Gimme some Cash

La musica di Cash mi fa sentire come se fossi pronta, all’istante, ad alzarmi raccogliere le mie due o tre più preziose cose e partire. O stare. Ma vivere, senza aver bisogno di null’altro.
La musica di Cash significa compiutezza, pur in mezzo agli affanni.

Per questo, nonostante una sceneggiatura ed un montaggio che potrebbero apparire troppo lineari se non banali, sono rimasta affascinata dalla sua storia in Walk the line (che è tratto per altro dalla sua autobiografia).
“Veloce come un treno, tagliente come un rasoio”, pare che l’abbia definito la sua June Carter – ma io direi, soprattutto: coerente. E’ il gusto della coerenza, del sentiero tracciato e ben chiaro in mente che mi è arrivato guardandomelo.
I cambi scena cruciali nove volte su dieci portano avanti negli anni, in una concatenazione diretta tra una situazione problematica e la sua risoluzione: sulla carta suona paraculo, invece ha il suo perché. Il tempo è una freccia scoccata in avanti, e come i treni cari a Cash segue gli scambi dei binari senza dare scossoni.
Fa il suo lavoro, e non rompe i coglioni con infingimenti poetici.
Anche Mangold ha fatto bene il suo lavoro, dunque.
(Di Phoenix e la Whiterspoon è persino inutile parlare, sono stati al solito magistrali tanto nella prova attoriale quanto in quella vocale – ed è tanta roba: hanno reinterpretato e ricantato ogni singolo brano).

La sinossi sul retro del dvd parla di attaccamento incrollabile alla propria musica e all’amore della sua vita. È anche, soprattutto questo che intendo con coerenza. Attaccamento incrollabile. Provate a dirlo a voce alta, scandendolo lentamente: ATTACCAMENTO INCROLLABILE.
Lo si percepisce, nel Live at Folsom Prison così come nel film, che del resto con il passaggio dedicato a quel concerto lo ricalca fedelmente, riportando il dialogo col pubblico – battuta sull’acqua sozza inclusa. Da un lato c’è ironia, capacità recitativa, dall’altro piena partecipazione. Il nostrano Ligabue avrebbe difficoltà a parlare di “quelli tra palco e realtà”, qui: il palco è la realtà, e la realtà è sul palco, invitata ben prima che capitasse un’occasione speciale.
Il direttore della prigione suggerisce di non cantare cose che ricordino ai carcerati dove si trovino, e Cash risponde cantando di uno che c’è finito ingiustamente, di uno che ne è uscito ma senza poter ritrovare il conforto dei genitori perché nel frattempo sono morti, e di un altro che pensa a chi è fuori e gli augura buona fortuna, saluta i miei.
June, durante uno dei tour insieme a Jerry Lee Lewis, quando li becca ubriachi e decisamente non pronti ad esibirsi li cazzia ed afferma che non sanno rigare dritto, e Cash risponde I walk the line, rigo dritto, perché tu hai il modo per tenermi al tuo fianco.
Più che ispirazioni, sono “cose minime” fattesi istantaneamente materia per musica. Non c’è scarto tra vita, racconto e intenzione.

johnny-cash-live-folsom

24 pensieri riguardo “Gimme some Cash

  1. generalmente sono stati sempre pochi i film che, raccontando la storia del protagonista, mi siano piaciuti, soprattutto perché cadono sempre nei soliti luoghi comuni. E’ inevitabile però che li guardo, per passione, per curiosità, per istinto, o per verificare come il regista e gli attori abbiano trasfigurato sul grande schermo le gesta magari di un mio idolo. Mi è anche capitato però, dopo tante delusioni, di rifiutarmi di vedere determinate pellicole perché già intuivo il vizio di forma. Questo “Walk the line” si pone in una terra di mezzo, dove il bilanciamento dei difetti e dei pregi si equivalgono, e alla fine lo si vede come una storia e come tale, la si gusta e la si accetta.
    Bello leggerti…..

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    1. Sì, è abbastanza sul confine, e forse ha scavallato – per me – nel momento in cui ha confermato di voler essere un film semplice su una persona semplice (l’inverso del bluesman tormentato che per un certo verso ci si raffigura). Non dico che mi avesse già conquistato, anzi, ma ha segnato un bel punto a favore mostrando dei ragazzi (Johnny e il fratello Jack) che corrono in mezzo ai campi. La semplicità non è una cosa che puoi fingere.

      Grazie, Barman.
      Se sei di turno, vorrei ordinare due dita di whisky (scegli tu quale), e dell’acqua naturale, a temperatura ambiente, a parte.

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  2. Joaquin Phoenix ha davvero una filmografia da sogno. L’ho appena scorsa su Wikipedia, e ci ho trovato almeno 10 film che mi sono piaciuti: considerato che ha 45 anni e non 70, è davvero un numero notevole. Le gemme più splendenti della sua carriera sono senza dubbio Hotel Rwanda e Two Lovers: hai visto questi film?

