Omo .6: Boy erased, Garrard Conley

La narrazione è fluida, non ho trovato quel continuo impaccio e quell’incertezza data dall’alternare due periodi temporali diversi di cui alcuni hanno parlato.
Ma inizio a scriverne ad appena quota cento pagine, per non perdere lo slancio, e dunque la cosa potrebbe cambiare più avanti.

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Do it the American way

Sempre dall’alba delle cento pagine, mi sento di mettere in chiaro una cosa: è fin troppo facile condannare il programma di Love in Action, di rieducazione forzata, nel quale l’autore s’è inserito. Per sua scelta, ma una scelta condizionata da quell’ambiente estremista, quando non fanatico, della Bible Belt: una mescola di polvere da sparo protestante, che va dai carismatici alle varie forme di battismo (Conley è nato in una famiglia affiliata al battismo missionario) passando per il congregazionalismo e gli episcopali.
Una chiesa di maniaci, nel senso clinico del termine; una fede superficiale per abitudine indotta; una famiglia disfunzionale con una struttura che, manco a farlo apposta, potrebbe (sottolineo il condizionale) ben adattarsi a quella indagata dalla psicoanalisi della terapia riparativa.
Non è certo stupefacente che un quadro di vita simile si incontri con “guaritori” invasati ed incompetenti, in un tripudio di concezione perfettamente americana.
Se la salvezza dipende dal tuo successo, e per converso qualsiasi segno di debolezza sociale è automaticamente interpretato come sintomo di peccato.
Se il tuo retroterra è quello dei predicatori televisivi, e di un padre che al mattino scorre le notizie su internet per trovare segni dell’Apocalisse imminente in ogni banale scossa di terremoto o inondazione, con fiducia degna del migliore accrocco millenarista. (Sì, l’Apocalisse verrà e ci saranno, anzi ci sono da un pezzo, dei segni, ma un pochetto più significativi della talpa nel nostro orticello, please).
Se sei in bilico e con ancora la possibilità, viva e pulsante, di interrogarti su te stesso, indagarti, scoprirti a fondo, ma ogni domanda viene strangolata sul nascere e ogni possibilità di crescita inibita perché abiti in un mondo fatto di treni che viaggiano su binari prestabiliti.
Embé: grazie al cazzo, e scusate il francese, che sei finito in un giro di criminali che di un tema delicato, l’omosessualità, e una scelta più che legittima ancorché avversata ma da gestire con la massima cura, la terapia riparativa, fanno un inferno a mezza strada tra la pretesa manageriale di cambiare qualsiasi aspetto della realtà con la sola volontà – che non è il libero arbitrio, la libertà morale, ma solo l’ennesima manifestazione di volontà di potenza tutta umana! -, e l’intransigenza settaria di rifondare gli uomini non a immagine e somiglianza di Dio, ma a propria immagine! E siccome non sono soddisfatta, ci metto ancora altri tre punti esclamativi!!!
La sfiga, proprio. Preciso che parliamo del 2004 – la storia è poi stata pubblicata nel 2016.
E in quel 2004 chi era tanto voga, e, Santa Madre, lo è ancor oggi?

Billy Graham e i suoi fratelli

Nella zuppa protestante, una buona dose è rappresentata dalla spiritualità evangelica. Che non mi provo nemmeno a descrivere: troppe diramazioni, troppe sigle, troppe chiese, troppo tutto. E non avendola mai non dico frequentata, ma neppure bazzicata, mi astengo da un’operazione improponibile, per la quale non sono ad acta. Tanto più che, giustamente, gli evangelici sono suscettibili in merito: quante volte i media chiamano “sacerdote” quello che è invece un pastore? La newsletter di Evangelici.net, che ogni tanto cito e cui sono fedele da un anno, li becca sempre sul fatto.
Ebbene, proprio attraverso questa newsletter ho imparato primariamente a familiarizzare con un nome di peso della fede evangelica americana: Billy Graham, che è stato sino alla sua morte, un paio d’anni fa, pastore e confidente di diversi presidenti repubblicani. Una settimana sì ed una no, fa la sua comparsata in un trafiletto dedicato a dichiarazioni pubbliche di fede e conversioni eccellenti (occhéi, esagero, ma comunque spesso e volentieri in America se ne parla).
Ancora più spesso viene citata la Hillsong Church, che pare convertire star musicali a spron battuto: ultime conquiste, Justin Bieber e Kanye West. Entrambi hanno prodotto il loro ultimo album ispirati dalla luce della Grazia (che, fuor di ironia, mi auguro abbiano ricevuto realmente: non sta a me stabilire se credano davvero, ma un tantinello di prudenza quando rivelazioni eclatanti incontrano lo star-system è d’uopo).
E insomma: chi mi ritrovo citato proprio come punto di riferimento della famiglia di Conley? Esatto: Billy Graham. Non depone troppo bene per Billy, ‘sta cosa.

