Libri .19: Guida alle Messe, Camillo Langone

A ciascuno il suo divino. Ogni liturgia rappresenta una diversa teologia, idee di Dio apparentemente inconciliabili. […] Ma la Chiesa è appunto Cattolica, che in greco significa “universale”, capace di tutto comprendere.
Ciò non vuol dire che tutte le Messe siano ugualmente belle ed ugualmente efficaci. Il sacramento è sempre valido (Cristo è presente nell’ostia anche in caso di prete indegno o di canti strazianti) ma il suo potenziale di conversione cambia di volta in volta e di norma è sottoutilizzato.
Se una Messa riesce a catturare i sensi, anziché respingerli, lo Spirito che in essa si incarna si approfondisce in noi. E ci cambia, e cambia il mondo.

Guida alle Messe: quelle da non perdere, dove e perché di Langone si potrebbe ben riassumere così, con questo paragrafo dall’introduzione.
Sorprendentemente, poiché in genere non lo amo, l’ho trovato in questo agile ed utilissimo libretto assai sul pezzo e per niente pedante o irritante.
E’ certo roba che può interessare eminentemente i cattolici o comunque i credenti, ma non… crediate: le due tipologie di voto che il giornalista de Il Foglio e de Il Giornale attribuisce sono una per la liturgia, ed una per l’architettura – arredo interno delle chiese italiane nelle quali ha assistito a qualcosa come 200 celebrazioni, appositamente per recensirle su quotidiano prima e raccoglierle qui poi.

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Tali (brevi, ficcanti) recensioni, meritorie di lettura integrale e non solo di consultazione occasionale, sono suddivise in due modi: nell’indice, per diocesi, e nel testo, secondo la caratterizzazione prevalente, distinguendosi in: messe più belle, messa pontificale, messe in latino / con canto gregoriano, eterni anni settanta (chitarre & tamburelli), mediatiche (chiese al plasma), santuari, misticismo, umano (troppo umano?), ospedaliere, brutte ma buone (buone messe in brutte chiese) e belle e cattive (cattive messe in belle chiese), movimenti, comunità, turistiche, cattedrali.
Nella paginetta (un semplice elenco) dedicata alle Messe più belle, in apertura, mi inorgoglisce notare che ben tre su diciassette fra quelle indicate sono proprio a Brescia! Vi figurano infatti: quella al Duomo Vecchio (o Rotonda), quella ai Santi Nazario e Celso, e quella a Santa Maria delle Grazie.
Alla prima, di domenica mattina, ho partecipato un’unica (ma memorabile) volta, e garantisco che c’è tutto quanto si possa desiderare dal rito: panche in legno – niente sedie -, candele in cera, latino / gregoriano, sacerdote rivolto versus Deum, eucarestia in ginocchio alla balaustra con telo sottostante. Citando Langone nella relativa scheda, ci sono più o meno tutti gli elementi che secondo l’ebreo Alain De Botton rendono “plausibile che Gesù fosse il figlio di Dio” (Architettura e felicità, Guanda). A differenza di quanto riportato dall’autore, appunto, ricordo bene che fu celebrata spalle ai fedeli (può banalmente essere un caso dovuto a diverse tempistiche di frequentazione), non ricordo tuttavia se l’ostia sia stata intinta nel vino: forse perché è una pratica che ho scoperto esistere (!) e dunque potuto apprezzare solo successivamente, ed in tempi anzi molto recenti (sigh).

 

In conclusione, un’ottima idea che potrebbe incuriosire, alla stregua di una guida del Gambero Rosso o Michelin, anche i “profani”: gli estimatori dell’arte e dell’estetica, i latin-lover (ossia gli appassionati di latinorum) e la vostra vecchia zia monarchica Gertrude 😉

11 pensieri riguardo “Libri .19: Guida alle Messe, Camillo Langone

  1. Be’, andando solo a una Messa a random in una chiesa, si può avere fortuna o sfortuna, non penso sia indicativo della qualità di quella Messa in generale. Ci possono essere officianti diversi e il parroco può essere più o meno ispirato in un certo giorno, magari a volte c’è un coro fico e altre no.
    Sull’estetica dell’edificio è già un altro discorso.
    Che ne pensi?

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    1. E’ vero, e Langone lo specifica (salvo in alcuni casi in cui ha avuto modo di vederne più d’una nello stesso luogo).
      C’è anche da dire, però, che se le caratteristiche di una Messa possono variare di momento in momento, penso ci sia comunque un tono generale che dà un’idea: se in una chiesa consentono di celebrare a “don Celentano”, per dire, o permettono una “messa rock” (volutamente in minuscolo!), di sicuro non ci troverai il rito tridentino, e viceversa.
      Per il resto, nell’ambito della norma, è comunque uno strumento d’indirizzo utile.
      Anche perché le giornate no capitano pure nei ristoranti, ma un critico gastronomico il suo lavoro lo fa lo stesso. E tante cose parlano, non posso essere improvvisate o camuffate.

