Film .31: The Place, Paolo Genovese

 

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Un uomo siede ogni giorno, per l’intero giorno, al tavolino di un bar.
Ascolta le persone che vanno a chiedergli aiuto, prende appunti su quello che si potrebbe chiamare un libro mastro, e poi garantisce loro che il desiderio che hanno nel cuore si realizzerà  – se metteranno in atto ciò che lui indicherà.
Azioni a volte positive ma poco comprensibili (difendere una bambina: ma da chi o da cosa?), a volte difficili (dire al proprio padre, sinceramente, che gli si vuole bene quando l’ostilità quel bene lo sovrasta), più spesso controverse o decisamente negative (uccidere, stuprare, dividere, tradire).
Tutti gli otto protagonisti combattono, sospesi tra la volontà di concretizzare il loro intimo e forte desiderio e le proprie resistenze rispetto alle azioni deliberate, e per ognuno discutibili o spiacevoli, che dovrebbero compiere. E che sanno essere efficaci, perché quella dell’uomo al tavolo è un’attività nota e rinomata.

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Tra la giovane ragazza che vuole diventare bella (come se non lo fosse), la suora che ha perso la fede, l’anziana signora amareggiata dall’Alzheimer del marito, ed altre situazioni di vita piuttosto comuni; non ho mai avuto la sensazione che le vicende fossero banali, né mi ha annoiata l’andirivieni – perché il luogo è sempre il medesimo, per un’ora e quaranta.
C’è chi ha fatto il paragone col teatro, per questo, ma io dissento: non è questione di utilizzare un singolo ambiente per le riprese o di impostare la sceneggiatura su un continuo scambio verbale uno a uno, questo non basta a farne una rappresentazione di stampo teatrale. E nemmeno gli stacchi al nero di pochi secondi mi fanno venire in mente la chiusura e riapertura di un sipario. La dinamicità resta quella del cinema, a mio avviso, e se l’impalcatura regge non è perché stiamo vedendo un semplice dialogo filmato, ma perché le questioni (rap)presentate dall’anziana, dalla suora, dallo scapestrato, dal meccanico, dal padre e via dicendo sono rese così bene da sovrapporsi alle nostre senza lasciar avvertire il filtro della sceneggiatura.

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C’è un aspetto della storia che, in particolare, attrae; e cioè l’identità, la natura e le intenzioni dell’uomo seduto al tavolo, del “realizzatore di desideri”.
Chi dice il diavolo (moltissimi), chi – compresa Angela, la barista interpretata dalla Ferilli – avanza l’ipotesi dello psicologo che vuole mettere a proprio agio i pazienti parlando con loro fuori dallo studio.
Io ho detto la mia dopo il primo quarto d’ora di visione, ed ora vado a confermarla (o smentirla) e motivare il perché. Ma prima di farlo, mi duole avvertire che da qui in avanti dovrò inevitabilmente fare

spoiler

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e dunque dicevo…
… per me questo personaggio, che distribuisce compiti gravosi a gente qualunque pronta un po’ a tutto – almeno fino a prova contraria – per ottenere un risultato agognato, non ha nulla a che vedere col diavolo o affini ma, al contrario, è palesemente una… incarnazione? raffigurazione? esemplificazione? di Dio. O meglio ancora, di Cristo.
La faccio breve (davvero), poi casomai se qualcuno di voi l’ha visto e vuole aggiungere la sua lo può (e deve!) fare.

