Childfree .2: Una questione terminologica

Attribuire un nome alle cose, si sa, equivale a crearle; o più modestamente aggregarle, consolidarle e portarle alla luce.
La comprensione da parte del nostro prossimo di chi, “cosa” siamo è senz’altro il primo e fondamentale obbiettivo del darsi un nome che ci identifichi; ma del resto l’obbiettivo di raggiungere la visibilità sociale e, in alcuni casi, la tutela politica, seppur di “grado” inferiore, costituisce spesso un passaggio necessario per ottenerla, quella comprensione umana.

Spesso per riconoscere a un gruppo di persone le proprie rivendicazioni e il proprio legittimo diritto di fare le proprie scelte è necessario che abbiano un proprio nome riconosciuto da tutti.
Ci sono molte espressioni con cui le donne (e gli uomini) senza figli si chiamano o vengono chiamate: quelle più ricorrenti sono le parole inglesi childless e childfree, da usare a seconda che indichino persone che non hanno potuto avere figli o che non ne hanno voluti.
Un’altra espressione, più tesa a criticare i mancati genitori che potrebbero diventarlo, è dink, che riassume “Double Income No Kids”, cioè “due stipendi, niente figli”.

Jody Day, la fondatrice dell’associazione in difesa delle donne senza figli Gateway, ha coniato il termine No-mo, cioè “no-mamma”.
In tedesco Kinderlosigkeit è la parola che definisce lo stato di non avere figli, mentre il termine medico per indicare una donna che non ha mai partorito invece è “nullipara”.
Infine un recente documentario sulle donne italiane che non hanno figli ha provato a trovare un nome italiano prendendo una parola in prestito dal dialetto sardo*: lunàdigas, letteralmente “lunatiche”, sono le pecore che per qualche ragione non restano incinte.

sheep-moon

Sono solo alcuni esempi che prendo in prestito da questo articolo su SoftRevolution.
Personalmente, non trovo affatto denigrativa, ma puramente descrittiva, la locuzione double income no kids, ma immagino che possa essere effettivamente utilizzata con tono e in contesti che la rendono negativa.
Al contrario lunàdigas, ossia lunatiche, termine sardo che mi piace molto e che seguito a ripetermi fra me e me per assaporarne il suono, viene descritto dalle stesse donne che l’hanno “inventato” in modo neutro e persino simpatico, mentre trasposto in italiano a me fa inevitabilmente pensare alla connotazione dispregiativa che ne diamo comunemente: dice di una persona scostante, inaffidabile, nevrotica. Purtroppo.

A ciascuno il suo, dunque, ma senza perdere di vista il traguardo di coniare e diffondere una parola chiara e diretta che l’Italia possa condividere e fare sua.
Per non lasciare le donne (volutamente) senza figli prive di voce, o comunque imbavagliate, come lo sono i genitori che hanno perduto un figlio. Esiste “orfano” per indicare un figlio che perde uno o entrambi i genitori, ma non esiste nome per i genitori che perdono un figlio. In un certo senso questo vuoto rispecchia la loro situazione, ma nondimeno fa male.


Nelle puntate precedenti:
Childfree .1: Sul non volere figli

23 pensieri riguardo “Childfree .2: Una questione terminologica

  1. A me DINK piace, ti fa notare uno dei lati positivi del non avere figli. Naturalmente dipende sempre da come si usa, come per molte espressioni. “Lunatiche” proprio no, è troppo fuorviante e semplificativo.
    Comunque ho notato che negli ultimi anni c’è quasi un’ossessione a voler classificare e definire rigidamente ogni cosa.

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    1. Mi trovi molto d’accordo.
      Tutto dipende dall’ottica con cui si osserva i termini, e in genere se di quei dink si fa parte (o si aspira a far parte) oppure se li si guarda dall’esterno, magari condizionati da chiacchiere internettiane / da bar molto accese.
      Classificare e definire è una mia passione, è qualcosa che reputo fondamentale; ma al tempo stesso perché sia efficace deve appunto semplificare (anche questo verbo è double-face). Un agire neutro, dunque, di nuovo, che in base ai suoi intenti ed a quanto in là si spinge può trasformarsi da utile e necessario a negativo e castrante.
      Lunatiche, in dialetto, per chi l’ha adottato pare avere una sfumatura di simpatia. Ma il fatto che nasca da un ambiente (rurale) e da un’attività (la tosatura) tradizionalisti il dubbio che in origine avesse valenza negativa e basta me lo lascia. Suona simpatico, ma un po’ forzato. Ma chissà, forse la “sarditudine” invece contempla anche questo!

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    1. Oh, io stanotte ho di nuovo sognato che mia mamma “tornava a casa”.
      Lei tranquilla, che sbrigava le sue faccende senza darmi minimamente retta, ed io inquieta e perplessa che non capivo perché non notasse che la casa era tutta cambiata. E tante cose scomparse.