      Sull’estetica, per me conta molto: al netto dei gusti personali, che sono un altro paio di maniche, c’è un aspetto esteriore che favorisce il raccoglimento / l’ascolto / la devozione e ce ne sono altri che proprio no.
      Fermo restando che un sacramento è un sacramento, come scrive magisamica, comunque non per nulla siamo esseri di carne e sangue. La forma è sostanza.

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      1. Sul raccoglimento mi fai pensare che spesso le chiese più belle (almeno quelle anche famose) sono anche affollate da turisti. Magari non durante l’orario di Messa, ma penso che l’essere turistiche un po’ influenzi la parte spirituale. Ce ne sono però alcune che hanno angoli “privati” niente male, in cui isolarsi.
        Stilisticamente parlando, prediligo il gotico (o il neo-gotico se fuori Europa). Non che altri stili non possa apprezzarli, ma quello ha qualcosa di speciale. Tu?

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        1. Purtroppo sì: è un dilemma gestibile, ma non del tutto risolvibile.
          Di recente, a Milano, avevo avuto l’idea di approfittarne per vedere finalmente il Duomo all’interno (eh sì, ancora non mi sono presa il piacere!), ma per l’appunto erano in corso delle visite, e addirittura si pagava per entrare – magari ricordo male io, ma mi pare una novità.
          Mentre, certo, Roma in questo senso è più indicativa: anche se, nel caso di San Pietro, parliamo di un complesso talmente vasto che quasi quasi non ci si infastidisce nemmeno tra banchi di pesci diversi…

          … quanto allo stile: tenendo conto che li riconosco poco e male, detesto i barocchismi e dunque via libera al gotico, che è intenso ma non stracarico, ed anche al romanico, spoglio ed essenziale.
          La mia anima si divide tra afflato emozionale ed ascesi.
          Delle chiese “da autostrada” (ed una nel libro compare), di quelle tutte cemento e metallo, con linee che non sono moderne ma solo affastellate a caso, non ne parliamo neppure.

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  2. Io non sono mai stata a messa ma amo i concerti di musica sacra nelle chiese… le foto sono molto belle… e, dal momento che ne sono incuriosita, ora lo voglio leggere♥️grazie davvero…hai una capacità pazzesca di attrarre lettori😊

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    1. Sono appena tornata (sto scaldando il pigiama sul calorifero, brrr), e trovo un tuo bel commento… grazie, cara 🙂
      Le foto le ho pigliate dal web, nel libro non ce ne sono, però anche solo un’occhiata a spot sui luoghi familiari la merita. Poi beh, io ho aspettato un bel po’ prima di ordinarlo perché di solito Langone mi irrita, lo trovo un po’ stronzetto, ma mi ha sorpreso positivamente.

      Musica in chiesa – cori a parte… eh, circola tanta bella roba!
      Così d’amblé mi vengono in mente, fra le cose che ho visto io:
      – un concerto di classica
      – una suora libanese maronita, che adesso non ricordo come si chiama ma è pure piuttosto nota, bestiale
      – la Ruggero! Una decina d’anni fa, alle Notti del Sacro, proprio nella Rotonda ❤
      – ma soprattutto i miei preferiti, un coro gospel sotto Natale. Ho persino cantato una strofa di Jingle bells! 😙
      Oh, e poi c’è la solita rassegna organistica di Brescia. Ma quella mi manca.

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  3. A mio avviso la critica liturgica è una disciplina acrobatica, perché rischia ad ogni passo di precipitare nell’empietà.
    E’ vero che i liturgisti lavorano proprio perché la verità dell’azione liturgica risplenda della sua luce e il fedele sia favorito nel recepirla e accoglierla, ma è anche vero che la verità dell’azione liturgica è indipendente dagli elementi estetici.
    Qui, infatti, sta il mio disaccordo con Langone: quando afferma che “se una Messa riesce a catturare i sensi, anziché respingerli, lo Spirito che in essa si incarna si approfondisce in noi”. Secondo me, cattura dei sensi o meno, lo Spirito non si fa mai condizionare, e ogni relazione che possiamo porre tra l’azione dello Spirito e la cattura dei sensi è illusoria e fuorviante.
    Poi sono convinto che le valutazioni di Langone, “tecnicamente”, siano assolutamente condivisibili. Ma, come dovrebbe essere chiaro, la mia è un’osservazione a priori, sul metodo.
    Alla Messa è ovvio che non si va per giudicare il profumo dell’incenso. Se poi, per fattori di sensibilità e di cultura, il profumo dell’incenso fa vibrare corde armoniose nel cuore del fedele, Deo gratias.
    Il lavoro di Langone si assume proprio il rischio, pernicioso, di mettere al centro il profumo dell’incenso (e, quindi, il nostro naso). Ma può essere che io sia troppo rigoroso. Mea culpa.