  • tutti i “clienti” dell’uomo al tavolo si disperano per la propria sorte, si lamentano dei compiti loro assegnati, tentano di svicolare e se qualcosa va storto – o se evitano l’azione e per logica conseguenza perdono il loro “premio” – addossano la colpa a lui.
    Manco a dirlo, l’uomo si becca una valanga di critiche e di reazioni rabbiose.
    Ma, come fa notare, non è lui a scegliere, né a spingere le persone che si presentano (di loro spontanea volontà) a fare alcunché. Non solo perché non esercita alcuna pressione, ma anche – e questo è meno immediato, ma è chiaro – perché non è lui a incastrare eventi e vite nell’intreccio che lega un cliente all’altro, non è lui a dipingere la tela così com’è: al massimo, ha predisposto la cornice.
    Il resto è tutta materia nostra.
    Il film ribalta la consueta prospettiva “cieca” che possediamo e ci pone dietro le quinte del caso e della Provvidenza, perché possiamo giudicare che ogni cosa è interconnessa, e che però il telaio che annoda una storia all’altra è in mano nostra, ed esclusivamente nostra. Sia che chiediamo, sia che accettiamo la “proposta” dell’uomo (e cioè, esposti alla tentazione, vi cediamo), sia che rifiutiamo (scoprendo, forse, altre vie di salvezza).
    The Place racconta cosa siano il libero arbitrio e la responsabilità inchiodando le obiezioni teoriche e le fumisterie. Kasabake, eventualmente, potrà dire di più sulla serie che l’ha ispirato; ma il concetto è questo.
    .
  • Il film, con le sue alternanze tra individui ed oscillazioni tra convinzione, senso di colpa anticipato, ripensamento e ricaduta, non è altro che una preghiera (in senso stretto) lunga 1 ora e 40′.
    .
  • L’uomo al tavolo, che nei titoli di coda compare come “L’Uomo”, e che uno dei personaggi si convince sia un “tramite”, è esattamente questo:
    l’Uomo per eccellenza, ossia Cristo – Ecce Homo.
    Il tramite tra il Padre ed i figli, che come sostiene Angela “si porta il carico dei mali del mondo”. E passa le giornate a districarli.
    Colui che non ha volto (quello di Mastandrea, certo, ma la domanda ricorrente è: chi sei tu? … e la riposta è lasciata al “cliente”: Voi chi dite che io sia?), e non ha nome, o se l’ha, è ineffabile.
    In fin dei conti, vien da pensare presto, “un povero cristo”, stanco e abbattuto, ma che seguita nel proprio “lavoro”. Appunto. Almeno finché, al termine, Angela non gli reca sollievo avocando a sé il suo incarico – o almeno una parte, possiamo immaginare. Angela, donna semplice, gioiosa anche se ferita, che si dedica al sollievo dell’Uomo e degli uomini di cui lui ha cura; senza per altro assumere mai una benché minima veste erotica o sentimentale. Un evidente emblema mariano.

fine spoiler

E insomma, questo è.
Cinque stelle secche ★★★★★
Dritto fra i migliori del nuovo anno.

32 pensieri riguardo “Film .31: The Place, Paolo Genovese

  1. Io l’ho adorato, pur essendo cosciente fosse una fotocopia (come racconto qui): riuscire a migliorare l’originale non era facile, eppure il regista-autore c’è riuscito.
    Non amo Mastandrea perché troppo spesso invece di recitare “fa il romano”, o bofonchia o mille altre cose che non mi piacciono: qui m’ha stupito e inchiodato, non riuscivo a distogliere lo sguardo. Perché non recita così in tutti i suoi film????
    Mi è piaciuta tantissimo la tua interpretazione dell’Uomo-Gesù (Ecce Homo), e la storia punta tantissimo sul libero arbitrio: tutti i personaggi accusano l’uomo ma è tutta una loro scelta e lui l’ha messo sempre bene in chiaro.
    Spero che Genovese continui a fotocopiare così alla grande ^_^

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    1. Ahah, ma è fantastico! Fotocopiare è bene, purché sia fatto entro i margini e col corretto contrasto 😀
      Il primo film di Mastandrea che mi viene sempre alla mente, quando lo si cita, è Gli equilibristi, per il quale stravedo. Francamente non ricordo se lì esternasse una particolare co(a)ttitudine, ma del resto io per queste cose sono negata: non le noto proprio… 🤔
      Diciamo che ‘sti clienti sono un po’ cagacazzo, ecco. Un po’ come i signori cittadini che vanno a richiedere la sacrosanta nettezza urbana, e a far cagnara se non passa, ma quando gli spieghi che per fare la raccolta tocca assumere spazzini, e pagarli, si scandalizzano e dicono che il Comune è cattivo perché impone la TARI.
      Vabbeh, esempio molto rozzo ma fila, dài 😁