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        1. Shì! 💕
          Rimango sempre lì come una fessa, perché anche nel sogno so che è morta e quindi non mi capacito.
          Al tempo stesso eprò è lì, non ho dubbi, e quindi son felice ma mi aspetto una sfuriata, prima o poi, perché sono spariti i soprammobili ecc. 😙
          Invece lei va avanti come nulla fosse.
          Mi sento ancora giudicata… però che bello, davvero, recuperarla periodicamente 🙂

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  2. Dink non mi piace, lo percepisco negativamente, forse perché sono felicemente un di3k.
    Quanto alla luna, penso immediatamente al verso iniziale di “Brain Damage” dei Pink Floyd: “the lunatic is on the grass […] the lunatic is in my head”. Pure Amleto è afflitto dalla “lunacy” (in effetti non ha figli!)
    Il guaio è che vige l’odiosa abitudine di chiedere a qualsiasi donna “quando fai un bambino?” e temo che dovrà passare quantomeno una generazione prima che la si pianti con questa domanda cretina.

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    1. Di3k; bello, mi piace. Un po’ come il 2.0 (che ormai stiamo tanto più in là) ed il 5G 😀
      Punti di (s)vista, e come sempre ciò che conta è saper guardare oltre e dentro le sigle.
      Amleto, uno di noi! 😁
      Una generazione o dieci, il mio cazzottone (e cazziatone) cerco di tenermelo pronto. Di questa abitudine di domandare a sproposito parleremo ancora…
      … buon venerdì pomeriggio!

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        1. Eh, forse. Mi verrebbe da dire probabile, non per darti del vecchio ma perché vecchi mi pare che siamo diventati un po’ tutti, e precocemente. Nonostante l’apparenza giovanilista.

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  3. Trovo lodevole il tuo impegno nel non limitarsi al solito prestito dall’inglese e a cercare una parola italiana per un fenomeno che avviene anche in Italia: mi hai fatto scoprire l’assenza di un termine per i genitori che perdono figli ed è terribile! Anche in ambiti meno dolorosi ci sono curiosi vuoti lessicali, terreno fertile per acchiappare il primo termine straniero (di solito inglese) che passa.
    Certo, fra “nullipare” e “lunatiche” è una bella lotta a ribasso: spero escano fuori termini più simpatici: forse “noma” (no-mamma) e la sua somiglianza con “nonna” funzionerebbe megilo anche in italiano.

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    1. Sarebbe carino, sì, ma scommetto che faremmo una gran confusione e dovremmo ripetere il termine venti volte, e poi spiegarlo comunque ogni volta, prima che chi ci ascolta si raccapezzi 🤣
      Certe esperienze rifuggono la chiacchiera, è anche naturale che non abbiano nome. Epperò accadono ugualmente… quindi sì, sfruttare quel vuoto per cucire insieme parole che sentiamo corrisponderci è sano. E possibilmente, in italiano, non per altro ma perché è la lingua del cuore.

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  4. “Donna senza figli” è un’espressione generica, ma neutra e rispettosa. Trovo che sia invece difficile la categorizzazione specifica delle donne che non hanno figli per loro precisa scelta. Ci vedo il rischio, da un lato, di una deriva “pride”, con bandierina annessa (o triangolino, o stelletta), ma ci vedo soprattutto la difficoltà di categorizzare situazioni che in realtà possono essere di diversissimo tipo, e che cioè possono andare dalla scelta di non concepire per motivi di salute e quella di abortire ripetutamente “perché non è il momento”.

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    1. E’ vero. Una categorizzazione è sempre complessa e potenzialmente ambigua – pensa solo a quanto ci si scanna sull’uso della sigla lgbt-ecc. E infatti non c’è dubbio che vi sia, nel desiderio di essere riconosciute come “donne senza figli per scelta” (dsfs?), una misura d’orgoglio, non per la scelta in sé ma per la possibilità, la libertà della scelta. Ma, appunto, gli addendi possono invertirsi e l’essere senza fi(g)li divenire il fine in sé, ed anche per i motivi più beceri. Del resto, quando si estrae dal cappello la nozione di “libertà di scelta”, ormai è improbabile parlarne con neutralità e serenità, sempre che mai siano esistite. E se fai una ricerca su Google, troverai senza fatica di tutto: chi inneggia ad un mondo senza future generazioni, e magari dileggia le famiglie numerose, con motivazione principale la difesa dell’ambiente dalla malattia umana; e chi esalta le coppie che fanno fino a dieci figli sperando nella Provvidenza (e solo in quella?), chi pubblica meme che vorrebbero evidenziare l’egoismo di chi si sottrae… ce n’è per tutti i gusti.
      Una parola che racconti le donne senza figli, per scelta, dovrebbe essere secondo me proprio qualcosa che non entra nel merito del perché e del come, ma che si limiti a identificare un gruppo altrimenti isolato nel suo fronteggiare le critiche. E’ molto elementare ed animale, ma si fa gruppo per questo: per difendersi, insieme.
      Sappiamo entrambi che quando una parola simile nasce, è impossibile mantenerne il controllo sul significato e le connotazioni culturali: è una creatura “viva” e cambia. A meno di non scriverci un libro, metterla sotto diritti e gestirne l’immagine, per così dire. Ma, insomma, è chiaro che andrebbe facilmente alla deriva.
      Forse non serve una parola univoca, forse sarebbe sufficiente poterne parlare in modo organico senza ritrovarsi sempre a combattere. Sì, ma come?

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