Parliamo di donne

Luca, Stefano, Lorenzo.
Sono stati tre, fatto salvo che altri lo sarebbero potuti diventare in circostanze differenti, gli uomini che hanno significato di più per me, che sono stati importanti. E ovviamente, di cui sono stata innamorata, e pure a lungo.
E’ piuttosto facile individuarli, perché nessuno di coloro che son seguiti mi ha offerto altrettanto.
Mi sono però anche chiesta quali siano state invece le donne importanti, a livello romantico e non amicale, quali mi abbiano attratto per un periodo e con un’intensità non effimeri.
Tralasciandone due che, nello stesso arco di tempo, mi hanno interessata molto (ma più sul piano intellettuale che istintuale), ne posso contare altre due che hanno scavato un segno ben profondo in me – ma ad esse preferisco cambiare i nomi: saranno, qui, Eva e Dalida.

Eva la conosco sin da quando ero bambina (e lei era, invece, alle soglie dell’adolescenza).
Vivevamo nello stesso quartiere, seppure non troppo vicine, e naturalmente non frequentavamo gli stessi gruppi di conoscenze data la differente età, ma mi capitava abbastanza spesso d’incontrarla in giro.
Ho sempre saputo di interessarle. Non saprei dire di preciso in che modo, almeno non allora (più tardi, penso di non essermi sbagliata nel vederci anche un interesse erotico-sentimentale), ma era chiaro se non altro che in qualche maniera la affascinavo.
E, naturalmente, a maggior ragione lei (più grande, mezza slava, ambigua come una sirena e solo lievemente mascolina, non abbastanza da respingermi) affascinava me.
Crescendo l’ho persa di vista, l’ho incrociata raramente ma, ogni volta, conservando quelle antiche sensazioni.

Dalida, invece, mi ha coinvolta di più dal punto di vista fisico ma, al tempo stesso, la mia brevissima esperienza con lei è stata anche molto più razionalizzata da parte mia.
E’ uno di quei casi in cui posso dire che la mia attrazione era determinata (… è determinata) da qualità – bellezza, morbidezza, femminilità, risolutezza – per le quali vedevo, vedo in lei tratti della donna che vorrei essere e non sono, né mai sono stata.
Ovviamente ciò non significa che la idealizzassi: riconoscevo benissimo i suoi difetti, per esempio nel suo carattere spigoloso e diffidente, e certo non ho mai fantasticato di una persona inesistente a discapito della persona reale. Tuttavia, alla lunga nonostante la forza di attrazione sia scemata di ben poco, e solo per la lontananza, ho potuto cogliere distintamente questo sostrato problematico: quella che speravo di conquistare non era e non è una specifica donna come possibile partner, ma il concetto stesso di donna, una parte di me stessa che è centrale, fondamentale, ma non ho mai potuto adeguatamente fare mia.
Sic est.
Chiaro oppure no che mi fosse allora, la mera possibilità di non esserle indifferente, o peggio sgradita, mi esaltava: così, anche se il suo è stato un generoso tentativo che ha subito evidenziato la sua (buon per lei!) innegabile eterosessualità, l’avermi dato sufficiente credito chiedendosi se mai potesse nascere qualcosa di sensato da una situazione così improbabile – e l’avermi “concesso” un bacio – mi avevano garantito, per un momento, una stima di me stessa come potenziale compagna ed una sensazione di padronanza nelle relazioni per me rare.
Solo illusioni, ma ci sono state e se ci penso le posso rievocare intatte: fossi stata meno solitaria ed introversa, avessi avuto una “vita mondana” appena più estesa, ne avrei fatto probabilmente, in breve, una droga. Pur non essendo nel mio stile posso pertanto capire, a grandi linee, cosa prova un gay assetato di sesso (di riscontro, controprova del proprio valore, approvazione) quando esce per locali in “battuta di caccia”… e a buon intenditore, pochi puntini sulle i.



ce n’è voluto per scacciare i fantasmi.

spiriti di incertezza e inadeguatezza, di fallimento,
che avrei teoricamente debellato tempo fa.

ma se ne sono andati da soli poi…
passata l’affezione ai dybbuk, riecco le ninfe.
essere invasa è sempre un devastante privilegio.
con mano forte ed aggraziata la prima ninfa afferra e strazia i tuoi occhi: non riflettono alcuna luna di latte, non parlano, nè guardano soltanto me. così posso vedere uno scorcio di te, finalmente, senza sovrastrutture poetiche, la nuda carne e te.
la seconda ninfa, che nella notte si muove in me quasi contorcendomi e rievocando la scompostezza con cui ti ho baciata. torce il mio corpo, inquieta la mente, di nuovo e ancora e di nuovo, ma fino alla spossatezza che lascia saziati e dolcemente persi.
una terza ninfa, creatura solo riflessa nel vetro freddo del parabrezza, appoggia la sua mano e scappa, allontanando anche te. mi ancheggia davanti, nell’ombra e sulla strada,
in ritmo di blues.

scappa.
una bella serata che si allunga nel tempo, senza perdere sapore.
corro anch’io, nella notte, ma non inseguo nulla.
ti ho già qua.

[2006]