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    1. Sulla critica liturgica: come tutto ciò che concerne (anche) l’estetica, temo.
      Credo che Langone su questo sia stato molto esplicito e chiaro: una cattiva estetica (architettonica, d’arredo o ritualistica) non inficia in alcun modo il sacramento, ci mancherebbe!, e neppure impedisce allo Spirito di soffiare ‘ndo je pare.
      La prerogativa divina di intervenire e farsi presente come, dove e in chi più gli aggrada è incontestata. Ma se, da cristiani, comprendiamo che il corpo non è uno sgradevole accessorio ma parte integrante di come Dio ci ha voluti, non possiamo negare la necessità (che è più di gradevolezza) della bellezza.
      Bellezza del corpo, nel creato, nel costruito da noi, e naturalmente anche nell’espressione artistica vera e propria.
      Non è sbagliato insomma ribadire che Cristo si fa carne a prescindere dalle mura entro le quali ciò avviene (parentesi: ricordo certe bellissime Messe in montagna all’aperto, altro che mura), ma forse non è questa la deriva che noi, oggi, rischiamo: anzi, alle volte Dio lo vediamo persino dove proprio ha stabilito di non trovarsi (per es. nelle omelie politiche…). Non credi?
      Mentre è facile scadere nell’eccesso pauperistico, trasandato, ‘ché tanto – appunto – “l’abito non fa il monaco”. E invece lo fa, accidenti, o almeno vi contribuisce: la realtà sensibile non solo significa, ma anche condiziona la realtà interiore.
      Diversamente, per altro, avrebbero ragione coloro che affermano che alla Chiesa piace ornare i proprio luoghi sacri di ori, e dovrebbe invece vender tutto e donare il ricavato ai poveri. C’è un malinteso sulla bellezza, come c’è un malinteso sulla povertà, secondo me.

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  4. Ho trovato qual è l’elemento che mi mette in difficoltà nel considerare la critica liturgica: per fare un paragone, è come se volessi fare una critica di un’esecuzione musicale in cui io sono uno degli esecutori. Il fatto che la critica liturgica sia a rischio di empietà perché tocca un’azione sacra lo capiamo benissimo. Ciò che facciamo fatica a vivere è il fatto che la liturgia o ci vede “partecipi” (attori) o ne rimaniamo sostanzialmente estranei e non la comprendiamo.
    Ho letto alcune delle “recensioni”, e ho visto che Langone specifica e chiarisce molto bene, con poche parole, che le sua osservazioni riguardano “la componente umana della divina liturgia”. Anche qui, trovo che sia difficile scindere (nella fede cristiana, che è la fede nell’Incarnazione) le due componenti, ma si tratta di parole comunque chiarificatrici. E mi sembra che i testi confermino questa impostazione comunque rispettosa. Si tratta, una volta accertato il rispetto, di vedere se è possibile giudicare una liturgia (anche solo nella sua componente umana) senza sentirsene coinvolti, giacché si tratta di un’azione, come dicevo, che, se non ti coinvolge, nemmeno la puoi comprendere nella sua verità. Ne puoi giudicare forse nemmeno la componente umana, ma soltanto l’arredo e il corredo.
    A questo proposito vorrei ricordare anche che la Chiesa insegna che l’azione liturgica (Eucarestia compresa, naturalmente) è azione di tutta l’assemblea. Il prete è il ministro autorizzato a presiedere il rito, ma è tutta la comunità che celebra il sacrificio eucaristico. Quindi attenzione che l’atto della “consacrazione”, di cui si ricorda che non è condizionato, non venga considerato alla stregua di un atto magico. E comunque la Messa deve essere considerata coerente nel suo insieme (la liturgia della Parola è indispensabile). Ma si tratta di cose difficili, anche se affascinanti, e adesso mi sento un po’ stanchino.

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    1. Mi pare giusto ciò che annoti.
      Del resto, Langone ha per l’appunto partecipato alle funzioni, e non vi ha semplicemente assistito come osservatore esterno.

      Sulla consacrazione: credo di capire cosa vuoi dire, ti riferisci al rischio che si legga una connessione diretta (e stringente, dirimente, esatta) tra azione, scenografia ed efficacia dell’azione.
      No, certo. L’estetica e l’ordine formale partecipano all’efficacia dell’introiezione del sacramento da parte di ciascuno, alla profondità di assimilazione del rito nel suo insieme – non sono un prerequisito tecnico perché il rito abbia valore.
      Dire che l’estetica (anche nei gesti, nei simboli) è importante significa dire che un’auto (la Messa) cammina anche se ha una forma bislacca, purché vi sia benzina (l’ordinazione del celebrante, la ritualità prevista), e che tuttavia l’aerodinamica non è un vezzo, ha una sua funzione che agevola il percorso, e può creare poco o tanto attrito.
      Insomma un’estetica maldestra, quando non addirittura molesta, non invalida nulla della Messa, nondimeno però ne rallenta o impedisce (sempre col Suo permesso) l’assimilazione, la comprensione, l’integrazione in sé.
      [Resta vero, per me, che la Messa è un atto magico, ma per chiarire in che senso dovrei addentrarmi in territori che a quest’ora – ed in generale – è meglio lasciar sopiti. E non cambierebbe nulla rispetto al nostro discorso].

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