Tirando le somme

Ribadisco: Conley, in questo memoir, dimostra d’avere un sacco d’idee, diverse fra loro, e tutte molto, molto confuse (ad eccezione di quando tratteggia lo “spirito” di alcune delle tante denominazioni con una sola, breve pennellata, cogliendone l’essenza: lì ho applaudito). Afferma di possedere una “razionalità ostinata”, e lo conferma in ciò che racconta: tuttavia, la impiega assai male.
E la matassa di stupidaggini (scusate, per me lo sono!) che riesce a disporre nella narrazione, a chi viene affidata? A un branco d’imbecilli scelti a caso (giuro), privi di titoli, ed altrettanto fuorviati, che trasformano la terapia riparativa in un magheggio da Scientology. Dov’è il mio fucile caricato a sale, dannazione?
[Voglio appunto fare una ricerchina, che dovrà necessariamente essere in lingua inglese, sui metodi di LIA. Il parallelo che ho fatto con Scientology non è casuale, purtroppo, le affinità sono evidenti].
Una scelta che non appare affatto  inevitabile, anche se per una serie di concatenazioni  d’eventi finisce per non stupire nessuno. Conley è rimasto in un programma breve, diciamo “esplorativo”, di Love in Action per due settimane, senza esservi stato spinto specificatamente (avrebbe avuto diversi modi per mettere ordine in se stesso e fronteggiare il dissenso, che pare non essersi mai tramutato in aperta ostilità, della famiglia) ma più a causa di una sua deriva personale. Della mancanza di iniziativa, soprattutto – spiace dirlo: non vuole essere un processo all’autore, che certo ha attraversato momenti difficili (fra i quali alcuni mesi di colloqui settimanali con uno psicologo affiliato, per valutare il suo inserimento), ma insomma: definirsi “un sopravvissuto” (risvolto di copertina), come se il suo grande travaglio fosse consistito nelle due settimane di cazzeggio nel gruppo LIA, è pretestuoso.
E’ l’insieme di piccoli e grandi strappi alla quotidianità consolidata che, spalmato nell’arco di circa un anno, va a creare una lacerazione importante in lui, tanto che al termine parla di trauma. Ed è un peccato che, pur con tanta dovizia di particolari, non abbia particolarmente approfondito le reazioni dei genitori – presenti, ma che suscitano l’ulteriore curiosità del lettore piuttosto che entrare nel merito.
Ecco, trovo che questa sia stata un po’ un’occasione sprecata di mostrare meglio un tipo di tessuto culturale e sociale che ti conduce a piccoli passi, e per piccole omissioni, al disastro. Opinione mia, rafforzata dal divario tra ciò che il battage pubblicitario ha spinto (LIA) e ciò che merita più attenzione (il contesto); ma tant’è. Penso dipenda anche da una certa ritrosia dell’autore, che si è esposto molto, ma in uno stile “velato”, sempre un passo indietro rispetto alle vicende: il che va benissimo, ma lascia spiazzati.