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    1. Ahah, mi spiace metterti alla prova 😀
      Se fossi come me, non ti cambierebbe più di tanto conoscere i dettagli. Io di solito leggo di tutto e di più anche prima di vedermeli, a meno che proprio non siano gialli o simili…
      … ecco, più che di spoiler sulla storia – non c’è molto da “rivelare” – il mio è sulla natura di questo fantomatico tizio.
      Ma anche facendosi un’idea di questo, il gusto di seguire le scelte dei personaggi che si rivolgono a lui non cambia – secondo me.
      Comunque fino a “spoiler” puoi leggere 😀 😀 😀

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        1. Alla fine sono riuscito a vederlo, stasera. E poi sono tornato qui a rileggere il tuo articolo. e condivido la tua interpretazione.
          Anzi, la allargo. Dio? Satana? Fa differenza? Gli uomini che adempiono all’incarico nefasto forse vendono la loro anima al Diavolo (simboleggiato dal bruciare il foglietto)? Quelli che scelgono il bene, invece, si salvano dalla dannazione?
          Ah non lo so.
          Comunque, molto bello.

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        2. Mi fa piacere ti sia piaciuto 🙂
          Beh, certamente che sia Dio oppure Satana la differenza la fa soltanto se noi ne siamo coscienti. Altrimenti, una prova è una prova, e possiamo contare solo su un buon discernimento per superarla indenni.
          Presto, una nuova carrettata di film del mese 😉

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  2. So che ami la verità, cara Jest, anche quando essa può essere sgradevole ed è quindi solo per questo motivo e per rispetto della tua intelligenza che, malgrado me ne potrei benissimo stare zitto, voglio purtroppo ribadire la mia personale bassissima valutazione del film in questione.

    Tra l’altro, ad aggravare la questione, la tua recensione diventa davvero affascinante (e lo diventa assai, con un parallelismo splendido) proprio nel momento in cui ti rivolgi esclusivamente a coloro che il film lo hanno già visto, giacché tutte le tue considerazioni ed i tuoi richiami alla figura del Cristo sono poste dopo l’avviso dello spoiler ed uno che non ha visto il film, ma magari è in cerca di un consiglio di visione, se mai decidesse di proseguire la lettura, si vedrebbe ucciderebbe la sorpresa.

    Questo ci porta al vero problema ovvero la totale ed assoluta mancanza di originalità e quindi di merito da parte di Genovese, che ha fatto una fotocopia di una storia scritta e realizzata da altri: insomma, non è possibile parlare per questo film del merito per una storia che in buona parte è stata copiata in modo quasi pedissequo e che pardassolamente, quando si allontana dall’originale, con le sue variazioni e le sue aggiounte, lo fa in un modo così sensazionalistico e strappalacarime che rende tali variazioni a mio avviso troppo artificose e teatrali.

    Dato per assodato, quindi, che Genovese non ha inventato assolutamente nulla del meccanismo che tiene lo spettatore in attesa della rivelazione (così come per le questioni morali che il plot solleva), l’unico merito che potrebbe avere non è nello storytelling ma nella messa in scena, che può contare in questo caso su una recitazione davvero straordinaria da parte di Valerio Mastandrea, che normalmente non è un attore eccelso (non ha la variazione di registri di un Accorsi, la profondità caratteriale di un Marinelli, il carisma e la poliedricità di un Servillo, l’internazionalità di un Favino), preferendo usare costantemente una sorta di minimalismo da borgataro romano, ma che in questo film è impeccabile, probabilmente la cosa migliore del film.

    In conclusione io penso che tutte le considerazioni sulla figura del personaggio principale dovrebbero essere spostate alla serie televisiva originale e non al film di Genovese, perché discutere dei valori e dei significati di quest’ultimo sarebbe come parlare dell’innovazione artistica di una copia di un quadro di avanguardia, laddove l’artista vero non è il falsario, ma colui che è stato copiato.

    Perdonami se puoi la scomoda franchezza.

