Due parole sulla terapia riparativa.

What?

Tra le altre cose, sono una sostenitrice della terapia riparativa dell’omosessualità.
Sì, quella che si propone di convertire l’impulso sessuale, l’attrazione affettiva omo- in etero-. Sì, quella del famigerato Joseph Nicolosi (il quale, comunque, non l’ha inventata dal nulla).
Ancora non ho letto nulla di suo – dovrebbero arrivarmi a giorni i primi due manuali, insieme ad un testo di parte avversa – e mi è chiaro che si tratta di un mondo più vasto di quanto le solite tre info in croce lascino indovinare; tuttavia ne condivido la sostanza: la possibilità di risanare, o almeno individuare e contenere, una stortura creatasi nello sviluppo identitario e sessuale della persona – la causa non biologica della tendenza omosessuale.

Dico “la causa non biologica della tendenza omosessuale” perché ritengo che, a fianco di una componente biologica (che già va oltre la genetica), la componente psico-ambientale non solo esista (e non è affatto scontato affermarlo), non solo giochi un ruolo più rilevante di quello che comunemente le si attribuisce, ma anche sia in molti casi – il mio è un “molti” empirico, ma tant’è – il fattore prevalente e preminente che determina tale condizione.
Per dare un’idea più specifica di cosa si sta parlando, riporto due paragrafi da Wikipedia:

La definizione riparativa nacque nel 1983 quando la psicologa ricercatrice britannica Elizabeth Moberly coniò il termine spinta riparativa per riferirsi alla stessa omosessualità maschile, interpretando il desiderio sessuale di un uomo per altri uomini come il tentativo di compensare un mancato rapporto tra padre e figlio durante l’infanzia[55][56].
[…]
In un libro del 1991 Joseph Nicolosi sosteneva che[59]:
«[o]gnuno di noi, sia uomo che donna, è guidato dal potere dell’amore romantico. Tali infatuazioni traggono il loro potere dalla spinta inconscia a diventare un essere umano completo. Negli eterosessuali, è la spinta a riunire i poli maschio-femmina attraverso il desiderio per l’altro. Ma negli omosessuali, è il tentativo di riempire un vuoto nella completezza del sesso originale dell’individuo».

Come detto, questa visione psico-ambientale (ma ormai potremmo aggiungerne anche una psico-sociale) non copre e non esaurisce tutte le cause dell’omosessualità – non è del resto mia responsabilità né intenzione render conto di ogni aspetto della cosa: non parlo a vanvera, ma parlo comunque per me stessa, non sono una portavoce né della Chiesa né di Arcigay o affini.
Ma se la si accetta – purtroppo le polemiche sulla presunta non scientificità della terapia divampano, e sono a loro volta tutt’altro che oneste… – si apre uno scenario ben più complesso dell’usuale, e per di più viene a cadere il mito del carattere immutabile dell’orientamento omosessuale: può essere certamente “stabile”, stabilizzato, ma non integralmente innato, univoco, immutabile appunto come nel consueto paragone che si usa fare con il colore degli occhi o dei capelli.
Lo sviluppo sessuale somiglia, piuttosto, ad un’abilità corporea (che so: lanciare una palla centrando un canestro) che parte da un livello standard, ma può implementarsi in misura maggiore o minore, e più o meno armoniosamente, secondo i casi – laddove, nell’ottica riparativa e in ultima istanza cattolica, l’eterosessualità rappresenta l’estremo armonico di una scala, e (la riaffermazione del)l’omosessualità (come variante naturale) l’estremo opposto: un disordine.

How?

Come mi sono avvicinata al discorso sulla terapia riparativa – questa semisconosciuta?
Innanzitutto leggendone e parlandone nei blog e sui siti d’informazione cattolici, anche prima di diventarlo io stessa e dunque familiarizzando con la faccenda quando ero su posizioni contrarie.
Ne ho poi sentito discutere – non solo per accenni o con sarcasmo – sempre in ambito cattolico, ma “dal vivo” e di persona con alcuni singoli: solo per fare un esempio, con le Sentinelle in Piedi (di cui faccio parte, pur non partecipando da un pezzo a nessuna veglia per varie ed eventuali) e durante le serate di Gianfranco Amato e Povia. (Situazioni, queste due, che mi hanno insegnato parecchio non solo su determinati contenuti, ma soprattutto sulla nostra società. Oh sì. Ma ora sto parlando d’altro).
Al di là dell’avvenuta conversione e del riposizionamento su punti di vista più affini alla dottrina della Chiesa – che da sé non sarebbero ancora sufficienti -, ciò che mi ha portata ad “approvare” i postulati della terapia riparativa è semplicemente questo: che mi ci riconosco. Così come mi sono riconosciuta in parti significative del racconto e dell’analisi che della propria storia ha fatto Luca di Tolve, nel libro Ero gay.
(Cos’è ‘sto scalpiccìo? Ah, gente che scappa…).
E questo è quanto, per una panoramica.

30 pensieri riguardo “Due parole sulla terapia riparativa.

