Sono un mito .3: Dep 2 Death

Poteva essere il mio alias da rapper – ah, ah, ah -, potevo incidere un singolo con Mos Def, per fare assonanza, e invece non m’è toccato in sorte. Invece, ho scelto questo titolo per raccontare, mettendoci subito una punta di ironia dissacrante, della mia depressione e dell’esile scarto che, in quegli anni lontani, era rimasto fra me e il baratro (in senso figurato e letterale).

Mito

Può sembrare un argomento troppo collaterale rispetto alla malattia neurologica, eppure nel tempo ho compreso come i legami tra le due siano più stretti di quanto pensassi.
Ho sofferto di depressione infantile dall’età di (almeno) tre anni. Posso circostanziare temporalmente un punto d’origine, ancorché convenzionale, tanto preciso perché di quell’età conservo un certo ricordo, molto ben definito.
Ho passato diverse fasi e, finalmente, circa una decina d’anni fa (tantissimo!) sono andata in remissione. (Brevemente: per la depressione clinica, di qualsivoglia genere, non si parla di “guarigione”, tecnicamente quasi una chimera, ma di “remissione dei sintomi”, una guarigione di fatto che però non cancella mai definitivamente l’eventualità che il male si ripresenti).
Ora, qui, più che addentrami nei dettagli minuti di un’esperienza – chiamiamola così – orrenda, la peggiore da me mai provata, e che per altro ha coperto un quarto di vita tondo tondo, vorrei riportare un paio di riflessioni e lasciarle decantare.

La depressione infantile è una piaga insospettata e, di conseguenza, io temo alquanto sottostimata. E quando dico “infantile” non mi riferisco alla fascia d’età legale, che arriva alla soglia dei 14 anni, ma a quella biologica e dello sviluppo, dagli 0 (idealmente) ai 10, il periodo dunque dell’asilo e della scolarità elementare.
Anche di questo, se e quando possibile (cioè molto, molto raramente), ho sempre parlato in maniera del tutto franca e, come posso dire, neutrale: cioè come osservando le cose da di fuori, parimenti ad una materia di studio. Si potrebbe dire in maniera “distaccata”, ma è un termine che non mi piace e che dopotutto non corrisponde al vero.
Ma, per l’appunto, le situazioni e le persone che rendono possibile non dico discutere, ma anche solo accennare ad una cosa simile senza scatenare una ridda di proteste (che rendono il ricordo ancora più doloroso!), di incredulità e di rifiuto; si contano sulle dita di una mano. E allora perché ne parlo? Perché sì, perché così è stato, che alla gente piaccia o meno – e perché qui, anche se non ci troviamo certo in un luogo privato, nonostante l’impressione che possiamo ricavarne, ho la facoltà e una maggiore facilità a ramazzare via dal mio spazio chiunque non sia in grado, o non voglia, approcciarsi adeguatamente. Fosse solo per lo spazio di un post.
Potrei aggiungere anche: ne parlo, qui, perché non si sa mai chi un semplice post scaraventato nella rete può raggiungere, a chi potrebbe essere utile o di conforto.
Mi resta una spina nel cuore, che una volta nel ruolo di assistente ad personam presso una scuola elementare mi ha anche messo sotto scacco: nella mia posizione, non potevo davvero – ufficialmente, regolarmente – permettermi di far nulla per una bambina, A., che sapevo stare attraversando difficoltà simili. In altre parole, che sapevo depressa (e poco importa perché, in che modo, da quanto o quanto profondamente: fosse pure “solo” per esito di problemi completamente diversi, lo era). Nessuno avrebbe capito, e non avrei fatto che crearle altri guai. Ho potuto, comunque – e non voglio dire sia poco, affatto – parlare con lei. Parlare chiaramente (anche se con cautela e con un linguaggio adatto alla sua età) di quello che stava passando. Di quello che sentiva. Dio mi perdoni se non ho fatto di più e meglio.