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    1. Ma vedi che non c’è nulla di tragico nel distanziarci su questo film 😉
      Vedo la franchezza, ma non mi pare sia scomoda.
      Sicuramente se me lo chiedessero lo consiglierei (in maniera indiretta, l’averlo recensito positivamente già lo sottintende), ed è anche vero che, non conoscendo io la fonte che tu e Lucius citate (lui, con la tua stessa base pregressa, ha trovato The Place valido), manco di un tassello fondamentale e cado nell’errore di considerare originale ciò che non lo è, o lo è marginalmente.
      E’ sufficiente quest’informazione che mi date per correggere il giudizio (sull’originalità, appunto).
      Va aggiunto che questo particolare fattore, nel mio caso e credo in quello della maggioranza degli spettatori, al di là della nozione teorica cambia poco o nulla: nel senso che, una volta attribuiti i legittimi crediti, ciò di cui usufruiamo e ci che ci godiamo resta pur sempre il film di Genovese.
      Circostanziarne la genesi è importante per un verso, ma indifferente per altri: chi l’avrà apprezzato, semplicemente, potrà farlo con maggior ragion veduta; in primis per avergli permesso di conoscere un prodotto / concetto altrimenti lontano.
      E’ un po’ come sostenere che La Sirenetta disneyana è fantastica (prendo una storia a caso): al netto di tutte le giuste distinzioni ed attribuzioni di merito, anche strettamente di qualità; io so che la figura della sirenetta nasce altrove, da un autore differente e con uno stile, intento ecc. diversi, ne prendo atto e trovo essenziale che sia una cosa nota. Poi, però, mi tengo stretta Ariel perché è la sua versione che conosco e apprezzo, e/o che mi appartiene, e/o che, sia pure in una sorta di imbarbarimento generale, scelgo e ho l’opportunità di sperimentare.
      Insomma, le nostre non sono tanto opinioni contrastanti, quanto letture di due diversi aspetti dello stesso oggetto.
      Buonanotte! 😴 😘

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      1. Si, dal punto di vista contenutistico posso capire benissimo il tuo discorso ed accetto la considerazione che si può benissimo riflettere (come hai fatto tu nel tuo post dove eviti qualsiasi considerazione sullo specifico filmico ovvero sul linguaggio) sui significati e le valenze di un racconto anche quando questo sia riportato da un altro che non sia il suo creatore: considero questa un’attività intellettuale di grande dignità, assimilabile a quella che si fa raccontando una fiaba o una storia di tradizione orale, dove il significato di ciò che viene trasmesso (quella che nella letteratura romantica di inizio ‘900 era definita la “morale”) contava più della forma con cui veniva raccontata oppure per le grandi storie simboliche, per le storie epiche o tragiche, raccontate e ri-raccontate tante volte, fino al paradosso dello stesso tetro, dove il medesimo testo è messo in scena da anni (a volte, come nel caso di Skaespeare o Moliere, da secoli), ma sempre citando l’autore originale…

        Io parlo sempre da appassionato di cinema, forma artistica corale, dove tra gli autori di un film, oltre al regista ed al produttore, troviamo anche legalmente lo sceneggiatore ed il soggettista ovvero coloro che hanno immaginato l’idea (soggetto) che sta dietro al film e coloro che poi hanno trasformato quell’idea in un testo scandito da diverse scene (sceneggiatura): questo paradossalmente rende un remake (come il film di Genovese) potenzialmente altrettanto dignitoso dal punto di vista artistico del film di cui è esso un rifacimento (in questo caso la fiction di Christopher Kubasik), ma allora cosa cambia?

        Cambia l’approccio dello spettatore (non si può attribuire il merito di un idea a chi non l’ha avuta, che è come dire che Walt Disney aveva avuto bellissime idee per le sue fiabe animate quando invece la sua maestria indiscutibile era nel modo sublime di narrarle) che in quanto consapevole deve avvicinarsi al remake cercando altro che non sia il solo soggetto o la sola storia.

        Per meglio spiegarmi ti porto questo esempio: tempo fa io e Lapinsu discutemmo di una commedia statunitense che lui aveva trovato molto bella ed originale, Delivery Man, del 2013, con Vince Vaughn nei panni di un uomo che da giovane, per raggranellare un po’ di soldi dona il suo sperma ad una clinica ed a distanza di tempo, per una serie di sviste ed errori rocamboleschi, si ritrova padre biologico di 533 figli; il film americano è il remake di un film canadese di due anni prima, con attori ed ambientazione diversi, ma storia identica ed oltretutto scritta e realizzata dallo stesso autore; Lapinsu non sapeva del film originale ed il suo giudizio molto positivo del film statunitense fu scosso e questo perché (considerazione essenziale) ciò che aveva apprezzato di più a suo tempo durante la visione era stata proprio la storia e non lo specifico filmico o l’interpretazione degli attori.