  1. Yahahahaha, scusa, io immagino questa scena:
    ti arriva la Rachel Weisz del 1994 che, scusa il linguaggio, si mette nel letto accanto a te e «te la mette in mano»…
    …e vedo te a scacciarla dal letto e dirle «scusami, mia dea, ma io sono fan di Povia!»
    e vedo Rachel, la dea, che, mesta, si allontana da te e ti chiede: «Di chi?????»

    [e io posso confessarti, continuando nello sboccato, che se arrivasse il Pëtr Čajkovskij del 1877 e me lo «indirizzasse verso l’ano», io, sì, avrei forse ritrosie e spaventi, e sulle prime potrei un po’ insistere per fare io l’attivo (e conoscendo l’abitudine di Čajkovskij a firmarsi Petrolina ho anche fin troppe speranze che Čajkovskij accetti lui la passività!), ma, alla fine, mi sa che cederei a mille! Altro che confini netti tra omo ed etero: davanti a Čajkovskij, come davanti a Rachel, secondo vale proprio tutto! Tutto è Amore! e yé! e ti assicuro che dopo Čajkovskij non credo proprio che andrei in giro a cantare «ero etero ma poi sono andato con Čajkovskij», né vorrei che nessuno mi venisse a dire «hai avuto rapporti anali con Čajkovskij? vieni da me ché ti rieduco a non avere più rapporti anali con altri uomini»: credo che non ce ne sarebbe alcun bisogno!]

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    1. Sono a letto, con a fianco la Dea, con la quale convivo in castità. (Dice sempre che per amor mio si adegua: ha un po’ questa tendenza adorabilmente adorante).
      Ha letto il tuo commento, agitato la splendida mano come a scacciare una mosca e scosso la chioma, poi ha riso. Cristallina, come sempre.
      Ti saluta tanto, eh. Cia’ cia’, a te e a Tchaikosvskij.

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  2. 2 persone libere e consenzienti possono fare quello che vogliono di sé stesse e la teoria che hai descritto mi sembra un’ingerenza nella libertà dell’individuo, é come dire che se uno nasce fuori dai canoni commerciali di bellezza deve essere costretto a farsi una plastica..Piuttosto bisognerebbe porre un argine alla pornografia sul web e su cui ci finiscono bambini ragazzi ed adulti condizionando la loro vita sessuale.. Tu stando alla morale cristiana non dovresti mai esserci andata su quei siti zozzi ultraccessibili …

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    1. Sarebbe un’ingerenza se fosse una terapia imposta in modo coatto alla persona, e non lo è. Al contrario, è la risposta ad un bisogno che emerge in molte persone, a cui nel mondo delle “libertà individuali” – sacrosante, ma brandite come manganelli – non si dà alcuna risposta e nessun ascolto.
      La terapia riparativa non è per tutti, a detta in primis di chi la pratica. E’ per chi vive la propria omosessualità come un problema ed un peso, non perché la società lo fa sentire sbagliato ma perché personalmente lo sente sbagliato; non perché la sua fede gli dice essere sbagliato ma perché trova nella fede la conferma di ciò che sente a livello intimo.

      Non ho capito però a quali “siti zozzi e ultra accessibili” ti riferisci.
      Che intendi?

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      1. Attenzione Libertà individuali ma solo fino al momento in cui riguardano solo se stessi, non libertà indiscriminate. Quello che volevo dire é che degli aspetti psicologici avvertiti come problemi, ci sono professionisti titolati ossia gli psicologi quindi se uno ha del disordine gli si consiglia un bravo psicologo ed il discorso finisce qua. Quindi ritenevo che piuttosto che di teorie riparative sarebbe meglio essere meno ipocriti e ciechi ed eliminare la pornografia dal web, ti sarà capitato sicuramente di finirci per sbaglio, con tutti i banner che sono ovunque.. Imparare l ‘educazione sessuale lì (visto che ormai pure i bambini di 5 anni hanno il cellulare e vanno su internet) non deve portare a grandi risultati in termine di corretto sviluppo sessuale.

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        1. La pornografia è sicuramente parte del più ampio problema di un’educazione sessuale (che dovrebbe essere anche affettiva) mancante, o distorta – quando non imposta, per l’appunto, dallo stato nelle scuole privando le famiglie del loro diritto all’indirizzo educativo da dare i figli, sancito per legge.
          E’ uno dei lasciti del ’68 con tutti i suoi corollari, dei quali non ci libereremo tanto presto.
          Non vedo però perché contrapporre il problema della pornografia a quello dell’omosessualità (chiamiamolo problematica, se preferisci, per lasciare aperto il discorso a qualunque modo d’intenderla): una questione non copre l’altra, casomai la interseca, e si può preferire di trattare l’una piuttosto che l’altra, ma non a discapito. Si cadrebbe nel “benaltrismo”.

          Naturalmente sì, ho evitato di specificare che finché parliamo di libertà individuali il confronto è su scelte legittime, ma queste libertà non rappresentano che un piccolo spicchio del portato dell’omosessualità, per non appesantire il discorso e fare troppi passi in avanti.
          Ma senz’altro sulle scelte che personali non sono, coinvolgendo volenti o nolenti la società, non c’è legittimità aprioristica che tenga.

