libri (gennaio 2020)

Albert Speer, Una biografia – Joachim Fest

Il degno completamento d’un primo trittico di letture sulla figura di Speer (i suoi diari tenuti nel carcere di Spandau, e le annotazioni che Fest fece durante le sue conversazioni con lui, allo scopo di aiutarlo ad organizzare e rendere pubblicabili le sue memorie).
Fest, oltre all’occhio vigile dello storico, ha davvero la grande capacità di rendere omogenei e leggibili con piacere i fatti, i dati, i racconti; e, inoltre, le sue analisi degli stessi – pur cristalline – non suonano mai come prese di posizione politiche, ma come indagini tenaci sul proprio oggetto di interesse.
Conta un buon numero di pagine, quasi 400, ma scorre egregiamente.
Non sarebbe stato male se avesse ricostruito anche l’infanzia dell’architetto del Reich (del quale dovrò bene recuperare qualche disegno e progetto…), che liquida come “normale” e priva di alcunché che facesse presagire le inclinazioni di Speer adulto (e io dissento su questa conclusione tratta un po’ troppo rapidamente); ma stante la focalizzazione sulle vicende totalitarie, capisco.

Ventotto domande per affrontare il futuro – Theodore Zeldin

Ho letto con curiosità un primo gruppo di capitoli di questo testo di ricerca filosofica, che ormai anni fa avevo adocchiato sugli scaffali di una Feltrinelli locale e m’era rimasto impresso – innanzitutto per la varietà di argomenti toccati, dalla religione alla politica, dalla ricchezza e la povertà ai gap generazionali, passando per il lavoro.
Purtroppo non è stato all’altezza delle aspettative. E questo mi insegna che non tutti i libri a cui guardo con passione, pregustandoli, meritano tanto investimento anticipatorio.
Se fare filosofia significa impostare una proposta di “pensiero differente”, Zeldin effettivamente la offre. Ma se significa seguitare a ripetere lo stesso concetto senza mai svilupparlo davvero, affidandolo a riflessioni vaghe – e talvolta francamente irritanti, come quelle sull’ecumenismo -, ecco, ne faccio anche a meno. Infatti dopo un terzo di libro il resto l’ho letto solo in parte, a brani.

L’incredibile viaggio delle piante – Stefano Mancuso

Volevo leggere Mancuso da un pezzo, ma ancora non m’ero decisa: scoprendo un suo libro che neppure conoscevo attraverso questo post di Luigi Scalise, che ne fornisce delle anticipazioni, ho deciso di buttarmi e l’ho prenotato in biblioteca (per altro, l’ho avuto subito, perché ne abbiamo una copia proprio qui).
Tra una tavola d’atlante e l’altra, dipinte ad acquarello e con foglie in vece di continenti, nomi erboristici e floreali in luogo dei nomi di stati ed oceani a noi noti; il neurobiologo del mondo vegetale raccoglie una serie di brevi, ma affascinanti storie di piante sopravvissute (per esempio all’atomica), fantasiose (per esempio certe palme esplosive), tenaci (i cui semi sono stati capaci di germinare dopo migliaia di anni) e indomite (quelle nate sulle macerie di Chernobyl).
Mancuso utilizza uno stile semplice, alla mano, e si percepisce che non è un espediente divulgativo: emergono tanto le sue competenze quanto la varietà dei suoi interessi, ma anche un’umiltà di fondo non frequente.
Ideale per una lettura leggera, che apra una prima porta su un mondo ancora poco noto.

