Lavoro .3: La chiave a stella, Primo Levi

Il lavoro e la sua qualità, le ragioni dell’austerità, il conflitto politico e morale tra società dei garantiti e società degli emarginati, i motivi del lavoro e i motivi del rifiuto e dell’assenteismo in un mondo capitalistico sono temi centrali della discussione sulla crisi.
Leggo queste prime righe di una delle due postfazioni al romanzo di Levi, rimango interdetta e vado a controllare quando sia stata scritta, pensando si tratti di un’aggiunta recente ad una riedizione: macché. Tali attualissime parole – quante volte capita! – le scrisse Stajano in questo suo articolo per Il Messaggero dell’11 dicembre… 1978.
Perché stupirsene… dal boom economico in avanti non c’è stata che un’unica, continua deriva. Non che prima il lavoro fosse una cosa priva di imperfezioni e di brutture. Ma, per cominciare, era lavoro e non aria fritta, concretissimo e non un’astrazione, pure quando intellettuale. La chiave a stella sta appunto ad esemplificare e fare da emblema del raccordo stretto e diretto tra lavoro e prodotto, tra lavoro e lavoratore, tra mezzi di produzione e oggetti / concetti finiti. Levi stesso spiega, e racconta al co-protagonista (Liber)Tino Faussone – che già mi sta simpatico perché il padre ha dovuto giocare coi nomi per poterlo far battezzare, sennò nisba – come da chimico abbia deciso di fare il salto e dedicarsi unicamente alla letturatura, ma senza “spezzare i legami” tra le due (spero che l’autore sia fiero di me, che nella mia pochezza cerco metafore ad hoc in suo onore…).
Uso spesso affermare che, (non solo) lavorativamente parlando, sono nata nel secolo sbagliato. Nell’800 avrei avuto un sacco di grane e sarei stata considerata una buona a nulla, ma con buona pace del Collocamento Mirato avrei facilmente trovato un posticino, con mansioni a prova d’imbecille, in qualche bottega o emporio cittadino. Avrebbero avuto pietà di me, mi avrebbero messo a pelar patate con tutta la lentezza che mi pareva, e ivi sarei rimasta a pelare sino a che non mi fossero cascate le braccia, e non avessi raggranellato onestamente quei due tolini atti a costituire ciò che oggi chiameremmo “pensione di anzianità”.

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Perché, ragazzi, una cosa bisogna dirla: sono lenta, sono inganfita, sono un po’ Danka (Nata Stanca) però, a me, il lavoro piace – infatti sto leggendo, adesso, il libro di De Botton proprio così tradotto: Lavorare piace.
A me, il lavoro, interessa.
Ma il lavoro dov’è? Non parlo di percentuali di occupazione, di impieghi vacanti. Parlo di rendersi utili, purché in modo personalmente sostenibile. Io sarei ben felice di passare le mie 3-4 ore quotidiane a rispondere a telefoni e citofoni, a pesare ed imbustare lettere, a fare caffé e fotocopie (sì, sì). Ma il lavoro dov’è?
Io senza lavoro, onestamente, mi sento realizzata lo stesso. Senza, voglio dire, un lavoro comunemente inteso: ufficiale, contrattualizzato, retribuito. Il lavoro viene prima di questo ed è primariamente altro: è impegno, dedizione, ragionevole fatica, sforzo, soddisfazione, creazione, reciprocità… non m’importa del lavoro retribuito, se non perché costituisce ancora la prima alternativa, anche per me, per sopravvivere.
M’importa di dare un senso a me stessa e alle cose, invece.
Lavorare “per vivere” dovrebbe poter essere una naturale, e funzionale, conseguenza di questo, un’estensione del piacere di mettere a frutto le proprie capacità e cognizioni, con lo scambio commerciale nel ruolo di necessario, ma marginale, tramite.
Il lavoro nobilita? Direi di sì, per non dire che “rende liberi”: che è diverso. Non so se avete notato come Levi ci gira intorno e fa ricorrere la tremenda frase-simbolo nella sua introduzione, adattandola alla modernità, al ribaltamento di valori, a nuove forme di sfruttamento in un senso e nell’altro:
Per esaltare il lavoro, nelle cerimonie ufficiali viene mobilitata una retorica insidiosa, cinicamente fondata sulla considerazione che un elogio o una medaglia costano molto meno di un aumento di paga e rendono di più; però esiste anche una retorica di segno opposto, non cinica ma profondamente stupida, che tende a denigrarlo, a dipingerlo vile, come se del lavoro, proprio o altrui, si potesse fare a meno, non solo in Utopia ma oggi e qui: come se, per converso, chi lavorare non sa, o sa male, o non vuole, fosse per ciò stesso un uomo libero.
Che subiate la retorica e lo sfruttamento, o all’inverso l’abbandono e l’incuria, la domanda la pongo anche a voi:

ma il lavoro, dov’è?

