Decluttering .9: Garage / Cantina

Cosa vedete, cosa immaginate quando sentite la parola garage?
E com’è, nella realtà, il vostro garage?
Per quanto mi riguarda, alla prima domanda rispondo così: vedo uno spazio ben illuminato, arioso ed ordinato; più simile ad un’officina o laboratorio che non ad uno spazio per parcheggiare l’auto, fatto salvo che, al centro, pure questo c’è e bello largo. Insomma, uno di quei garage non dico di lusso, ma comunque belli, da copertina o da reality sulla ristrutturazione delle case…
… com’è, nella realtà, il mio: non molto luminoso, ma sufficientemente spazioso, abbastanza da contenere l’auto e diversi armadi. Prima del repulisti questi armadi, scaffali ecc. erano pieni di roba, ora ne contengono ancora ma molta meno, tutta visibile il che è importante, ed il colpo d’occhio mi entusiasma.

A proposito di Marie

Anche i sassi, ormai, sanno che adoro il metodo di Marie Kondo per impostare quello che lei chiama “riordino”, ossia un decluttering ed una riorganizzazione massivi della propria abitazione e degli oggetti che contiene.
Una delle caratteristiche di tale metodo, però, la contesto – non che sia sbagliata o impossibile da attuare in assoluto, ma certo è raro che una persona si trovi nelle condizioni adatte per seguirla tout-court. E questa caratteristica, chiamiamola pure questa regola, è:

Non riordinate stanza per stanza, ma categoria per categoria.
[...] non riusciamo a riordinare perché i posti in cui riponiamo gli oggetti 
sono sparsi ovunque. [...] se riordinassimo seguendo l'ubicazione delle cose 
potremmo continuare all'infinito.
[...] riordinare dev'essere inteso per categorie, non per ubicazione.

E’ un ottimo criterio in verità, che – per la mia esperienza – dà risultati.
Eppure sappiamo bene che la maggior parte delle categorie di oggetti (siano essi vestiti, libri ma spesso anche documenti, soprammobili, elettronica ecc.) non si trovano mai, in partenza, in un unico luogo o stanza, e nemmeno in due soltanto: normalmente, sono sparsi in quasi ogni locale dell’abitazione, sia di frequentazione quotidiana che non (garage e cantina, appunto, ma mettiamoci anche solai, dependance, …).
Uno degli scopi dell’agire “per categorie” è proprio quello di arrivare a radunare, in buona sostanza, i simili con i simili, avere tutti i vestiti in un unico e preciso luogo, poter vedere e sapere con certezza, a colpo d’occhio, quale attrezzatura elettronica abbiamo e quale no, senza interrogarsi per ore e andare a ravanare ovunque nel dubbio… epperò, trasformare l’obbiettivo in un requisito iniziale può essere gravoso e impraticabile.
Con alcune cose ho potuto andare subito al punto, raccoglierle tutte insieme ovunque si trovassero e subito – vedi i cd: nella mia camera e qualcosa in cantina, le custodie, punto.
Ma di solito, per arrivare a radunare uno stesso tipo di oggetto ho dovuto prima fare un repulisti generale, un’operazione sui singoli locali semplicemente per sapere, o meglio scoprire, cosa diavolo possedevo e dove. Insomma anche volendo mettere insieme tutta la posateria, per dire, in una volta, non avrei potuto farlo perché non avevo idea di cosa avevo e dove fosse. Non dovevo “ricordare”, non lo sapevo proprio.

garage-order
Un piccolo sogno

Ecco perché, per lo meno rispetto agli spazi meno ordinati e più affollati – appunto garage e cantina – ho disatteso scientemente i dettami di Marie.
Credo che, in generale, sia lecito e logico procedere in due fasi: una (eventualmente più lunga e in più sessioni) di riordino essenziale di singoli locali, la seconda di riordino vero e proprio sulle diverse categorie, più o meno dettagliate delle cinque proposte dalla lady di ferro giapponese (vestiti, libri, carte, komono, ricordi).