          In ultimo, una parola sulla tua osservazione sugli psicologi.
          Consigliare “un bravo psicologo” lascia il tempo che trova, a meno che non si abbia cognizione di causa: un conto è dare un input ad una persona amica che abbia un problema conosciuto, simile al nostro, e indirizzarla per un tentativo.
          Un conto è fornire un’opinione informata su un tema specifico e controverso come questo, per il quale non è banale cercare un professionista adatto (non basta essere psicologi) e non è sufficiente che quest’ultimo abbia un “titolo”, né di studio né di ricerca, dal momento che – purtroppo e per fortuna – una qualifica e persino un buon curriculum di pubblicazioni scientifiche significano tutto e nulla. E’ triste ed è un bel casino, ma così è.

          Grazie per il chiarimento.

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        2. Bo io non ci vedo tutta sta particolarità da mettere in discussione l’autorità di uno psicologo per i problemi di identità sessuale… È un tuo pregiudizio che deriva magari dal tuo vissuto, ma casi di soggetti borderline o con tendenze suicide o casi di depressione o di abusi etc etc..penso siano altrettanto impegnativi e particolari.
          Poiché parlavi di “soggetti confusi” ed infelici pensavo che l’accesso alla pornografia troppo precocemente potesse creare confusione e traumi come succede con l’alcool assunto prima dei 16 poiché non si hanno gli enzimi che difendono il corpo. Immaginati se a 7 anni finivi su video di orge sadomaso etc etc che conclusioni avresti tratto sul sesso ??
          Perché poi tolta l’influenza dell’ambiente e della società resta solo la genetica ma su quella speriamo l’uomo non interferisca mai elevandosi a Dio… .
          Ciao!

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        3. Tolta l’influenza dell’ambiente e della società: fosse poco! E’ quasi tutto…
          … ovvio che la pornografia non aiuta, anzi, ma continua a non essere una causa del problema, al massimo ne è una conseguenza.
          Non è insomma in questione qui.

          Non si tratta di mettere in discussione l’autorità di uno psicologo. Non esiste un terapeuta che possa trattare qualunque problematica, così come per ciascuna esse alcuni percorsi e modalità d’intervento sono migliori di altri, o possono richiedere una specializzazione.
          Non andresti da un medico di medicina generale, ma neppure da un cardiologo, se avessi problemi di udito. A maggior ragione per quanto riguarda la salute psichica è piuttosto ovvio domandarsi che tipo di formazione debba avere un terapeuta, se ne cerchiamo uno.
          Più in generale, autorevoli e degni di stima non si “nasce”, nemmeno con una laurea. L’affidabilità scientifica va ben oltre questo, soprattutto ai giorni nostri; i meccanismi della validazione scientifica vantano difetti non ignorabili, se si vuole essere onesti. Tanto più in medicina, settore che conosco.
          Non è un mio pregiudizio dunque, questo non ti consento di dirlo: anche perché non ne hai davvero motivo.

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        4. Non come voglio, ma come è.
          Perché commentare se poi non ti sta bene che ti si corregga?
          E’ un atteggiamento sgradevole ed inutile.

          Ti metto in moderazione, a scanso di ulteriori perdite di tempo.
          Puoi sempre tornare, se credi di poter discutere senza prevaricare.

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  3. Non penso che l’orientamento omosessuale sia qualcosa da “risanare” o una “stortura”. Le persone che si sottopongono a questo tipo di trattamenti sono spesso a disagio con loro stesse, spesso crescono circondate da familiari che li vorrebbero diversi, più “maschili”, “eterosessuali”, invece che semplicemente felici. La pressione che certi ambienti mettono in atto è fortissima. Essere omosessuale del resto non è facile, la diversità è qualcosa che molte persone faticano a comprendere. Non penso neppure che un mancato rapporto con un padre, e una madre molto presente facciamo diventare i figli maschi omosessuali. Del resto nel passato molti padri sono stati assenti e molte madri hanno preso il comando e non mi pare che questi figli si siano poi rivelati tutti omosessuali e neanche in stragrande maggioranza. È molto probabile però che chi abbia avuto problemi in famiglia di una certa gravità abbia bisogno di un sostegno psicologico che a mio avviso dovrebbe essere una figura neutra, non qualcuno che sa già in cosa trasformarti. Penso che un terapeuta non dovrebbe direzionare un paziente in una precisa direzione, ma semplicemente aiutarlo a conoscersi in modo che lui stesso trovi per sè stesso delle risposte. Per mia esperienza personale aggiungo che si può essere omosessuali soddisfatti e completamente felici. Sicuramente esistono anche omosessuali che non si sentono a loro agio con il loro orientamento, ma nella loro scelta di sottoporsi ad un trattamento simile quanto pesa il giudizio di coloro che hanno intorno e dai cui vorrebbero solo essere amati? Scusa il commento lungo.. è solo un mio parere.

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    1. Innanzitutto grazie per il tuo intervento.
      Posso immaginare che non sia stato facile, o comunque scontato, decidere di esprimerti sotto ad un post su posizioni così distanti dalle tue (io per prima all’inizio ho chiuso i commenti, perché oltre che delicata la questione tocca anche me, e non me la sentivo).