Per contro, il libro è ben scritto ed ha un buon ritmo, si lascia scorrere velocemente.
Nonostante l’argomento pesante, l’ho quasi divorato proprio perché è innanzitutto una storia di vita personalissima, in cui molti potranno riconoscersi a grandi linee ma che rimane anche difficilmente emblematica nella sua singolarità.
C’è una bella vena poetica in Conley, e considerato che questa è la sua opera prima, ci si può aspettare anche di meglio in futuro.
Ho adorato la manifattura dell’oggetto, molto morbido e maneggevole ma “pieno”, di un certo peso; e con colori e rifiniture da rivista – ho messo in lista un altro paio di libri dell’editore Black Coffee 😉
A questo punto mi interessa scoprire cosa han tratto da una storia simile per farne un film: per qualche ragione, ci vedo molto bene Russell Crowe nel ruolo del padre, mentre non sono del tutto convinta della Kidman… purché abbiano mantenuto un po’ del carattere giovanile del testo.



Nelle puntate precedenti:

> Omo .1: Brokeback Mountain, Ang Lee
> Omo .2: Il compleanno, Marco Filiberti
> Omo .3: Commentino su Guadagnino
> Omo .4: Nicolosi e contro Nicolosi
> Omo .5: L’identità ferita, Andrew Comiskey

20 pensieri riguardo “Omo .6: Boy erased, Garrard Conley

    1. Ahah, lo scorso anno effettivamente è stato bello pienotto (sono arrivata a quota 132), ma il 20 20 sarà diverso. Infatti non ho ancora letto una mazza, se non una decina di paginette una sera…

      … io sto bene, ho ripreso un minimo di ritmo e di voglia di fare! 🙂
      Tu, piuttosto, ultimamente latiti… incastrato al lavoro (che non so ancora qual è)?

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      1. Sei una fucina di pensieri. Per questo mi piace parlarti. E so che leggi tanto. Anche di nascosto. Come i drogati quando vanno in astinenza. 😂

        Spero tu abbia ripreso soprattutto la voglia di fare. E che la malattia ti stia dando tregua. Ultimamente latito. Vero. Il lavoro mi frega. Ma tu sai benissimo cosa faccio. Te lo dissi tempo fa. 😜

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        1. Nuuuoooo non mi dire così, io sono rimasta che mi facevi delle allusioni ed io brancolavo nel buio attorno alla soluzione… poi mi facevi capire che uno dei miei tentativi era più azzeccato di altri… ostrega, mi sa che mi son persa un pezzo per strada (lo ritroverò nello scatolone del presepe l’anno prossimo).

          La voglia di fare oggi c’era a pacchi, ho fatto un mucchio di cose – ma adesso, appena suona l’ennesimo timer di mezz’ora, parte (e pure in ritardo rispetto allo standard) la mia serata scialla, ovviamente con la finale di Masterchef e qualcosa di sfizioso da magna’.
          Spero di non addormentarmi sul divano a bocca aperta, sono un tantino stanca 😆

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        2. Dai te l’ho detto. Non hai prestato attenzione! Sono uno dei più bei Vigili del Fuoco d’Italia! Ed ovviamente il più modesto! 🤣🤣🤣
          Scherzi a parte, non era giovedì Masterchef? 🤔
          Ma sicuramente sarai crollata con le patatine accanto e la schiumetta alla bocca! 🤣

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        3. Era, ma da qualche settimana l’hanno spostato.
          Ora del resto è finito… ho retto con gli occhi semi-aperti solo perché c’era tanta roba goduriosa di cui fantasticare! Casi da acquolina regolamentare 🙂

          Oh! Ma sai che non sono sicura che me l’avessi confermato? Ma che bello, sei un vigilant… un vigile! Anzi, un Vigile, ‘ché la maiuscola è importante (le dimensioni contano)! 😀

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  1. Ci hanno fatto un film? Hai fatto bene ad avvisarci. Questa storia della terapia riparativa mi pare una cosa fantascientifica, tipo Andromeda o giù di lì, anche perché di solito si ripara qualcosa che è rotto o non funziona bene, non che funziona in un modo diverso. Però come dire, se uno si sente rotto può anche tentare di farsi aggiustare, a me pare che rischi di rompersi ancora di più ma contento (si fa per dire) lui/lei…

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    1. Sì, nel 2018 – io non l’ho visto, ma trovi la scheda qui:
      https://www.mymovies.it/film/2018/boy-erased/
      Sul riparare ciò che non è rotto, so che hai letto anche i post precedenti e dunque capirai che per molti la rottura, o per meglio dire la stortura, c’è eccome 😉 E la riprova è nel fatto che curandola (pensalo non tanto come un “aggiustandola”, ma più come un “prendendosene cura”) si sta meglio, sotto diversi profili.