        Discorso opposto (ma in linea) per un film come The Departed di Martin Scorsese del 2006: in questa pellicola lo sceneggiatore bostoniano William Monahan lavora sullo script che era stato creato 4 anni prima da Alan Mak e Felix Chong per il film di Hong Kong Infernal Affairs, di cui The Departed è a tutti gli effetti un remake; ciò che però Scorsese e Monahan fecero non fu semplicemente fotocopiare storia e scene, ma lavorare sull’archetipo dietro la storia ovvero i rapporti assimilabili a quelli filiali e paterni tra il gangster ed il discepolo, tra il capo della polizia e la recluta, immergendoli entrambi in un pozzo sacrificale, trasformando la storia spionistica in una metafora del sacrifico biblico di Abramo pronto ad uccidere suo figlio Isacco e dando al remake una dignità che l’originale nemmeno si sognava di avere; il film di Scorsese non venne mai giudicato per l’arguzia della storia (un mafioso che da bambino diventa poliziotto solo per essere un infiltrato del crimine dormiente nelle forze di polizia ed una giovanissima recluta che diventa mafioso e trascorre anni sotto copertura per sorvegliare il gangster di turno), ma per la trasformazione del testo originale, così come hanno fatto Moffat e Gatiss con la loro ultima fiction di Dracula (su cui ho appena scritto) ed il romanzo di Stoker.

        Io penso che tu, cara Jest, giudicando il soggetto del film di Genovese e le peculiarità del personaggio principale abbia scritto un pezzo di notevole spessore ed intelligenza, lavorando su un parallelismo messianico, coinvolgendo disquisizioni teoretiche e filosofiche di amplissimo respiro sul libero arbitrio e tutto questo non può essere messo in discussione nemmeno dalla mia considerazione sulla presunta mediocrità del cineasta italiano.

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        1. Concordo (anzi: sono d’accordo, locuzione che implica una partecipazione dell’essere oltre che del mero pensare) con ogni singola affermazione da te fatta in questo commento.
          Che per l’appunto esamina la questione del grado di “ispirazione” di un testo qualsiasi, sceneggiatura o romanzo. Nel caso di Genovese la resa e la “traduzione” del soggetto per me è stata più rilevante del suo essere originale o meno; ma in effetti, da istrice che spessissimo rifiuta le trasposizioni cinematografiche di un libro, la questione non è affatto all’acqua di rose… sarebbe interessante piuttosto capire, qui, se la copia è stata dichiarata o meno: Lucius dice che al cinema gli era parso – ma non ne è certo – di aver letto il credit alla serie e ai suoi autori nei titoli, ma poi nel dvd non l’ha ritrovato. E nemmeno io l’ho visto.

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        2. No, no, ci mancherebbe: nei titoli di testa, dopo le animazioni con i loghi della Medusa, della Lotus Production e della Leone Group, appaiono il nome del produttore esecutivo Marco Belardi e subito dopo l’indicazione estesa della serie TV originale, dei suoi autori e persino dei suoi produttori esecutivi… Probabilmente, come accade spesso ahimè nelle edizioni home-video, qualche titolo di testa scompare, ma in quelli cinematografici ci sono tutti i riferimenti.
          Purtroppo invece, cosa a mio avviso non molto corretta, nei titoli di coda, il nome di Paolo Genovese come autore del soggetto e della sceneggiatura è da solo, senza alcuna citazione dell’opera originale e questo potrebbe creare confusione, ma comunque tutti sapevano tutto.

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        3. Meglio così. Ma la sparizione in home video non va mica bene, eh… 🧐 io stessa se non l’avessi saputo da te (e non avessi approfondito, cosa che non si può fare sempre!) avrei inteso che Genovese fosse anche l’unico sceneggiatore.