      Parto dal fondo: purtroppo, il giudizio (esplicito o percepito) di chi abbiamo intorno pesa eccome, a volte poco a volte, più spesso, moltissimo.
      E non c’è dubbio che possa intervenire quella che chiamano “omofobia interiorizzata” – che sarebbe un concetto importantissimo, non fosse chiamato in causa ogni volta che qualcuno si dichiara contrario a determinate scelte.
      Nei casi di cui ho potuto leggere io, cioè quelli riportati da Nicolosi nei due libri (che ho letto, ma nel post dico che mi devono arrivare perché l’ho scritto ancor prima), non si tratta di questo: c’è anzi un’ulteriore sofferenza provocata dal non essere presi sul serio nel proprio non riconoscersi nelle pulsioni provate, nel provare disagio non sociale bensì psichico dopo aver fatto sesso (ma non solo) con un altro uomo o donna.
      Prima viene il disagio verso una parte di sé avvertita come estranea e dannosa, il confronto con la famiglia o la società viene fatto solo successivamente.

      Non penso neppure che un mancato rapporto con un padre, e una madre molto presente facciamo diventare i figli maschi omosessuali.
      No, infatti. Voglio dire: è una componente ricorrente nella casistica – che non compare però ogni volta, esistono anche altri schemi, potremmo dire “costellazioni” con un altro riferimento moderno, familiari.
      Ma non basta in sé, e grazie al Cielo: la vita non è così schematica. Devono concorrere con questo anche altri fattori, primo fra tutti una vulnerabilità profonda della persona, presente prima che abbia coscienza delle dinamiche col padre e la madre; e questo “quadro” non così frequente come potrebbe sembrare costituisce una base per uno sviluppo non equilibrato.
      Ma questa base può essere rinforzata oppure sconfessata. Per quanto forte, dato che rappresenta una radice della struttura psichica, sarà comunque modellata dall’ambiente anche nel corso degli anni a seguire, e questo può avvenire in molti modi e direzioni diversi.
      (Mi viene un parallelo con la famosa accusa alle madri “frigorifero” che avrebbero generato figli autistici, ma lo lascio qui a penzolare sennò ci incasiniamo il cervello).
      In tutto questo poi non è che la biologia sia assente: anch’essa può rinforzare o indebolire una tendenza, ed a sua volta essere confermata a livello di connessione sinaptica dai vissuti e dai comportamenti, oppure no.

      Penso che un terapeuta non dovrebbe direzionare un paziente in una precisa direzione, ma semplicemente aiutarlo a conoscersi in modo che lui stesso trovi per sè stesso delle risposte.
      Di nuovo sono d’accordo, in linea generale.
      Ma i pazienti di Nicolosi (faccio riferimento solo a loro, perché a parte le esperienze personali è di questi che posso parlare) sanno già, se non chi vogliono essere, chi non vogliono (sentono di) essere.
      Individuano il loro malessere proprio in una caratteristica che nessun altro accetterebbe di trattare – per non dire “curare”: termine corretto ma al tempo stesso fraintendibile, perché quello che si vuole curare non è la tendenza omosessuale in sé, ma guai ben più grossi, ferite originarie che ne sono in gran parte alla base – sempre, ripeto, in questi casi più o meno numerosi che siano.
      Di Nicolosi m’è piaciuto anche che abbia dichiarato di aver scelto un approccio tutt’altro che neutro, appunto, perché un paziente le cui relazioni col padre (e di conseguenza con tutte le figure potenzialmente paterne) siano così gravemente compromesse, da un approccio di distacco avrebbe solo ulteriori danni. La partecipazione attiva del terapeuta non significa però indirizzare il pensiero del paziente, significa essere presente emotivamente, incentivare il transfert per cui ci si può raffigurare, per un periodo, il terapeuta come un sostituto del padre.
      C’è ancora da dire – e qui mi scuso io se mi sto dilungando tanto, ma è giusto dare tutti gli spunti possibili a chi legge – che Nicolosi non è uno psicologo né uno psichiatra, ma uno psicanalista, e chi conosce la prassi della psicanalisi di mantenere non solo un giusto distacco dal paziente, ma proprio una quasi “assenza”, capirà che c’è una bella differenza tra non “mettere becco” nel percorso di qualcuno che ci si affida e, invece, lasciarlo a dipanare interamente da solo la matassa! O_o

      Chiudo tornando a bomba all’inizio e dicendoti che, anche se avverso con tutte le mie forze il modo in cui viene concepita e diffusa l’idea di “omofobia”, che sembra essere la spiegazione di tutti i mali e comparire anche dove non ce n’è traccia, non nego esista – né ho trovato evidenza, per ora, nei fautori della “riparazione” di un certo negazionismo totale che pure in alcuni cattolici circola.
      Purtroppo c’è anche questo.
      E’ solo una mia affermazione, non posso qui e ora dimostrarlo né penso di doverlo fare – un po’ come coi patentini di antifascismo… -, ma lo stesso è come mi vedo: contro l’etichetta di omofobia appiccicata addosso a chiunque non si uniformi, ma contro anche l’omofobia reale, che non è soltanto quella dei casi estremi di stati che condannano a morte gli omosessuali, ma anche quella sottile dello scherno e delle intimidazioni.
      Vorrei che le mie idee ed i miei comportamenti non apparissero divaricati, agli antipodi: so che per qualcuno lo sono, ma l’intransigenza sulle posizioni di pensiero non si accompagna al rifiuto delle persone, in me. Ovviamente attraverso uno schermo non si può far passare tutto quello che siamo, ma solo dei brandelli…
      A breve pubblicherò due o tre pensieri, meno impegnativi ma altrettanto seri di questi, su Boy erased, che ho appena terminato. Tu l’hai letto?