19 pensieri riguardo “Lavoro .3: La chiave a stella, Primo Levi

  1. Bella domanda. Fino a qualche anno fa mi sarei buttata a scrivere una bella filippica su una serie di concetti (più o meno quelli che hai citato sopra) per sostenere l’idea che il lavoro rende liberi, che dà un senso alla vita e anche una gratificazione (a volte magra, ma pur sempre reale). Forse una visione troppo romantica? Ho sempre pensato che qualsiasi lavoro, dal più complesso al più semplice, fosse degno di rispetto. E questo lo penso ancora. Ma guardandomi intorno, devo forse ricredermi? Oggi sono scettica, delusa, arrabbiata, e dispiaciuta, soprattutto per i giovani. Dispiaciuta per le poche prospettive che hanno, ma anche per il loro atteggiamento, quando ad esempio alimentano il sistema di arricchimento di gente che vive sulla propria immagine …. va beh, basta sennò altro che filippica….

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    1. Massì: se ci togliamo pure il gusto della filippica, dopo aver perso o comunque mortificato il gusto del lavoro, che ci rimane? 😉
      No, io sono d’accordo con te e non trovo che sia una visione troppo romantica – ma del resto non sono affidabile su questo punto, in troppi mi ha definito “idealista”. Invece penso di essere soltanto una “semplice”, con poche sovrastrutture.
      So bene di avere una situazione particolare, e naturalmente so che il lavoro non casca dal cielo. Però, come ho scritto calcando un po’ la mano, buona parte della difficoltà – impossibilità? – a trovar lavoro oggi, e tanto più per chi ha una disabilità o delle limitazioni in genere, sta nell’ipertrofia delle burocrazie, nella rigidità dei percorsi, nelle aspettative sempre più pretenziose e irreali dei selezionatori.

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  2. La mia visione oggi sarebbe degli otia et negotia, ma avendo bisogno di lavorare l’otium deve aspettare. Non credo che il lavoro manchi, c’è difficoltà nell’incontro tra domanda e offerta. Tutti prendono almeno il diploma, ma poi non sono all’altezza come preparazione. Non s’impara ciò che serve al mondo del lavoro e in più bisogna entrare nella logica della formazione permanente. Bisogna essere disposti a cambiare città o nazione e fare injzialmente sacrifici.

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    1. L’importante è evitare l’ozio forzato… e siccome in un certo senso con la disoccupazione te lo impongono, è fondamentale darsi un criterio ed un progetto per il frattempo, al di là della ricerca di lavoro (che per altro, come mi ha insegnato uno in gamba, è essa stessa un lavoro).
      Ora, in effetti, sono disoccupata non solo per le statistiche ma anche nel concreto: finché c’è stata mia mamma, infatti, era lei il mio lavoro; per quanto non riconosciuto e men che meno retribuito (ho proprio voglia di scoprire se riuscirò a vedere attuato e non solo favoleggiato, in questa vita, un contributo regolare per i caregiver familiari. Come sempre, faccio presente che sono stati stanziati 20 milioni di euro l’anno, per il triennio 2018-20, con la manovra fiscale del 2018: anche loro disoccupati perché mai destinati ed impiegati).
      “Si sta facendo notte…”. Se penso a quanto sarebbe stata contenta mia mamma di sapere che almeno un pochetto sarei stata ricompensata… grrr 😠

      Ma tornando a noi: è vero che esiste anche il famoso mismatch tra domanda ed offerta, ma certo non si può dire che la scuola tutta, tra un po’ persino alle primarie, non sia orientata esattamente a questo: a formare i ragazzi unicamente in vista di un ritorno professionale, orientamento che per altro aborro.
      Che poi tale formazione sia patetica e carente è noto, purtroppo su questo son più che d’accordo con te.
      Sulla formazione permanente: sì, purché la formazione non sia in prevalenza (come purtroppo, di nuovo, accade) un paravento, un diplomificio per consentire ad altre cooperative, ad altri professionisti (spesso assolutamente inutili e pieni d’aria fritta in cui è penoso notare che credono ciecamente) di far soldi a loro volta e fingere di condurre un lavoro “onesto”.
      Sull’ultimo punto, invece, temo di essere proprio dell’idea opposta: che la situazione attuale spinga molti a prender la strada del trasferimento e del sacrificio è un fatto, ma che sia normale – una cosa che “bisogna” fare – io non lo sento affatto. Il “sacrificio” oggi non esiste più, non esiste l’impegno premiato e la volontà applicata che ti retribuisce con la riuscita in un impiego, in un progetto. Chi chiede sacrificio, oggi, non sa di che parla – oppure lo sa benissimo perché ti sta consapevolmente fregando.

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      1. Certo è tutto molto complesso e non risolvibile con quattro chiacchiere, ho presente casi dove la capacità ha fatto la differenza, una biologa che non ha mai trovato un lavoro per più di un tot e mia nipote biologa che ha vinto un concorso dietro l’altro, ma è dovuta restare in Emilia-Romagna dove ha studiato. Io nel 76 partii dall’Abruzzo e venni a Roma per lavorare. Per quanto riguarda chi lavora in casa, in particolare che cura i genitori, sarebbe sacrosanta una retribuzione. Ma stanno risolvendo con l’eutanasia, per quanto al momento camuffata.