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        4. Quella delle modifiche ai titoli di testa di un film, nel passaggio dall’edizione cinematografica iniziale (a volte ce n’è più d’una, con diversi titoli di testa in base al paese in cui viene distribuito) a quella in home-video (peraltro a sua volta diversa da quella rilasciata per lo streaming) è una storia di modifiche, equivoci e tradimenti, sul quale è vera autorità in materia il blogger tuo follower Lucius Etruscus del blog Il Zinefilo, assieme al sito Doppiaggi Italioti

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        5. Eh già… e io che, titolazione a parte, da brava ingenua quale sono ho sempre dato per scontato che almeno i titoli su dvd non cambiassero affatto! 😦
          Che gli cambia lasciarli? quante persone li leggono davvero? Pochi secondi di lettura laser forse li dissanguano?
          Vabbeh. Domande senza risposta certa.
          Tanto vale immergersi senza ritorno nel mare horrororum rimestato da Lucius ed Evit. Senza rimpianti per il mondo conosciuto…

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        6. Tanto per rimanere solo parzialmente in tema ma per alleggerire anche il discorso, quando mi divertii a redarre il mio post sulla titolazione dei film italiani (quello che chiamai La Sindrome del Tacchino Selvaggio), mi sono imbattuto nelle miei ricerche persino in film che nel passaggio dal cinema all’home-video avevano cambiato anche il titolo, come nel ciclo horror apocrifo de La Casa…

          Quindi, cara Jest…

          Povera patria
          schiacciata dagli abusi del potere
          Di gente infame
          che non sa cos’è il pudore…

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  3. L’unico film che ho visto in vita mia di Genovese è stato “Sei mai stata sulla luna?” e tra l’altro che fine ha fatto la protagonista, Liz Solari? Non credo, nonostante la tua bella e profonda recensione, che ne vedrò altri. A meno che Liz Solari…

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    1. quello ricordo di averlo visto, ma praticamente niente della storia… mi è rimasta l’impressione di una cosina leggera e dimenticabile, appunto (magari sbaglio).
      in effetti la Solari non l’ho più sentita nominare. E’ anche vero che nel tritacarne massmediatico passano in evidenza sempre gli stessi nomi, noti o gonfiati per esserlo, e tantissimi altri nomi di valore li ignoriamo colpevolmente – ieri sera ho guardato un bel pezzo del salottino charmant (ahahah!) della d’Urso. Ultimamente mi concedo questo piacere perverso. E a proposito di Signori Nessuno che diventano il centro del mondo, specie quando non sono nemmeno presenti, ne ha da dire…!

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        1. La cosa veramente spaventosa è che ho cominciato per caso, perché di giorno ormai le rete generaliste, anche in “alta stagione”, son diventate sciape come non avrei mai immaginato e offrono pochissimo.
          Poi la voglia di distrazione di un attimo si è fatta dipendenza, ed ora sono qui a raccontarlo a voi, amici Urso-Anonimi…

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  4. Un film che ho decisamente amato. Non l’avevo mai osservato da questa angolazione, secondo la tua filosofia, di Mastandrea come Cristo. Molto interessante. A me sembrava più una rappresentazione ideologica di una sorta di Tremotino. Un contratto sul tavolo. Se fai questo avrai ciò che desideri. Come al solito ci apri ad altre angolazioni. Altri punti di vista. Altri scenari. 🙃

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    1. Sì. Del resto, anche se per me è vitale capire chi sia davvero Tizio, i veri protagonisti (come non manca di sottolineare e ribadire il mai così derelitto Mastandrea) siamo noi e le nostre scelte.
      Mi immagino le infinite discussioni dei gruppetti in uscita dal cinema, su cosa sarebbero stati disposti a fare al posto della gente che ci si è seduta, a quel tavolo.
      E’ lo stesso meccanismo di Perfetti sconosciuti, ed è quello il bello… e il terrificante, anche!
      Buongio… pomeriggio, ehm 🙂

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        1. Grazieeeee, yeah! 😎
          Ma… qualcosa non torna. O siete tutti daltonici oppure… non è rosso, è viola! (Vabbeh, sei perdonato in automatico perché sei un maschietto 😋 )
          Ieri addirittura un mio amico ha detto che ero “turchina”… come la fata… in pratica mi ha visto in negativo! 😁
          Ciao, bellezza. Immaginami che sventolo la chioma al sole, possibilmente senza sbattertela sul muso come succede nei film 😀 😘

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