A volo d’uccello

E così ho fatto.
In quarantena ho affrontato per la prima volta i due mostri di casa, partendo dal garage che pur utilizzato come magazzino era meno stipato.
Al di là dell’auto e di ciò che la concerne direttamente (olio motore e i suoi fratelli, aspiratore per gli interni, misuratore di pressione delle gomme…), ora ci si trovano:
– vernici e materiali per la pittura delle pareti,
– cassetta degli attrezzi,
– alcune scatole vuote di oggetti in uso in casa,
– alcune vecchie cose che usavamo per andare al lago,
– vasi vuoti per le piante,
– parti di mobilio non utilizzate.
Ci sono anche singoli oggetti che non rientrano nell’elenco, ma sono appunto pezzi unici che non fanno “massa” e, come tutto il resto della roba, a differenza di prima dell’intervento sono ben visibili e raggiungibili.
Insomma, ci siamo.

Oltre a qualcosa che avevo già citato, dal garage ho eliminato (nei rifiuti o per la vendita) anche:
– 7 lampadine per auto varie
– rubinetteria varia (per lavandino)
– 4 tendine parasole auto
– 1 vassoio girevole per tv
– 1 cestino rifiuti plastica
– 1 scopino water nuovo (con i pinguini, aha!)
– 2 portabottiglie di plastica
– 1 vaso di terracotta rotto…

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La mia cantina prima del repulisti

Non solo roba da buttare

Specialmente in quelli che a tutti gli effetti diventano locali-magazzino, non solo si trova tanta roba da buttar via, ma se ne scova anche di bella, in ottime condizioni, utile e da riportare ad una collocazione più “viva”, nell’abitazione vera e propria.
Di nuovo, a titolo di esempio, dal mio garage e dalla mia cantina che nel frattempo ho “attaccato”:
– 1 pirofila di ceramica grande
– 1 robot da cucina
– 1 servizio piatti da sei
– 3 vasi con composizioni natalizie ancora belli
– 1 pentola a pressione Moneta
– un’altra pentola di buona fattura ancora confezionata
– 1 ferro da stiro Foppapedretti
– il mio adorato Sega Master System II (con Sonic)!!

Il lavoro procede, e sto rapidamente sgombrando il pavimento della cantina. Potercisi muovere liberamente con agio sarà già un bel traguardo, dopodiché potrò anche osservare con più calma ciò che ho davanti e rallentare il ritmo.

24 pensieri riguardo “Decluttering .9: Garage / Cantina

    1. Wow, addirittura! 😍
      Una delle motivazioni forti che mi spingono è che voglio essere un minimo preparata se e quando dovessero impormi un trasloco in un appartamento diverso (sto in una casa popolare, è una storia lunga ma in futuro potrebbe accadere). Non voglio arrivarci stracarica faticando a staccarmi dalle cose, preferisco farlo di mia sponte, con calma e criterio…

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      1. Ho fatto tanti traslochi e spesso ho dovuto selezionare anche drasticamente cosa portare con me.. psicologicamente è stato difficile, soprattutto quando non avevo alternative se non staccarmi e separarmi da quello che avevo. La tua lungimiranza è ammirevole e potrebbe sicuramente renderti più sopportabile un eventuale cambiamento nella tua situazione e comunque il lavoro che hai fatto è tanto! Io non ho tutte quelle cose, ma sono anni che rimando di andare a sistemare il garage!!

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        1. Ti ringrazio… l’universo sta remando contro (la porta della cantina si è bloccata!!), ma io insisto! 😉
          In vita mia ho fatto un solo trasloco (più un altro, ma allora avevo soltanto un anno), ed ero ancora una ragazzina perciò a parte disporre le mie cose nella nuova stanza non ho dovuto occuparmi di nulla.
          Un passo alla volta, procediamo… salutami il tuo garage, quando te ne occuperai 😉

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        2. Eh, forse sì! 🙂
          Intanto ieri non ho nemmeno acceso il pc e mi son data a pulire il bagno di fino (cioè, io cazzeggio per un mese e poi all’improvviso mi prende la fregola a Pasqua…).