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      1. Grazie per la tua risposta. Il tema è delicato. Non ho letto Boy Erased. Ne ho sentito parlare, ma non ho mai approfondito. Qualche tempo fa avevo visto in internet un progetto fotografico di Paola Paredes che riguardava alcune cliniche in Ecuador in cui “curano” anche gli omosessuali e mi aveva scioccata, quindi confermo, non mi è facile intervenire con pacatezza. Mi sento molto coinvolta in prima persona, ma comprendo che quello che scrivi ha delle sfumature. Resta il fatto che mentre esistono alcune persone come te che cercano di approfondire e magari non userebbero violenza fisica e psicologica su altre che hanno un diverso orientamento sessuale, ne esistono moltissimi altri che lo farebbero o lo fanno, e le parole, anche le teorie, hanno peso, perchè spesso dai pensieri nascono le azioni.. non sempre sono azioni positive.
        Conosco da anni due donne omosessuali che hanno subito forti pressioni psicologiche dalle loro famiglie affinchè si rivolgessero a psicoterapeuti che le “facessero tornare normali” e ti assicuro che questo genere di forzature è diffuso e provoca ferite non da poco per questo anche le reazioni ai tuoi contenuti possono essere forti.
        Per alleggerire molto ti saluto segnalandoti una commedia: “But I’m a cheerleader”
        Magari puoi inserirla nella lista dei film orribili, ma è collegata al tuo argomento anche se lo tratta in modo ironico 😁

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        1. Cercherò il film, ma soprattutto il materiale fotografico di cui mi parli.
          Per il resto, posso (purtroppo…) sottoscrivere tutto ciò che dici.
          Del resto, non serve andare molto indietro nel tempo per trovare che la terapia riparativa praticata oggi è nata in un alveo più ampio, delle terapie dette “di conversione”, che sono state praticamente indistinguibili da ciò che accadeva nei manicomi negli anni ’50-’60 sugli schizofrenici ed altri generici “matti”. A buon intenditor… io mi fermo qui, sennò cominciano a tremarmi le mani.
          Certo di strada ce n’è da fare. I pregiudizi reciproci tra credenti ed lgbt non aiutano, ma non sono che la punta dell’iceberg… forse in questo campo siamo, almeno presi “in gruppo”, così arroccati che non c’è modo di comunicare davvero. Ma se è per questo lo siamo anche in politica, e sulla questione del cambiamento climatico, e… e niente, per quanto mi riguarda cerco di starmene da parte e avere rapporti con le persone che siano soprattutto one-to-one, o poco più, altrimenti sopraggiunge il cinismo e la sfiducia nell’umanità e son fritta 😉
          Di nuovo grazie, e buona settimana direi!

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  4. Io forse sto comprendendo male…
    Mi sembra di capire che Nicolosi (che non conosco e che a una breve ricerca wikipediana sembra fuori da qualsiasi comunità scientifica, boicottato perfino da Amazon [che vende anche i lecca-lecca al gusto di merda] e ritenuto fuori legge in molti stati sovrani [la corte suprema degli USA gli vietò di esercitare sui minori], oltre che morto) si riferisca a persone in qualche modo quasi “forzate” (da contingenze varie, personali, ambientali, parentali e quant’altro) a provare attrazione omoerotica…
    Cercando di esemplificare:
    Gina è figlia di Teresa, e Teresa è clinicamente schizofrenica ed educa Gina all’«omosessualità»…
    Gina, poverina, cresce sentendo di dover provare attrazione per le donne: finisce per averle, e va con le donne, ma poi soffre… al ché va dallo psicologo e lo psicologo “ufficiale” le dice «mi spiace, non posso curarla dall’omosessualità»…
    Allora Gina si dispera perché “omosessuale” non si sente…
    ed è a questo punto che Gina, priva di una educazione sentimentale sensata a causa della “Mala Educacion” di Teresa, non conclude con «ma io omosessuale non sono: adesso cercherò di andare con gli uomini», perché questa “banale semplicità” non le appartiene: lei, poverina, ha una psiche distrutta dalla mamma…
    oppure Gina sente che le piacciono sia le donne sia gli uomini, ma non sa elaborare tutto questo, perché Teresa l’ha privata del raziocinio necessario…
    Ed è qui che Nicolosi sente di essere utile perché dice a Gina «vieni da me: io non ti dirò che non puoi essere curata: io ti curerò e ti aiuterò a trovare la tua strada verso un rapporto amoroso-sessuale soddisfacente»
    Ma facendo questo, Nicolosi, se è bravo, dovrebbe dire a Gina che esistono anche i bisessuali, che sono normalissimi, e che se Gina ama la compagnia sessuale di entrambi i sessi può benissimo vivere come bisessuale!
    Nicolosi invece le farà provare una terapia in cui le dice che gli unici per cui Gina deve provare attrazione sono gli uomini?