••

Ho sempre sostenuto, fino a pochissimi anni fa, che la mia depressione fosse endogena (ossia che avesse la sua origine e spiegazione principale in fattori bio-psicologici interni, tutti miei) anziché reattiva (ossia scatenata da un evento esterno).
Pur senza abbandonare del tutto questa prospettiva, che nessuno era mai riuscito a farmi minimamente rimettere in discussione, l’ho quantomeno riconsiderata dopo aver parlato un paio di volte con la mia neuropsicologa di fiducia.
Non sarò certo io a negare che il clima familiare della mia infanzia, affettuoso e sicuro ma non propriamente sereno, abbia inciso. L’avrò sempre minimizzato? E’ vero che mio fratello aveva i suoi problemi da prima di avere l’esordio nel 1992 (quando io avevo 8 anni, e tutto è iniziato), ma continuo a credere che non bastasse, non “solo” quello, a devastarmi come di fatto devastata ero già.
Il mio disagio era così profondo, totalizzante, implacabile e costante, universale, omnicomprensivo che duro onestamente fatica a vederlo come la risposta a stimoli negativi tanto precisi, in un rapporto di causa > effetto univoco.
E – di nuovo – le sensazioni ed i pensieri negativi che mi hanno portata, più di una volta, a meditare il suicidio (nell’unico modo plausibile ed immaginabile per la mia scarsa esperienza del mondo), sono nati molto prima che la MELAS bussasse alla porta.

•••

Ma per restare su quest’ultima:
indubbiamente, il danno maggiore non mi è stato arrecato dalla situazione drammatica in sé, ma piuttosto dall’impossibilità di comprendere, elaborare e gestire adeguatamente tutto ciò che m’è franato addosso.
Per quanto mostruosamente – mi sia consentito dirlo – consapevole ed “intelligente”, nel senso di intuitiva e sensibile, io fossi rispetto a me stessa e al mio vissuto interiore, rimanevo una bambina: potevo individuare e persino indicare il mio male, descriverlo come molti adulti non sanno fare – ma non nominarlo. E senza un nome appropriato (non parlo dei termini clinici, che per altro ho acquisito presto, ma dell’essenza delle cose) nulla è agibile.
Non dico che, crescendo, una tortura simile svanisca come d’incanto e di necessità. Dico però che nel mio caso, possedendo ottimi strumenti, sono riuscita a scamparla, a tenermi a galla finché non ho avuto modo – ma sempre mettendoci tempo fatica e lacrime – di affinarli ed infine imparare dove, esattamente, affondarli.
Paradossalmente, la MELAS – che ci ha sconvolti in molti modi diversi – è forse stata un vantaggio per me: perché finalmente avevo un motivo, reale o fittizio che fosse, per giustificare il mio malessere. Non speravo di guarirne, nemmeno ci contavo, ma potendo attribuire i miei casini a qualcosa di concreto, di reale, mi ci sono quantomeno focalizzata imparando a manipolare la mia tristezza: inserendola in una storia, dandole un senso, dimenticando a tratti la realtà del fatto che sembrava non avere alcuna origine né alcun perché (uno degli aspetti più terribili del caderci dentro).
Essere stata costretta ad affrontare la malattia di mio fratello, anche se si è trattato di un viaggio compiuto per lo più in solitaria, mi ha tenuta vigile e dunque viva.
E così ora sono qui a raccontarlo, in ottima forma mentale.
E’ già qualcosa di cui essere felici.

Nelle puntate precedenti:
Sono un mito .0: La medicina narrativa
Sono un mito .1: Please meet mitochondria
> Sono un mito .2: t-RNA-leu-A3243G

37 pensieri riguardo “Sono un mito .3: Dep 2 Death

  1. Secondo me il punto sta forse tutto nel sapere. Se si sa che si ha una malattia dentro, ma non si sa QUALE malattia, ciò che ne consegue è l’angoscia di non sapere che peggiora ulteriormente le cose.

    Dare un nome preciso al tutto è la base fondamentale sul quale poi far partire tutto il resto, guarigione o remissione inclusi.

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    1. Sì – anche se è un po’ più complicato di così.
      A volte lo step del “dare un nome alle cose” può venire anche in un secondo tempo.
      Ma il guaio vero è che, pur avendole chiare in mente, comunicarle è molto difficile.

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      1. Mh giusto, anche la comunicazione è importante. Se non ci si riesce a spiegare bene anche il cercare di capire cosa si ha diventa più complicato sia da parte dei medici che delle persone che stanno accanto.

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        1. I medici lasciali proprio perdere.
          La mia fortuna in tutto quel casino è stato avere accanto una persona che me ne ha tenuto ben distante
          , pur capendo – anche se non nel dettaglio – cosa stavo passando.
          Se avessimo interpellato dei medici, a quest’ora ci sarei ancora dentro, e magari sarei anche dentro un reparto o un istituto, anziché a casa mia.