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    1. Eh no che non li ho visti, porca l’oca!
      Two lovers sembra complesso e abbastanza straziante.
      Aspe’ che vado a prendere anch’io la filmografia.
      Tolti gli stranoti come Il gladiatore, i due Shyamalan che non considererei memorabili, ovviamente Walk the line e Joker, praticamente il meglio l’ho solo sbirciato: a cominciare da Irrational man, che ho visto solo per un terzo ad un recente passaggio in tv.
      Ho da parte in watchlist, come noccioline preziose:
      Her
      Vizio di forma
      Irrational man
      Don’t worry (He won’t get far on foot)
      I fratelli Sisters

      Poi, come sai perché ne avevamo parlato qui e altrove, c’è stato The master: se non fossi rimasta annichilita dall’orrendità – o dalla pesantezza? O dalla psicosi? O dal malessere cosmico? – del film, avrei avuto la grazia di restare annichilita da lui. E invece…

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      1. Vizio di forma è uno dei film più brutti nella storia del cinema. L’autore di questa pellicola è incappato in un errore molto comune: si è illuso che bastasse mettere qualche scena azzeccata all’inizio e alla fine per tirare fuori un bel film. Peccato che nel mezzo ci sia una parte centrale fatta malissimo, in cui si accumulano a dismisura personaggi su personaggi, dialoghi su dialoghi, situazioni su situazioni, senza che ci sia un filo logico a tenere unito il tutto.
        Dato che, come hai detto anche tu, anche il film precedente di Anderson (The Master) era un cesso nauseabondo, dopo aver visto Vizio di forma ho deciso di non guardare mai più un suo film.
        L’unica idea veramente carina di Vizio di forma è stata la trovata citazionistica per cui ogni attore del cast interpreta un personaggio praticamente identico ad un suo precedente ruolo. Infatti:

        – Benicio Del Toro è un avvocato politicamente scorretto come in Paura e delirio a Las Vegas;
        – Josh Brolin è un poliziotto duro e puro come in Gangster Squad;
        – Joaquin Phoenix e Reese Witherspoon sono una coppia di amanti come nel biopic su Johnny Cash.

        Tutti film ai quali Vizio di forma non è degno nemmeno di allacciare le scarpe.
        Riguardo alla filmografia di Joaquin Phoenix, i 10 titoli a cui mi riferivo sono nell’ordine:

        Da morire
        8mm – Delitto a luci rosse
        The Yards
        Signs
        Hotel Rwanda
        Quando l’amore brucia l’anima – Walk the Line
        I padroni della notte
        Two Lovers
        C’era una volta a New York

        Anzi, in realtà sono 9! 🙂

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        1. Un cesso nauseabondo: wow, mi consoli! Temevo di essere stata dura 😁😁😁 So che Vizio di forma è sempre suo, ma secondo alcune recensioni sarebbe di tutt’altra pasta… e per l’appunto, ne ho letto cose meravigliose a destra e a manca. Uhm. Spero abbiano ragione loro, perché io al riguardo ormai sono esaltata…! 😶

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        2. Vizio di forma è esaltante quanto ricevere una palata di fango in pieno viso mentre stai facendo lo sbadiglio del risveglio. Grazie per la chiacchierata, e buona Domenica! 🙂

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        1. Più che altro, è decisamente la risposta ad una domanda completamente diversa…
          … e per altro può con estrema facilità invertire causa ed effetto: è la droga che ti deprime o è stata la depressione a condurti alla droga?
          A ogni vita la sua risposta, o almeno quella che prevale, nell’inevitabile circolo vizioso fra le due.

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        2. Giusto.

          Ritornando a prima, “può un uomo essere il suo dolore?”. Sì, può esserlo, e come hai detto giustamente il tutto dipende da due fattori che entrano in “circolo vizioso” tra di loro. Da una parte è la vita che porta o al dolore oppure a compiere certe scelte che portano al dolore e dall’altra è il dolore che porta a vivere la vita in una certa maniera.

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        3. Non so.
          Certamente lo sostengo con tutte le mie forze quando mi ribello al concetto, spacciato da una moltitudine di soggetti, “Una persona non è la sua malattia” (dolore / errore).
          Ma lo è in questo caso?
          Possiamo davvero dirlo o lo supponiamo?
          Comunque sì, io dico che può esserlo – anche se dovremmo scarnificarci nel tentativo di strapparcelo da dentro, né più e né meno. Del resto io non contesto che il dolore si possa vincere, contesto che lo si possa sconfiggere senza spargimento di sangue.

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        4. O ci si uccide mettendolo a tacere.
          Conviverci non è un’opzione, è un dato di fatto.
          Ma non esistono i coinquilini perfetti, uno deve sempre prevaricare.
          E’ vincere o morire (pur respirando), per come la vedo io. Soccombe lui o soccombo io.

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