivere) uno scatolone pieno di super8, appunto, e su ognuno di essi è inciso il filmato di un ulteriore crimine, che solo più tardi si scoprirà legato agli altri.

Ma Ellison non vive solo con dieci gatti: ha famiglia, moglie e due figli in età da primarie, e nelle sue peregrinazioni investigativo-letterarie se li trascina dietro ogni volta, almeno da quando, dieci anni prima, ebbe un grande successo pubblicando Kentucky Blood. Successo che sta cercando di replicare, nell’ansioso desiderio di sistemarsi una volta per tutte, come diremmo noi. E’, secondo me, uno scrittore “con giudizio”: nel senso che ha avuto successo ma non sempre, è ammirato ma anche detestato per questo suo vizio di rimestare le acque torbide delle comunità in cui di volta in volta si inserisce, e lavora davvero – cioè, oltre a scrivere e vagare a mente libera guardando fuori dalla finestra, cosa che per altro lui non fa, soprattutto si documenta. Cerca di allacciare relazioni utili, non in senso commerciale ma per la storia. Si fa domande. Crea una struttura e uno schema dei fatti che è già tre quarti del testo.
Un urrah per Ellison!

La vicenda è sensata, particolare non insignificante per il genere (che è sì l’horror, ma con buone dosi di thriller ben amalgamate); considerando poi il rischio che presenta sempre un prodotto BlumHouse. Ma forse si è salvato perché è un primo capitolo: leggo che sono stati girati anche il 2 ed il 3, nemmeno lo immaginavo ma, a ripensarci, è del tutto naturale e prevedibile. Mi rifiuto, ovviamente, di vedermeli.
Tornando al punto: la vicenda è sensata, gli attori sono capaci (e non parlo solo di Hawke), la famiglia di Ellison, Dio sia lodato, è composta da persone normali, con attriti e paure perfettamente credibili ed integrati con un contesto chiaro. Compresi i pavor nocturnis del piccolo Trevor, impressionanti però mai forieri di quell’atmosfera rarefatta e gratuitamente vaga tipica di tanti horror.
Gli elementi soprannaturali sono ben presenti, discretamente spaventosi, ma non vanno a produrre jumpscares a muzzo. Faccio anzi fatica ad arrivare a contarne due, di jumpscares.

Altri fattori mi hanno indotto ad attribuire quasi il massimo dei voti (4.5/5) ad un film che sulla carta potrebbe sembrare identico a mille altri: intanto, la vicenda è filtrata attraverso un’ottica, quella del protagonista, caratterizzata da una razionalità sicura ma non insistita. Non si assiste a nessun duello fede (nel paranormale) vs. ragione; me ne congratulo e gioisco.
I personaggi secondari (dallo sceriffo tendenzialmente ostile, ma anche qui “con giudizio”, al suo vice che si presenta come lo scemo del villaggio ma poi smentisce, con le parole e con gli atteggiamenti, di esserlo) sono marginali ma ben costruiti e contribuiscono in modo a mio avviso decisivo alla riuscita complessiva.
Dialoghi e fotografia sono curati come si deve, c’è attenzione al dettaglio, e mi vien da dire che, se non fosse per l’evidente elemento di genere, siamo davanti ad un film adatto ad un qualsiasi generico pubblico amante della suspence.
Si coglie che chi l’ha messo insieme si è divertito ed appassionato: dalle battute salaci alla citazione kinghiana nulla manca.
Solo le musiche sono forse meno “esatte” e più standard: intendiamoci, intervengono nei momenti giusti non solo per inquietare ma anche per sottolineare, fanno un buon lavoro, ma niente di memorabile.

Uno dei migliori film dell’anno, insomma, che unisce efficacemente:

  • un demone antico,
  • riflessioni intratestuali sulla civiltà dello sguardo (con il gioco di schermi, il concetto di “immagine come varco tra mondi” o i rimandi ad altri titoli più noti) e sull’interdipendenza tra scrittura e vita,

sinister-hawke

  • ma pure il senso dei legami e della trasmissione di un “bagaglio” (anche maledetto) da uomo a uomo e da famiglia a famiglia, le debolezze e forze della famiglia stessa,
  • per chiudere – nota personalissima – con un accenno, neutro ma presente, alle abitudini americane in fatto di iniziativa e di rischio: solo in una pellicola statunitense si può osservare qualcuno accendere un mutuo sulla casa prima ancora di aver estinto un altro mutuo sulla casa, avendo in mano giusto una speranza di guadagno e nient’altro – e, per di più, trovare tutto questo normale.

23 pensieri riguardo “Film .29: Sinister, Scott Derrickson

    1. E allora devi recuperare 😉
      Chi può vivere senza conoscere il Bughul?! 😁
      Comunque nel frattempo mi sono beccata anche (il primo, e per quanto mi riguarda unico) Nightmare. Spettacolare. Non avevo idea (l’ho visto pochi anni dopo l’uscita, troppo piccola) e non me l’aspettavo ❤

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        1. p.s.: i brani dalla colonna sonora non sono di Nightmare, ma di Halloween, complici Lucius Etruscus e le decine di post di WordPress dedicati al 31.10. Li ho visti a distanza ravvicinata e li ho “fusi” insieme, anche se tra i due inaspettatamente ho amato molto di più il primo 🙂

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  1. Questo è sicuramente uno dei migliori film diretti da Derrickson. E’ un horror originale nella sua messa a punto, con un personaggio principale con varie sfaccettature, imperfetto e con vari difetti ma molto intelligente e caparbio.
    Inoltre apprezzo molto il design del mostro e apprezzo molto la regia di Derrickson. Spero di rivederlo in altri prodotti del genere.