          Io sono per altro da sempre avversa al teorema della comunicazione che vuole questo: se il tuo interlocutore non capisce, non è lui che non ci arriva, sei tu che non ti sei spiegato bene.
          Ma proprio che darei fuoco a tutte le Palo Alto del mondo conosciuto.
          Comunque, questo è un altro discorso…
          … resta il fatto che purtroppo i medici, e gli psichiatri in particolare – lo dico senza alcuna iperbole – non hanno le competenze per fare questo tipo di lavoro sul paziente. Confermo e sigillo con ceralacca quanto ho appena scritto, ad aeternum.

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      1. Vi assomigliate sia per il modo di scrivere (scrittura veramente ottima e anche empatica) sia per il concetto di depressione che avete e il modo con cui lo analizzate. Anche se la depressione che hai avuto te è diversa dalla sua (e anche le cause) cercate di analizzarlo a mente lucida per scoprire la causa e poi parlarne. Sono dettagli molto interessanti.

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        1. Eh, sì. Forse banalmente perché lo sono io per prima, mi piacciono le persone che sanno prendere se stesse ed analizzarsi come fossero un oggetto-rompicapo, mettiamo un cubo di Rubik oppure un sudoku 🙂
          Certo, c’è il rischio di assecondare una certa propensione all’astrazione, alla ruminazione, ecc., se la si ha. Ma fa parte del pacchetto, della bilancia psichica, diciamo 😉
          Naturalmente, se queste righe possono incuriosire Shiki sei libero di girargliele.

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  2. Agli albori dell’epoca dei blog (prima di quella delle piattaforme sociali) si paralva di “blogtrapia”; condividere in Rete ciò che si ha dentro implica una riflessione e un’analisi prima di tutto interiore, per rendere le cose intelligibili agli altri ed esprimerle. Un procedimento che passa per la consapevolezza e la chiarezza, che non so se sia davvero terapeutico, ma di sicuro un po’ aiuta. Un saluto.

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    1. Oh, nemmeno io ho alcun dubbio: una malattia fisica, sì, persino quelle tremende nostre, è ancora preferibile per me alla depressione. Perché essere depressi è quasi come non esistere, e a volte persino il quasi è di troppo.
      Non so esprimerti quanto mi hanno commosso e mi commuovono le tue parole, ed il tuo abbraccio. Non dipende dalle cose che abbiamo in comune, non è affatto così scontato che accada; è che tu hai un frìccico ner core che mi fa del bene.
      Etty Hillesum scriveva, nel suo diario: Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite. Ecco, tu sai esserlo. Ricambio l’abbraccio e mi ci accoccolo.

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  3. Che dire? Sembra che il destino si diverta ad accanirsi sempre sulle stesse persone. Non farò un’analisi tecnica. Non mi compete. Allora ti lascio un abbraccio. Potrebbe avere un senso. Sicuramente potrebbe essere un ottimo lenitore. 😊

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  4. certo: è già qualcosa essere felici… Bellissime parole, e poi complimenti per la tua sincerità, non è mai facile parlare così in “pubblico”, soprattutto per questioni personali così delicate, ma probabilmente è stata questa l’ancora di salvezza: parlarne, finché non è arrivata la persona giusta. Vita e ancora vita: bisogna sempre essere positivi…

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    1. Ah! Positiva non sono mai stata, almeno per i primi tre quarti di vita.
      Mi è andata bene… probabilmente non avrei mai tirato fuori l’argomento se ne soffrissi ancora, e se in generale non avessi raggiunto un equilibrio invidiabile – ho fatto un po’ lo stesso percorso di mio papà: da irrequieta, incasinata e un po’ sbandata son diventata un modello zen.

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        1. Anche, sì.
          E soprattutto, un po’ deterministicamente parlando, acquisire dai propri avi (posso confermare il carattere sino ai miei bisnonni) la stabilità interiore, che magari comincia con calci e pugni ma poi trova sempre la propria strada.

