Nel guscio

Mi rannicchio nel mio angolino mentre il profumo del pane riscaldato sul calorifero si diffonde ancora nell’aria.
Catturo la sera dentro il soggiorno lasciando accesa soltanto una lampada, sotto il cui cono di luce mi appoggio a leggere.
Il silenzio mi cade immacolato sulle spalle.
Scorro lente le pagine dei diari di Albert Speer nelle carceri: Norimberga poi Spandau. Allo stesso modo deve scorrere il tempo in luoghi simili, ristretti e costretti ma al tempo stesso dilatati, definiti soltanto da regolamenti e corvée quotidiane che tuttavia non bastano ad articolare il vuoto e l’assenza che regnano nelle celle.
Per questo Speer torna e ritorna sulla necessità di darsi una routine personale.
Tra le attività da portare avanti con costanza per non abbruttirsi, c’è anche scrivere: le lettere, il diario – che in parte è già resoconto storico -, il tentativo di un più ricco memoriale che tratteggi la figura di Hitler quale lui la conobbe privatamente.

E’ un libro pesante, dalla copertina rigida e le parole scritte in piccolo.
E come nelle clausole dei contratti, nelle parole piccole si nasconde il colpo basso.
La lucidità dell’architetto del Reich dipinge con chiarezza tratti di Hitler noti (la mitomania), e altri che mi han fatto gelare il sangue (la capacità affabulatoria sui singoli uomini, al di fuori di qualsiasi contesto scenografico e mitografico, e la sua cognizione di causa rispetto a svariati argomenti, dei quali si serviva per marcare con l’aura dell’inesorabilità le proprie imposizioni. Un modo di essere che conosco e riconosco bene).

Al pari di Speer, che nel guscio della sua cella ha portato avanti il lavoro sulle sue memorie, anch’io sto vivendo questo periodo di ritiro entro il guscio della mia casa, dalla quale sortisco ben poco, come l’occasione per fare il punto su di me.
E sento che l’architetto mi è affine per più di un motivo.
E’ un borghese, né mediocre né eccellente come vorrebbe.
Troppo raffinato per risultar simpatico o affine a molte persone, eppure non abbastanza raffinato per starsene davvero fuori dalla ressa: infatti, s’è fatto bellamente fregare dall’imbianchino austriaco.

27 pensieri riguardo “Nel guscio

    1. Uh, bene. E’ stato sicuramente un outsider, anche se certo non un eroe.
      E’ stata questa immagine di lui per altro a farmici avvicinare, nonostante ora non ricordi affatto attraverso quali letture e riferimenti… il film ho in animo di vedermelo da un pezzo, ma più di una volta quando ho avuto occasione poi non me la sono sentita. Non so bene perché. Il momento comunque arriverà.

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  1. Soli soletti con Speer è quanto di meglio si possa desiderare in una piovigginosa giornata di fine autunno. La capacità della tua mente di svolazzare dal tragico al comico mi affascina: da come l’hai raccontato mi verrebbe voglia di leggerlo seduta stante ma confido in una tua riduzione, sul tipo di Selezione del Reader’s Digest. Non leggi solo bene, ma scrivi anche molto bene. L’imbianchino temo che, se fossi vissuto in quel tempo, avrebbe fregato anche me, del resto qualcuno ne è affascinato ancora oggi, magari un soggiorno a Spandau non farebbe male neanche a questi.

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    1. Aha, l’hai detto 😉
      E vai sereno: arrivano senz’altro altri piccoli post come questo a corredo delle prossime letture (le conversazioni tra Speer e Joachim Fest, le sue memorie del Reich e una sua biografia sempre ad opera di Fest), oltre che una spigolatura di citazioni.
      Ma chi è che legge roba sul nazismo sotto Natale?
      Una che non sta tanto bene, mi sa!

      Ogni uomo ha il suo imbianchino.
      Tutto sta ad ammetterlo e tenere alta la guardia.

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    1. Ebbene sì.
      Volevo scrivere anche nanetto, ma poi avrei offeso i nani – mentre che fosse austriaco e che avesse fatto l’imbianchino son dati di fatto.
      Alto un tappo, capelli scuri e pure brutto: alla faccia dell’ariano. Tsk.

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  2. Negli ultimi tuoi due post (ovvero un tempo inframmezzato a due battiti di ciglia) mi hai reso orgoglioso di averti conosciuta e mi sono ritrovato persino con gli occhi lucidi: è ovvio che sei un angelo, cara Jest, magari non delle prime schiere e di certo caduto in una forma umana che ha cercato di dimenticarsi della sua origine, persino a volte bestemmiandola, ma la tua aura è per me così visibile e non equivocabile…
    Laddove nel precedente mostravi un linguaggio dell’amore fatto di segni tattili e scritture invisibili, qui invece, in questo post recensione, hai preso il toro stordito della prosa saggistica e lo hai ammaestrato per essere un destriero.
    Ti applaudo, come ti applaudo.

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    1. Troppo buono.
      Che può fare una fanciulla di fronte a tanta grazia? 🤭
      Se la luminosità dell’aura ti dà noia, let me know, che ci attacco un dimmer 😉

      Toro? Destriero?
      Pensavo di avere solo una capra, in salotto 🤔
      Scherzi a parte, io amo molto i diari gli epistolari le biografie – ma non sempre riescono a trasmettere quel senso di comunanza con una persona, o anche “solo” con la specie umana.
      Nonostante non si dilunghi e non approfondisca in modo estremo i suoi pensieri, con Speer l’ho sentita. E non vale l’idea che sia stato un “artista” capitato in mezzo ai gerarchi per caso, perché non è esatto e di questo parla in maniera parca ma chiara.
      Ma c’è anche, soprattutto a tre quarti della detenzione, un’aria di pace e di accettazione che ho trovato l’inverno scorso in un personaggio di tutt’altro stampo, cioè Bonhoeffer (Resistenza e resa).

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      1. Non toccare la tua luce, mai: è bellissima così.
        Sono un commentatore incostante ma leggo sempre e lo faccio anche con il cuore, anche se a volte, a presentarsi da te a capo scoperto, ci si scotta e si piange, ma sono lacrime belle.

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        1. Le lacrime sono purificatrici (o, per i più profani: detossificanti).
          Dalla mia celletta monastica, ti saluto e benedico, con quel po’ di polvere di fata che m’è rimasto appiccicato addosso.

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