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    1. Mi rallegra sapere che altri lo hanno apprezzato, o han voglia di scoprirlo. Sai, alle tante magari io mi esalto esageratamente…
      … di Derrickson, che a questo punto posso dire di cominciare a conoscere, vidi al cinema (e poi rividi) L’esorcismo di Emily Rose, che ho adorato e del quale avevo parlato anche con Kasabake, e Doctor Strange, altrettanto interessante anche se per aspetti diversi – non ultimo il bel Cumberbatch, che però non è merito del regista 😀

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      1. Ahah con Cumberbatch si va sempre sul sicuro. invece Doctor Strange mi aveva deluso, ho visto veramente poco del regista in quella pellicola. L’esorcismo di Emily Rose invece era uno dei pochi film sull’esorcismo interessanti che sono stati fatti fin’ora.

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        1. Capisco. Io più che altro avevo guardato già altri cinecomics targati Marvel ed ero rimasto alibito nel vedere quanto Doctor Stange assomigliasse a Spider-Man: Homecoming e perfino a Black Panther in senso di regia e scene d’azione.

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        2. Sì, immagino.
          Nonostante la sbandata resto una DC-girl 😁
          All’epoca mi interessò particolarmente perché stavo per giocare la mia prima (e poi unica) campagna a Mage:TheAwakening.

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    1. Me l’ero visto proprio perché consigliato da te in qualche commento 😉
      Nel riepilogo di luglio [ https://lecoseminime.home.blog/2019/08/02/carnet-luglio-2019/ ] ne avevo scritto: molto divertente e ben costruito sfruttando pochi personaggi ed elementi.
      L’originalità non sta nella trama, che si regge soltanto sull’utilizzo di abbondanti topòi western, ma nella lettura ironica – mai comica – ed affezionata che ne fa.
      Pathos discreto e collaudato, buono per attraversare un pomeriggio afoso e polveroso.

      Avevo anche utilizzato il tema per questa playlist:
      https://lecoseminime.home.blog/2019/10/24/playlist-3/

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  2. Senza dubbio per me, il migliore dei film di un regista che non ha mai fatto mistero di essere un fervente protestante, in cui paradossalmente le parti per me peggiori sono proprio quelle didscaliche o moraleggianti (nel cinema horror nordamericano esiste da sempre una tedenza, mai sopita ma solo contrastata da rare fulgide eccezioni, che gioca con il senso di colpa ed aspetti moralistici conservatoristici), nonché l’esaltazione un po’ artificosa dei family values ed ovviamente gli immancabili spiegoni ad usum delfini di ogni film horror di tendenza dozzinale, senza i quali sarebbe potuto essere tranquillamente un grabdioso hooror indie o europeo: per tutto il resto è assolutamente una pellicola deve vedere e da aprezzare, in primis per l’ottima colonna sonora di Christhoper Young (non è dominante ma azzecata), per alcune scene di ricercato e quasi manieristico realismo coniugale, ma soprattutto per aver inaspettatamente portato in scena un voyeurismo malato ed eccitante), usando l’incredibilmente efficace strumento (normalmente abusato) del found-footage (grazie alla ferocia terrorizzante dei filmini in Super8).

    Finchè il film narra per immagini funziona in modo superlativo, cantando un male profondo, mentre traballa non poco nel suo ricercare un po’ forzosamente un bene rasserenante, ma poi bisogna sempre tenere conto del pubblico di riferimento del film, che resta quello statunitense: non si possono certo pretendere le raffinatezze destinate a palati meno appiattiti sul pollo fritto e sulla paura del diverso che ha portato al potere un capitalista arraffone e cafone come l’attuale loro Presidente.

    Vorrei aggiungere che tu, cara Jest, sei stata davvero sorprendente nel notare dettagli di trama davvero sopraffini, che danno la cifra dell’attenzione di questo regista agli aspetti umani della storia e non solo al sovrannaurale: quando dici «solo in una pellicola statunitense si può osservare qualcuno accendere un mutuo sulla casa prima ancora di aver estinto un altro mutuo sulla casa, avendo in mano giusto una speranza di guadagno e nient’altro – e, per di più, trovare tutto questo normale» dimostri ancora una volta che oltre ad essere una grande lettrice di letteratura scritta (saggistica o narrativa che dir si voglia) sei anche una spettatrice acuta, in grado di applicare in modo spontaneo i metodi di analisi dell’ermeneutica ad ogni visione, cosicché nulla di ciò che dici è mai banale, mai.

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    1. Troppa grazia, credimi: quella cosa del mutuo in fondo l’ho notata solo perché sono un tantino fissata con l’anticapitalismo, aha! 😄
      Ho fatto mente locale dopo aver risposto a The Butcher e mi son resa conto che in realtà, di suo e per altro di recente, ne ho visto anche un quarto di film: ossia Liberaci dal male. E così ne scrivevo: “A quanto pare Derrickson ha una certa fissa per le possessioni demoniache. In questo caso siamo ben distanti dalla bellezza de “L’esorcismo di Emily Rose”, le banalità si sprecano, ma almeno è una variante sul tema abbastanza insolita, protagonista un poliziotto. Tratta da un libro autobiografico, per altro: “Beware the night” di Ralph Sarchie”.
      L’ultimo particolare è quello più interessante, storia curiosa, e ti dirò che ho trovato molto più didascalico e moraleggiante questo titolo rispetto a Sinister – tu parli di acume, ma io per esempio non sono stata minimamente attraversata da pensieri come quelli che tu hai esposto. Ma forse dipende dalla mia ottica favorevolmente disposta alla lezione teologica.

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