La straniera – Claudia Durastanti

L’avevo messo in lista perché avevo inteso parlasse di sordità, ma leggendo il relativo post di Nick ho capito che in realtà parla di svariate faccende, e soprattutto che “la straniera” non è la madre in quanto sorda, ma l’autrice stessa – italiana “di ritorno”, accidental American poiché nata colà, e rientrata poi in lucania.
Si tratta del suo quarto libro, diviso in sezioni tematiche come fossero quelle di un oroscopo (l’ultima, infatti, si intitola Di che segno sei?).
Me la sbrigo presto: non mi è piaciuto, e infatti dopo i primi capitoli – sezione Famiglia – l’ho interrotto e mi sono limitata a sfogliarlo, piluccando qua e là per scoprire se più avanti cambiasse. Non cambia. Manca un vero racconto, e l’esito è quasi una fredda elencazione di eventi, di vissuti disposti in un modo che spesso fa perdere il filo, e non arriva a rendere fatti e persone un minimo familiari: dove non c’è immedesimazione, ci dev’essere però almeno un senso di comunanza umana, di compresione che avvicini. In questo libro, tutto è estraneo e poco rilevante, persino quando si dice di disabilità, ribellione alle norme sociali e suicidio.
Effetto difficile da ottenere, e per questo tanto più deludente.

Donne senza figli – Susie Reinhardt

Volevo iniziare la nuova serie tematica e sono partita da quello che mi è sembrato il libro più “generalista” e leggero della mia mini-lista. Ve lo dico subito: se la materia vi interessa, saltatelo direttamente e dirigetevi su altro. Nulla di terribile, e del resto occupa una sera o due al massimo, ma è piuttosto rozzo e si perde in considerazioni a mio avviso assai limitate da parzialità e pregiudizio nei confronti della maternità (oltre a non essere recente: è stato pubblicato nel 2004).
In compenso, avida di testimonianze come sono, ho letto volentieri le brevi analisi che svariate donne tedesche intervistate hanno fatto di sé e delle proprie prospettive e preferenze. L’argomento non è nuovo né sconosciuto, eppure ancor oggi non si può affatto dire assimilato: vale la pena parlarne.

Per una sinistra reazionaria – Bruno Arpaia

Per ammissione dello stesso autore, è più un collage di citazioni commentate che un saggio. E tuttavia fare un collage coerente di pensatori per supportare la tesi che, legandosi al liberalismo ed alla sua sete di progresso e modernità, la sinistra si sia perduta e sia stata vinta, non è un’operazione banale: è come attaccare insetti a una bacheca con le pinzette.
E’ stato curioso – e ben poco divertente – trovare un riscontro alla (non solo) mia convinzione che il Pd abbia sancito definitivamente la deriva, portando un sacco di gente ad affermare che “destra e sinistra non esistono più” (entrambe liquefatte nel mercato assurto a dogma). E’ anche piuttosto evidente, a dire il vero, ma avendo amici che persistono nel votarlo, e più in generale riconoscercisi, nonostante siano di sinistra – e persino cattolici: trovo proprio oggi un post di Berlicche che fa perfettamente pendant -, anche il mio stupore e la ruminazione persistono. La notazione, ancora in nuce, sul Pd Arpaia la faceva qui nel 2007.
Particolarmente riuscito, ed attuale fra gli altri, il capitolo che discute l’abbattimento del concetto di limite, dell’autorità, ecc.; tutti esitati nel contemporaneo imperativo al diritto individuale assoluto, alla negazione della preminenza del bene sociale (in realtà, scrive distinguendolo, comunitario) rispetto al personale, all’intolleranza per il divieto. Cose note, ma piacevoli da sentire giungendo da un (fu) schieramento che ci siamo abituati a considerare perfettamente intercambiabile con il suo antipodo: la sinistra, per l’appunto.

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La cucina della filibusta – Melani Le Bris

Ne ho parlato qui.


I libri non commentati:
Gratis, Fare tutto (o quasi) senza denaro – Massimo Acanfora

15 pensieri riguardo “libri (gennaio 2020)

  1. A questo punto tra tutti i titoli citati mi arrenderei a Speer. Con infinita ammirazione per la vastità di curiosità e interessi e la capacità di affrontare argomenti così diversi. Quello di Arpaia l’avrei evitato per non arrabbiarmi, grazie di aver fatto un riassunto, condivido le considerazioni. Sale sempre una domanda: sarà vero che i meno peggio sono i meno peggio? O sono proprio i peggio? Bisognerebbe chiedere un parere a Mancuso, magari ci illumina.

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    1. La politica del meno peggio la posso comprendere, ma non la digerisco proprio.
      In nessuna situazione, non soltanto al voto.
      Io comunque ancora spero di scoprire cosa induce un sinistro a votare Pd, perché lo sceglie e non per evitare altri partiti. O magari anche quel sinistro non è davvero tale? Uhm.