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    1. Eh, magari!! Nono, ce n’è da fare… ma vedrai che gioiellino che ti tiro fuori, vedrai 😉
      … oddio, SE riesco ad aprire la porta, però.
      Ieri quando ho finito sono salita a pulire e sistemare le cose che ho riportato su, poi ho deciso che una scatola volevo tenerla da parte ancora per un po’. Faccio per rientrare, e scopro che il blocchetto metallico è fisso nella serratura. La chiave gira senza problemi nella toppa, ma quello non si smuove. Mi auguro che poi cambi idea da solo… sennò addio lavoro in cantina, toccherà aspettare la manutenzione e facciamo 2021!

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  1. Avrei voluto scrivere questo commento sotto il pst che hai pubblicato oggi e non perché fosse più interessabte di questo, ma solo perché odierno: tuttavia non hai attivato i commenti, perciò eccomi qui…

    Mio nonno, che pure era direttore didattico della locale scuola elementare del mio paesino natio, amava in modo provocatorio (quasi anarchico) infarcire il suo lessico, normalmente molto alto, con scurrilità da basso trivio, usandole come una bandiera, non già per abbassarsi di livello, ma al contrario, in modo molto snob, per elevarsi anche sopra coloro che riteneva colti ma troppo affettati: sta di fatto che soleva spesso affermare «le parole sono come la pelle dei coglioni», intendendo che si prestano ad essere tirate in una direzione o nell’altra senza troppo sforzo.

    La volgarissima metafora di mio nonno ritengo sia estremamente calzante per catechizzare la media delle affermazioni degli attuali opinionisti, laddove, con un esercizio diffuso di retorica (al cui confronto L’Elogio della mosca di Luciano di Samosata appare quasi un trattato scientifico) si riescono a convincere i propri lettori o ascoltatori di tutto e del contrario di tutto contemporaneamente: così le vittime diventano carnefici, i criminali degli eroi, i pedofili degli esteti incompresi e così via…

    Il trucco è molto semplice, ma non facilmente smascherabile, giacché si basa su uno studiato meccanismo di filtraggio selettivo della verità, grazie al quale, senza mentire, è possibile dimostrare una tesi ed il suo opposto semplicemente mostrando alcuni aspetti ed omettendone altri: in questo modo è facile dimostrare che un’azienda privata, colpevole di inquinare in modo criminale e disastroso, sia l’ambiente circostante, sia le persone e gli animali che ci vivono, è una realtà imprenditoriale virtuosa che dà lavoro e dignità a tantissime persone, altrimenti disoccupate; allo stesso modo, semplicemente elencando gli stratosferici costi ed i sacrifici generati da un eventuale switch-off (con cui passare, dall’attuale filosofia produttiva industriale e consumistica, ad una più consapevole green economy), è possibile giustificare e persino sostenere le tesi non già dei negazionisti ma dei minimizzatori dell’imminente disastro ambientale; se a tutto questo aggiungiamo infine la virtuale impossibilità di una informazione davvero libera (dato l’assunto, in base al quale se la gestione dell’informazione è in mano allo stato, si ottengono mass-media in ostaggio del potere politico al governo in quel momento, se invece l’informazione è in mano a gestori privati, inevitabilmente i media si trasformano in house organ e subliminali veicoli pubblicitari), allora si comprende bene come il raggiungimento di una percezione, tendenzialmente vicina ad un’accettabile verità, sia ottenibile soltanto con un metodo scientifico applicato alla cultura, esaminando ogni possibile punto di vista e verificandone le conclusioni logiche… Ma chi lo fa? Chi ha il tempo o la voglia o la pazienza per farlo? Tu, forse, sei la perosna che di più applica questo approccio enciclopedico e gnoseologico, ma non sei onnipotente…