      Ad ogni modo, qui il danno è innegabile, e non ha tanto a che fare con la terapia quanto con una lettura deviata di… tutto quanto: religione, psicanalisi (la riparativa è di base psicanalitica e non psicologica), comunità sociale… un vero macello.
      Eppure, se ci pensi, Scientology – che ha altre convinzioni, certo, ma alla fine fa lo stesso sporco lavoro – esercita sui propri adepti una forzatura ed un’oppressione di identico tipo.
      Sarò prevenuta, eh, s’intende che tutto questo marcio sta ovunque Italia compresa, ma penso che gli Stati Uniti per la loro forma mentis (protestante, individualistica, rampante) siano un terreno particolarmente fertile per le sette.

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  2. Non ho letto il libro. Da quello che scrivi sicuramente “la sfiga, proprio” ci sta tutta con tre punti esclamativi!!! Per mia esperienza personale potrei provare a spezzare una lancia a favore di Conley, riportando che non è facile approfondire le reazioni dei genitori mettendole nero su bianco in un’analisi razionale fatta da un figlio che le ha subite. E’ una grande “sfida”, anche perchè quelle parole pubblicate diventano come immutabili. Ripeto, non ho letto il libro quindi magari il mio commento lascia proprio il tempo che trova. Una curiosità: da dove nasce il tuo interesse per questo tema?

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    1. Sicuramente. Tutto il libro è pervaso come da un “alone”, come se scrivesse ancora sotto effetto del trauma (le vicende, però, sono avvenute nove anni prima). Può darsi che Conley si sia comunque sentito addosso, durante la stesura, gli occhi di svariate persone. Ma vien quasi da pensare che, invece, non sia una questione di pudore o di timore (i riferimenti sono espliciti, non si tra indietro su nulla) quanto piuttosto che non riesca a rivivere alcune esperienze, quelle meno legate alla famiglia, se non in modo “robotico”. Il che è un tratto di per sé angosciante.

      Il mio interesse? Uh, beh. Se escludiamo i moventi ovvi, cioè che sono bisessuale e cattolica (e dunque parte in causa da ambo le parti), direi che senz’altro mi affascina tutto ciò che ha a che fare con l’ambivalenza – transizione – metamorfosi identitaria, non solo sessuale (il teatro, il doppio, la maschera, il travestimento…).
      E da un altro lato mi incuriosiscono certi sistemi sociali – in questo caso settari -, soprattutto religiosi, chiusi e particolari. Li avrei studiati certamente meglio se mi fossi iscritta ad Antropologia come avevo meditato di fare, ma poi non è andata così e quindi m’arrangio alla buona 😉

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      1. Non mi sembra che ti arrangi male. Sono molto ignorante, ma le tue analisi non risultano mai banali. Mi regalano vari spunti di riflessione.
        Anch’io sono bi, sono cresciuta in una famiglia cattolica, ma poi ho scelto di distanziarmi dalla religione. Conoscermi crescendo non è stato un percorso lineare, ma con il tempo ho iniziato a prendere le definizioni con le “pinze”. Della serie: non siamo tutti uguali, io sono io 😁 Penso che le definizioni siano certamente utili, ma la realtà resti complessa e varia. Buona giornata!

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        1. Mi fa piacere: do il mio contributo 🙂
          No, non siamo tutti uguali. Cristo predicava la Legge, ma parlava anche con le persone a tu per tu. Posso dire che è “il mio Signore” perché è proprio mio, perché so di essere un io preciso e non confondibile con chiunque altro a cui Lui parla.
          E comunque Gli ho fatto durar fatica lo stesso, per farmi andar bene le cose così come sono: riconoscermi in qualcosa pienamente è un’impresa, da brava ribelle / eclettica / puntigliosa dire che “appartengo” a questo o quello – punto e basta, senza patemi – non fa per me. Basta un dettagliuzzo e sento già il bisogno di distanziarmi 😆
          Buon weekend 😉

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