      Prima o poi avrò il fegato di leggere la biografia scritta da Fest su Hitler.
      Ma adesso ormai stiamo uscendo dall’inverno, non voglio inquinarmi lo spirito.
      Proseguo la mia piccola serie su quell’ex amico che con la bestia condivide molto, e basta.

      Ti ringrazio per l’ammirazione: fa sempre piacere.
      In realtà, lo dicevo l’altro giorno, è una sorta di dipendenza con crisi di astinenza e tutto, solo che è socialmente accettata e almeno non distrugge il fisico (al massimo divento più talpa di quel che già sono) 🙂

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      1. Il PD è stata una fusione a freddo tra ex-comunisti spretati e democristiani popolari. Manca di cultura laica e socialista; ed in fin dei conti si regge perché dall’altra parte c’è sempre stato un “nemico”, prima Berlusconi e ora Salvini. Da anni sostengo che avrebbe dovuto sciogliersi (almeno dal 2013); non l’ha fatto ed è caduto preda di Renzi; ora non è né carne né pesce, non si capisce mai come la pensa. Gli tocca allevare sardine per restare a cavallo; sardine boccalone peraltro, che si vanno a fare pescare da Benetton… ora mi fermo, che mi sto innervosendo. Salutami Speer!

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        1. Oh Santa Madre, no, non voglio innervosirti!
          Il vecchio Albert, qua, ha fatto una pausa (sta progettando il Mausoleo della Fu Sinistra). Ti saluta agitando la forchetta con una sardina infilzata.

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    1. Infatti! 😶
      E quelle che già c’erano e han tenuto duro hanno avuto un viraggio di colore estremo: per esempio viene citata la “foresta rossa” di Prypiat.
      Mi vengono i brividi solo a pensarci, come se mi avessero messo un bidone di uranio sotto il naso.

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  2. Il tema del rapporto tra sinistritudine e PD sarà anche interessante ma a me pare accademico, un po’ come il rapporto tra ontologia e tecnologia. Che io abbia votato per il PD è certo, se posso dire certo ciò che ricordo bene, ma che io sia di sinistra, per esempio, e ancor più che questo mio essere di sinistra corrisponda a uno schema generalmente accettato e riconoscibile, non è per nulla certo. L’atto di tracciare una croce su una scheda non l’ho mai sentito come sacro: si cerca di ragionare e poi magari si sbaglia. E’ normale. Poi si sbaglia ancora, in modo diverso. Ma le categorizzazioni un po’ antropologico-culturali mi lasciano tiepidino: come scrisse Jules Laforgue, “Mon cÅ“ur est trop, ah trop central”.

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    1. Eh, ma vedi, questa tua diffidenza per le categorizzazioni è già (ontologicamente) di sinistra 😉
      Lungi da me volerti inquadrare in modo rigido.
      Del resto quando io parlo di sinistra o destra raramente parlo di partiti ed altre espressioni precise: parlo di massimi sistemi, quelli che tu definisci accademici.
      Forse allora sbaglio a considerarti di sinistra, ma sei di destra? In parte sì, in quanto rifiuti il qualunquismo e il relativismo etico (ah, gli -ismi!). Ma se guardo al rapporto con l’economia, con il capitale, con gli ordinamenti sovranazionali che il Pd (e chi è venuto prima, s’intende, sempre dichiarandosi di sinistra mentre privatizzava e americanizzava), non vedo né destra né sinistra, ma solo Satana.
      Dovrei dire che non sei di sinistra, né di destra, che come me ti riconosci soltanto nel tuo percorso personale (altro concetto che oggi va di moda, tra parentesi), e che per seguirlo preferisci votare Satana?
      (Provoco, ma neanche troppo. Baci baci, buona domenica, e ricorda che tra poco inizia Colombo).

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    2. (Non ho citato le questioni bioetiche, la retorica di libertà totale, lo sdoganamento del gender e la creazione del mostro “omofobia”, ma ci siamo capiti, vero?
      … comunque erano gustose, le tue amiche sardine. Me le sono pappate con piacere).

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