    Viviamo oltretutto da anni in un momento storico in cui politica e sociologia sono affrontate con lo stile narrativo dei social network, in modo da creare sempre e comunque barricate e partigianerie contrapposte, spettacolarizzando il dibattito e trasformandolo in conflitto, alzando i toni ed timbri tanto da sconfiggere l’avversario non con le idee ma con la confusione e la voce grossa: per questo è difatti utopistica una pacata discussione su argomenti bollenti come le adozioni a coppie gay (baluardo di libertà a tutti i costi da una parte e depravazione di ogni istinto educativo dall’altra), l’aborto (omicidio senza appello per alcuni e diritto acquisito senza limiti per altri) o il fine vita e così via, per una lista che si allunga sempre di più, mentre nel frattempo la logica e la vero consecutio vengono sostuite dalle “fallacie”, come il sostentere che una cosa sia causata da un’altra solo perché la prima è avvenuta dopo la seconda citata o come, per restare in ambiti teologici, affermare che il Diavolo creda in Dio (essendo il primo una creatura della narrazione del secondo, la cosa non è una deduzione ma una banalità, troppo spesso arricchita di stratificazioni pseudo-culturali), ma il timone della nostra navigazione individuale può restare dritto, anzi lo deve, se non si vuole cedere alla depressione senza costrutto (che non l’oggettivo bilancio triste di una triste situzione, ma la negazione aprioristica di una soluzione ovvero l’opposto della fede e della speranza).

    Per me questo timone è sempre stato ben rappresentato dalla figura di Maria, l’elemento di misericordia che scosse alle fondamenta l’immagine di Dio che gli uomini avevano creato con il Vecchio Testamento e si caratterizza (forse) nella madre che io da bambino mi sono goduto per troppo poco tempo (ma che ho nel mio cuore, imbullonata in modo indelebile) e che tutti hanno nel proprio immaginario: Maria è per me la figura che nel film di Gibson piange di fronte a suo figlio (tale, prima ancora che incarnazione del divino) che cade nel Calvario ed è la donna che distoglie lo sguardo di fronte allo scempio di quelle carni che, in quel momento, sono solo il banco di lavoro delle torture dell’uomo e del Demonio…

    Ecco, così come nelle tue, sorella Celia, le parole riconducono sempre alla letteratura ed alla saggistica, così nelle mie il pensiero e le immagini che evoco riportano inevitabilmente al cinema, come in quel raccontino horror a fumetti della collana di Zio Tibia, in cui un signore che aveva acquistato un vecchio cavallo per guidare il suo calesse, al tempo della grande depressione, quando si addormentava alla guida si ritrovava inevitabilmente di fronte al cimitero, finché, dopo tante sue elucubrazioni su possibili spiegazioni anche metafisiche, non scoprì che molto semplicemente quel vecchio cavallo era stato per anni di proprietà del locale becchino e che semplicemente, quando non era guidato, volgeva la sua direzione laddove meglio conosceva  la strada): in questo caso al film a cui dedicai as uo tempo un post accorato, forse quello a me più caro e che mi piace ricordare oggi, giorno di Resurrezione per tutti i credenti e che però a me piace ricordare soprattutto come un giorno di speranza, quello di Maria, madre tra le madri e guida per tutti noi, nati figli per divenire orfani.

    P.S. Perchè questo lungo commento?
    Solo per dirti grazie, Jest, di tutto.

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    1. Eh già… né onnipotente né disperante ma, nel mezzo del mare che separa le due condizioni, solo un essere appena cosciente.
      Un privilegio che ci consente di comunicarci a vicenda attraverso tempo, spazio ed antimateria metafisica.
      Dico anch’io grazie, dunque, alla tua conchiglia che custodisce il tuo cerebro che, alcuni dicono, si estende nel trascendente variamente inteso.

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