    Oppure non capisco neanche l’idea di uno che potrebbe chiamarsi Martino, che dice: «Non voglio essere omosessuale perché le persone a cui credo, che è gente come Gesù, Giuseppe, Maria e San Bruno Hautenfaust di Köln, dicono che gli uomini non devono provare attrazione verso gli uomini: questo mi fa vivere nell’infelicità e se vado da uno psicanalista a dire che voglio guarire mi cazziano dicendomi che sono omofobo, io invece vorrei solo un aiuto a non oltraggiare la mia adorata fede calmierando i miei istinti omosessuali… e questo aiuto lo trovo solo da Nicolosi!»
    In questo caso il conflitto tra omosessualità e fede perché dovrebbe essere così atroce?
    Quale assunto teologico vieta agli uomini di provare piacere sessuale se stimolati analmente da altri uomini?
    Capisco che ci sono certe ragioni teologiche che vietano il sesso tout court perché, se ho capito bene, il sesso toglie tempo energia e psiche all’unico amore vero che è quello per Gesù, ma tali ragioni teologiche sono state adattate e cambiate apposta molto di recente in contrapposizione ad altre fedi, adoranti lo stesso Gesù, che invece il sesso non lo demonizzano affatto e non lo ritengono affatto in contraddizione con l’amore per Gesù…
    Per cui, in questo secondo caso di Martino, io sarei lì a dire a Martino: «Se andare con gli uomini ti piace e sei felice di andare con gli uomini, più che da Nicolosi, vai dai vescovi a dir loro di fare un bel concilio ecumenico che cambi la teologia cattolica invece di metterti cilici di contrizione tutte le volte che hai rapporti sessuali con i maschi… non ti ascolteranno, ma almeno avrai indirizzato le tue energie verso qualcosa di più sensato rispetto a una terapia educativa dubbia… caro Martino, potresti anche cambiare religione: ce ne sono migliaia e molto poche condannano il sesso… oppure, caro Martino, se a te andare con gli uomini non ti piace, allora smetti di andare con gli uomini, vai con le donne, con gli istrici, con chi ti pare: per farlo non hai bisogno di alcun “permesso” né della chiesa né del dottore… o forse proprio non sai ancora come fare e per te il sesso è pianeta oscuro di incertezze maligne, e allora aspetta, guarda, prova, oppure non fare mai nulla di sessuale, esistono anche gli asessuali e stanno benissimo: forse tu sei uno di loro, scoprilo! ma devi scoprirlo tu! Nicolosi, Gesù e il dottore, come si diceva in qualche commento precedente, possono solo aiutarti a trovare la tua dimensione, e non c’è limite alla possibilità! Tranquillo! La bella addormentata ci ha messo 100 anni di sonno tra i rovi per “somatizzare” la sua maturità sessuale (simboleggiata dal sangue uscito dal suo dito punto dal fuso), ma quando è arrivato il principe si è svegliata! Quindi, tranquillo: magari tu, caro Martino, stai solo ancora dormendo, in attesa del tuo principe che altro non è che la tua maturità sessuale (una metafora forse meno estraniante se messa nella forma di “Buffy, the Vampire Slayer”: lei dice non di dormire attendendo la maturità, ma di essere un biscotto in forno ancora non cotto, e solo quando sarà cotta riuscirà a scegliere il sesso sano, forse con Angel, il suo amore adolescenziale, o forse con qualcun altro!) Non temere, caro Martino!»

    In entrambi i casi, quindi, io concludo sempre che Nicolosi, boh, se non è “dannoso”, forse è inutile?
    Oppure sto sottovalutando altre sofferenze che non capisco/conosco?

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    1. Che vuoi che ti dica…
      … parli di modificare la dottrina, cosa che non sta né in cielo né in terra, salvo trovare non vi sia alcun assunto teologico che vieta il sesso anale (come no, sicuro); ti domandi perché il dissidio tra fede ed omosessualità debba essere problematico, ecc.: ma esiste, almeno, qualcosa che io ti possa dire che non sia già ovvio e tu non conosca già (o almeno spero), e che semplicemente rifiuti?

      Posso darti una vera risposta solo ai quesiti che poni nella prima parte del tuo commento:
      no, Nicolosi non è fuori da qualsiasi comunità scientifica, non va nemmeno contro il metodo scientifico, per quanto la ricerca in questo settore sia praticamente e colpevolmente ferma;
      no, la terapia riparativa non è diretta a persone “forzate” ad essere omosessuali (questo è un discorso che potremmo fare oggi, ma non si presentava nel momento in cui Nicolosi operava: l’imposizione della personalità gender fluid l’ha solo sfiorata…), né tantomeno solo a persone con situazioni di abuso;
      no, la bisessualità non è diversa dall’omosessualità, e non basta provare attrazione anche verso individui del sesso opposto per cancellare dal quadro l’attrazione verso lo stesso sesso. Che la bisessualità sia “normalissima” lo puoi dire tu che la consideri tale, ma non per tutti, Gina compresa, le cose stanno così – men che meno per un credente cristiano che, salvo rari casi (di confessioni “indipendenti”), non trova affatto nell’ortodossia alcun via libera alla pratica dell’omoerotismo. Ma nessuna, eh: nessuna.