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  5. Il fatto che tu riesca a parlarne così apertamente mi sembra anch’esso terapeutico, ma dato che non capisco un cavolo di medicina & affini può essere benissimo che abbia detto una cavolata. Avrei tante domande, ad esempio su come vivevano la tua condizione i tuoi genitori, ma non vorrei sembrare uno di quelli appassionati della televisione del dolore. Penso che chi in certi problemi non c’è passato faccia anche fatica a capire…

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    1. Non può essere preso come un assoluto, certo – ogni persona e situazione richiede tempi e modi differenti per potersi “esprimere”, raccontare – ma sì, comunicare quando funziona (cioè quando ti dà un riscontro, quando c’è vero ascolto) è di per sé terapeutico.
      Al di là dell’ambito “malattia”, mi fai venire in mente che Julia Cameron, scrittrice (e non solo), ha proposto nel suo manuale di cura creativa – chiamiamola così – La via dell’artista di scrivere, ogni mattina, tre cartelle Word con i propri pensieri: così come sono, senza elaborazione, non un esercizio di bella scrittura ma uno sfogatoio in cui riversare tutto quello che – bello, brutto o solo confusione, ronzìo di fondo – ci ingombra la mente.
      Io che non ho costanza l’ho fatto per un po’, poi ho smesso, poi ho ripreso… ma come per la meditazione zen, di cui è quasi una variante, posso dire che ha il suo perché e mantiene la promessa: svuotare il sacco delle pietre per poterlo riempire di ciò che vorremmo realmente “produrre”, creare.

      Sui miei genitori: rispetto alla depressione in particolare, mio padre capiva (perché ci era passato, e con modalità simili alle mie) e sapeva (perché ne parlavamo, e in generale parlavamo molto, avevamo una sintonia totale). E’ stato grazie a lui che mi son tenuta su ed ho evitato di chiedere aiuto ai medici – so che quasi tutti i medici, e molti lettori casuali storcerebbero il naso a questa affermazione, ma per ragioni troppo complesse per stare in un commento era la cosa giusta. Non ultimo per ciò che scrivevo in un altro commento, ossia l’incapacità personale ed impreparazione professionale degli psichiatri ad avere un dialogo sincero ed approfondito, senza fretta e senza banalizzazioni da manuale, con i pazienti.
      Mia madre, invece, non ne ha mai saputo quasi nulla. Ovvero mi sapeva sensibile, con tendenza alla malinconia ecc., ma non aveva né i mezzi culturali né un rapporto abbastanza intimo con me perché la cosa si delineasse. (Ecco, non era una totale deficiente, nonostante le apparenze… è chiaro che aveva il proprio modo di intendere la cosa. E quando ho frequentato il gruppo di auto-mutuo aiuto lei lo sapeva. Ma non è che ci sia mai stato uno scambio importante su questo).

      Ora magari abbiamo riempito il fagotto.
      Ma per le domande sono disponibile – “stiamo lavorando per voi” 😉
      Se qualcosa mi mette a disagio, lo dico; se qualcosa mi urta, ti dovrò uccidere ma prometto che non sentirai dolore 😀 Ma ti conosco abbastanza per non doverti mettere briglie preventive.

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  6. Io non lo so se la depressione sia davvero peggio di una malattia più evidente nel fisico, perché fondamentalmente di fisico sono sempre stata più o meno sana. Però leggerlo scritto qui nei commenti da due persone portatrici di malattia “fisica” (termine imprecisissimo ma ci siamo capite) mi permette di validare un pochino di quel senso di dubbio strisciante che un depresso in prima persona di porta sempre, e nonostante tutto, un po’ dietro (del genere “e se il problema fossi io? se fossi incapace di gestire, o insensibile/viziato/ecc.?”). Grazie. Bacio.

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    1. Buongiorno/sera/notte…! 🙂
      Ti leggo nel pieno delle attività di assemblaggio di albero e presepe… sarà una maratona sino a domani…
      … ovviamente io posso parlare solo per me stessa, anche se in effetti ho ulteriori riscontri da altre persone che conosco (sempre in numero limitato, ma con le quali almeno ho avuto un dialogo significativo e lungo anni).
      Purtroppo il Dubbione che citi è un mantra con cui il confronto è inevitabile.
      L’unico modo per risolverlo è… uscire dalla depressione 😉
      Ma siccome a me è riuscito, ringrazio, brindo e vado oltre🍷Smack!

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        1. Shììììì! ❤
          Ieri ho fatto su il presepe, mi pare uscito bellino (anche se quello era soprattutto materia di mia mamma: io intervenivo al momento finale delle statuine…).
          Invece ora mi dedico all'albero: una volta sbrigata la penosa faccenda "appendi le lucine", siamo a cavallo.
          Se tutto va secodo i piani, poi mi rilasso col Tenente Colombo.
          Have a marvellous Sunday, dear!

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