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  3. Il lavoro è dove c’è fatica (labor), dolore (travail) , servitù (arbeit).
    Il lavoro è dove servono soldi perché non c’è ricchezza.
    Soldi che sono un tubo per prendere aria buona al di sopra della cacca che ci sovrasta.
    Più la cacca sale, più serve che il tubo sia lungo (Balasso docet)
    Lavorerei se fossi ricco? No.
    Farei tante cose, ma non si potrebbero chiamare lavoro.
    Ho una visione pessimistica del lavoro? Si.

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    1. E’ un punto di vista (di derivazione cattolica, tra l’altro), ma io aderisco all’idea opposta: cioè che, per dirla in soldoni, il mio battere sulla tastiera – fatto con regolarità, con intenzione, con frutto – sia lavoro. Che sia lavoro fare i mestieri di casa, cucinare, fare decluttering massivo (vedi alla voce minimalismo) e metodico, cercare lavoro, accudire un familiare non autosufficiente, trafficare in garage per aggiustare l’auto…
      … per questo distinguo tra lavoro retribuito (che mi tocca, ma che scanserei senza nemmeno il più infinitesimale dei sensi di colpa se potessi) e lavoro-e-basta (che invece mi sembra una parte costitutiva della realizzazione di sé).
      Insomma sì, me ne preoccupo e ne ho bisogno, ma se domattina vinco alla tradizionale lotteria oppure eredito (oddio, adesso non vorrei tirargliela addosso a mia zia…) quanto basta per vivere di rendita, pur modesta, stai sicuro che mi dedico alla mia vocazione di umarell senza colpo ferire 😀

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  4. La settimana scorsa sono stato in visita alla Gabel, la ditta che produce asciugamani, lenzuola, tovaglie etc. Hanno deciso di fare una giornata aperta al pubblico, gli uffici dove si progetta, i capannoni con i macchinari di stampa, i magazzini… ho visto gente orgogliosa del proprio lavoro, dal direttore di produzione al magazziniere, ed è così di solito quando ci si sente parte di un “qualcosa”, anche se si è l’ultima ruota del carro. E’ vero, l’industrializzazione ha deumanizzato il lavoro (le famose catene di montaggio), l’automatizzazione sta ammazzando del tutto il lavoro, ma penso che il lavoratore debba mantenere comunque un propria dignità. E chi il lavoro non c’è l’ha? Una delle amarezze di questi tempi è che si è accettato che una parte sia “condannata” a non lavorare, la Repubblica fondata sul lavoro è solo per una parte. Abbiamo ancora delle leggi che tutelano chi ha dei problemi, come l’obbligo di assunzione in base al numero totale di dipendenti; numeri che però sono falsati, perché i dipendenti diminuiscono continuamente, si esternalizza, si subappalta, ed ecco che dove ci sarebbe stato posto per 10 è rimasto posto per due. E’ un argomento che le forze politiche ormai non affrontano nemmeno più, la ritengono evidentemente una causa persa, e allora largo al reddito di cittadinanza (con criteri strettissimi), o alla Caritas… la lotta nel ’78 era la lotta contro l’alienazione nel lavoro, la disumanizzazione degli operai ridotti a numeri nelle grandi fabbriche: eppure motore di consapevolezze, di lotte, di diritti conquistati faticosamente. Oggi si fa credere a chi non lavora che è per colpa di quei diritti… e la gente ci crede pure.

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    1. Hai detto tutto così bene (e ho apprezzato molto il cenno alla dignità del lavoro), che non saprei cos’altro aggiungere – forse solo due appunti personalissimi su RdC e Caritas.
      E cioè che, innanzitutto, il Reddito di Cittadinanza è tutto fuorché un reddito di cittadinanza (credo che ormai l’abbiano capito anche i sassi, ma non si sa mai). E’ invece la copia esatta del già esistente ReI, il Reddito di Inclusione, identico in tutto tranne per il fatto che non fingeva di essere ciò che non è, si dichiarava giustamente una misura per la povertà, e non fingeva collateralmente di cercarti un lavoro.
      Sulla Caritas avrei parecchio da dire – e lo farò: ho un post, o forse chissà più d’uno data la mia prolificità degli ultimi tempi, in laboratorio – ma qui, ora, mi limito a questo: contare sulla Caritas (da parte dello Stato) e su tutte e associazioni affini significa scaricare l’onere su entità astratte e tenaci – finché non crepano o esauriscono i soldi – come “famiglia”, “nonni”, “reti sociali informali”… insomma grattarsi le ascelle. Non che non ci siamo abituati, del resto.

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      1. Pur avendo tanti amici volontari o impiegati alla Caritas, ritengo una vergogna per uno Stato quando non riesce (o non vuole) far fronte alle povertà e alle emarginazione. La mia educazione è cattolica, ma vorrei un mondo senza bisogno di Caritas e Banchi Alimentari. Quando avrai voglia di scriverne, ne discuterò volentieri, ciao!

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