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      1. Sicché il conflitto, andando all’osso, è tra credere e trombare? Nicolosi, allora, aiuta i credenti che trombano a credere e quindi a non trombare?
        E in ogni caso saranno grasse risate quando un concilio ci sarà davvero e quella dottrina, ritenuta oggi secolare, cambierà eccome!
        Guarda oggi quelli che fanno la messa in latino in protesta con il Vaticano II, ritenuti giustamente dei nostalgici un po’ rozzi: magari è il destino che attenderà, tra qualche secolo, i credenti non a loro agio col sesso anale (che è anche eterosessuale eh) dopo che, boh, magari il Concilio di Nairobi riterrà inconcludenti gli assunti imbarazzati dall’omoerotismo… e magari farà anche sposare i preti…

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        1. Nulla di tutto questo, Nick – oh, ma proprio nulla eh: ovviamente evito di contestarti ogni frase, ma di fatto ogni singola frase di quest’ultimo commento è errata, sarei paracula a non dirlo… sorry! 😉
          Al di là del gusto per la provocazione, mi pare che tu ci creda davvero. C’è da mettersi le mani nei capelli, ma li ho appena lavati e mi trattengo. Casomai chiedo aiuto anche ad uno psicanalista, se l’ansia sale troppo… di sicuro quando i commenti si saranno esauriti li chiuderò di nuovo, tant’è vero che m’è bastato!
          E buona notte a tutti: depravati e miscredenti compresi! Cia’ 🖐

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  5. Ciao! Sono nuova sul blog, ho letto tanto in pochi giorni. Non mi aspettavo questo tipo di post, ma mi ha fatto piacere trovarne – alla fine, sono cose che molti pensano e non dicono, perché al giorno d’oggi la pressione sociale è forte e contraria, soprattutto in ambienti giovani.
    Ma di fatto, cosa ci sarebbe di sbagliato in una relazione omosessuale, dal punto di vista cristiano? Io questo, non lo riesco a capire proprio. E di educazione cattolica ne ho ricevuta, eccome. Ma ho sempre visto in questo accanirsi contro l’omosessualità un retaggio del passato, non giustificato dalle parole di Gesù. Una questione squisitamente culturale. Un problema di una istituzione che per sua stessa natura non tiene il passo con i tempi. Forse mi faccio trascinare dal fatto che uno dei miei amici più cari si è trovato nella scomoda posizione di amare gli uomini e avere una gran fede, e ne è uscito a pezzi. Ma proprio a pezzi, e questo mi ha sicuramente allontanato dalla Chiesa.

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    1. Benvenuta, Smilla 🙂
      E’ vero, schierarsi è dura.
      Essere cristiani non è mai stato semplice, ma forse oggi è particolarmente insidioso: non solo per la secolarizzazione, ma anche per esempio perché c’è un’idea di cristiano come persona molle, arrendevole, acquiescente, che non disturba e non si mette di traverso a nessuno.
      Invece essere comprensivi e caritatevoli non equivale a subire gli atteggiamenti aggressivi o di scherno di molti non credenti, così come “porgere l’altra guancia” non ha mai significato assumere il ruolo del bersaglio gratuito e imbelle.

      Sulla visione cattolica dell’omosessualità, naturalmente non mi trovi d’accordo.
      Cristo non si è espresso, né avrebbe potuto farlo, su ogni argomento dello scibile umano – e del resto si sarebbe dovuto fermare allo stato dell’arte di duemila anni fa. Ha però, secondo le sue stesse parole, raccolto l’eredità del popolo d’Israele e della sua legge, senza abrogarla ma portandola a compimento: https://www.laparola.net/wiki.php?riferimento=Mt5,17-20&versioni%5B%5D=C.E.I.
      Vale dunque per chi crede in Gesù come figlio di Dio ciò che viene detto sull’essere umano, e su ciò che gli è consentito o vietato anche in materia di sesso e affettività, nella Torah, a cominciare proprio dalla Genesi – “maschio e femmina li creò”, ecc.
      Per il cattolicesimo, anche se nell’esperienza di molte persone questo non passa, l’omosessualità praticata è peccato perché si discosta dalla reale natura umana, quale è stata creata da Dio per il bene (cioè: la pienezza di senso) delle persone, non sono le persone stesse con la loro inclinazione (disordinata, in quanto fuori dal disegno divino) ad essere un male: le persone non sono mai un male, le persone possono compiere il male.
      Ed è male, è peccato (secondo il suo senso originario, che nulla ha a che fare con l’approvazione sociale) tutto ciò che allontana dalla comunione con Dio. Ciò che non risponde alla Sua volontà sull’uomo.
      Su questo come su altre materie della tradizione la Chiesa non solo non può, ma non deve stare “al passo coi tempi”, perché la verità a fondamento di tutto è una: o è tale e dunque non muta col tempo e con la cultura, appunto, oppure non è affatto una verità. Possono e devono essere adeguati i criteri del magistero ordinario, non ex-cathedra, che insomma tocca temi e usi secondari e contingenti; ma l’omosessualità come situazione di disordine – che seppure con fatica, l’uomo è libero di rifiutare e non assecondare – non attiene a questo ambito.
      Voglio ribadirlo: male non è essere omosessuali, quali che ne siano le cause più o meno stringenti, incluse quelle biologiche. Di norma (ma attualmente non è più scontato…) non si sceglie di esserlo. Ma si può scegliere, anche in un secondo momento, di aderire a questa natura o considerarla, come la considera il Catechismo, un’espressione deviata della natura umana come Dio l’ha creata – deviata dal peccato originale. E aderirvi, considerandola normale e giusta, oppure no.
      Ci basterebbe un solo comandamento, se sapessimo seguirlo davvero:
      Odia il peccato, ama il peccatore.
      Davvero nient’altro.

      Mi spiace che il tuo amico abbia sofferto.
      Non so di preciso cos’abbia passato, ma credo e temo che praticamente nulla possa stupirmi.
      Se ve la sentite e se pensate possa essere utile a qualcuno, puoi accennare qui se ci sono realtà precise in città precise, che vi hanno procurato danno. Poi ognuno si farà i propri conti in tasca, ma sempre con un’informazione in più.
      Per il resto, pregherò per lui e per te.

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      1. Ti ringrazio per aver preso il tempo di scrivere questo commento: non è scontato. Il mio amico sta bene, ma la sua scelta è stata alla fine di allontanarsi dalla Chiesa e seguire altre strade. Non farò nomi di posti in particolare perché credo che il nocciolo della questione non sia stato tanto la reazione di parrocchia e parrocchiani ma il malessere interno di questo mio amico, che si è sentito malato, sbagliato, e questo psicologicamente non è semplice.

        Il discorso è interessante. Pensavo che il compimento della legge si esaudisse nel comandamento dell’amore, più che in una validazione della legge ebraica che Gesù supera (infatti non rimangono validi tutti i precetti riguardo al concetto di purezza presente nella religione ebraica, le restrizioni su cosa mangiare e cosa no, la circoncisione, ecc).

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        1. E’ il minimo. Mi devo pur prendere la responsabilità di quello che scrivo.
          Spero che il tuo amico possa trovare chi può lenire questo malessere. “Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite” (così scriveva Etty Hillesum), ma più spesso siamo noi stessi ad infliggerle.

          L’amore-carità non può prescindere dalla giustizia-verità, anche per questo la legge resta valida. Ma come giustamente fai notare, e proprio perché non si dà l’una senza l’altra, una serie di precetti fini a se stessi non servono a nulla… la purezza degli alimenti, delle stoviglie, del corpo, son tutte inutili pretese se non sono accompagnate dalla purezza del cuore.
          Sono tutte cose significative ma accessorie, che in gran parte si possono far risalire ad un unico precetto principale, uno dei dieci comandamenti (e quelli son pur sempre precedenti a Cristo), o delle opere di misericordia (che erano formulate in altro modo, ma già esistevano).
          Naturalmente per un ebreo ortodosso col cavolo che sono “accessorie”… mi tirerebbe una pigna in testa! E io me la prenderei e starei zitta, ma solo perché adoro gli ebrei! (Eh sì, son passata anche da quelle parti prima di diventare cristiana 😁 Non ti dico il patema a rinunciare ai molluschi).

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      2. «perché la verità a fondamento di tutto è una: o è tale e dunque non muta col tempo e con la cultura, appunto, oppure non è affatto una verità»…
        Entrando in questa conversazione in modo estremamente indocile e fastidioso, in accordo anche a questa immagine che spero riuscirai a vedere: https://www.facebook.com/photo?fbid=2397623706935843&set=a.1480707255294164, mi sa che userò questa affermazione per prendere i giro, impietosamente ma affettuosamente, molti credenti!

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        1. Aaaah, beh, a corredo delle tue incursioni ci starebbe proprio bene, per smorzare l’effetto 😉
          Ma se pensi di perculare un credente con un’affermazione per lui ovvia e sacrosanta (ed ovvia e sacrosanta in diritto di ragione, non di dogma), stai fresco… come un cocco bello sulla spiaggia!!

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  6. Secondo me l’omosessualità non esiste, esistono le persone con le loro (anche transitorie) preferenze. Il messaggio di Gesù è amore verso gli altri umani, ed è esortazione a metterlo in pratica. Secondo me dell’omosessualità si parla e si scrive troppo, ma l’errore è alla radice: l’invenzione di una parola. Parola che evoca riprovazione oppure orgoglio. Siamo creature umane, il resto son castelli di parole.

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    1. Sì, ma dov’è la differenza tra essere omosessuali ed essere “persone con una preferenza”, più o meno stabile che sia?
      Sarà perché per me usare un certo termine non vuol dire etichettare, né tantomeno ridurre la complessità di una persona ad un’unica sua caratteristica (come insistono tanti cattolici che nell’affermazione di un dato di realtà già vedono una rivendicazione…), ma onestamente fatico a comprendere questo punto di vista.

      Certamente, comunque, farsi i castelli in aria è una delle attività preferite dell’animale uomo.

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