film (maggio 2020) – pt. II

I bambini di Cold Rock – Pascal Laugier

Più thriller che horror, e con un plot-twist che trasporta la storia nel sociale (al di là dell’impressione che fa, c’è di che riflettere). Impossibile raccontare in che consista la svolta senza svelare tutto, ma comincia così: c’era una volta una cittadina dalla quale, regolarmente, scomparivano i bambini… e molti credevano fosse opera di una sorta di babau: l’uomo alto (il titolo originale è infatti The tall man).
Merita. Anche per dare uno sguardo a Jessica Biel.

Solo Dio perdona – Nicolas Winding Refn

Se l’ultimo film da me visto di Winding Refn – Fear X – mi era stato ostico da digerire, da comprendere, questo mi appare limpido (e bellissimo, non meno di The neon demon).
Non è una pellicola di arti marziali, anche se naturalmente qualcosa compare, essendo ambientata ad Hong Kong prevalentemente in una palestra.
Non è una pellicola che parli di qualcosa: non parla di nulla, non ha un tema – sì, l’intreccio poliziottesco-mafioso, ma è secondario seppur non marginale. Parla degli uomini (e di un paio di donne non da poco, precisiamolo onde evitare fraintendimenti). Di come sono fatti dentro, e di come funzionano, gli esseri umani.
Gosling eccelso. Che ve lo dico a ffa’.

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Noah – Darren Aronofsky

Ho aperto la Bibbia su Genesi 6, perché di fatto non posso dire di conoscere la faccenda dell’Arca in tutti i suoi contorni. Ma soprattutto mi incuriosisce scoprire se davvero c’era una donna, se era una soltanto, da dove proveniva: perché la Ila interpretata da Emma Watson mi sa di innesto apocrifo, o magari persino autorale.
Un Aronofsky molto regolare, fatte salve le suggestioni mitiche e quasi fiabesche nei toni (visioni, angeli caduti trasformati in mostri di pietra, discendenze cainite come se non ci fosse un domani, Matusalemme che miracoleggia la fertilità).
Recitazione lodevole di tutti, colombe comprese.

Bombshell – Jay Roach

Proprietario del network televisivo:
– Ditemi voi se quella non è una bocca che ha succhiato un cazzo.
Forse perché pensa che, se riferita ad un maschio, una “battuta” simile non debba offendere anche lei, una dipendente seduta a fianco del proprietario ridacchia. Ma si vede che fa fatica.

Cos’è, una roba femminista?
La gente non vuole vedere la tua faccia con le rughe e sudata perché hai la menopausa.
Lo stesso proprietario alla conduttrice tv che si è presentata in video struccata.
Menopausa e sindrome premestruale sono la ragione per ogni cosa che, nelle donne, non gli piace (vale anche per Trump). Sempre lui:

Fammi vedere [inquadra la conduttrice] quelle cavolo di gambe!
Perché cazzo l’ho assunta se no!

La questione è chiara e ben recitata.
Ci sono la giornalista di punta che viene mobbizzata, la giornalista di punta che anni ed anni prima dello scandalo aveva subito un’avance ed ora deve decidere se scendere in campo o tenersi ai margini, la giovane giornalista a disagio ma che purtuttavia si chiede se non sia l’occasione della vita farsi il capo per andare dritta alla meta del programma più seguito. C’è la giornalista lesbica nascosta che osserva l’andazzo impaurita.
Ci sono insomma donne di ogni genere, dai grandi nomi alle piccole pescioline.
Ciò che invece non c’è, è una donna che si sia rifiutata e quelle avances le abbia respinte.
Manca completamente un contrappeso, un ruolo contrastivo.
E’ chiaro che è l’intero sistema a sospingerti in quella direzione pena l’esclusione – non è una novità né in questo campo né del nostro secolo. La mia domanda è:

e allora? 

Un condizionamento non è comunque, mai, una costrizione tout-court. E dunque, dove diavolo sono in questo pur ottimo film le donne che dicono di no?

Il gioco di Gerald – Mike Flanagan

Catarsi, rinascita… nessuna parola è adeguata per dire la storia di Jessie.
Come sempre in King, dietro alla vicenda sospesa tra horror e thriller di una donna che, abituata a sottomettersi agli uomini della sua vita, si ritrova ammanettata al letto col cadavere del marito steso ai piedi dello stesso e non un’anima viva nel raggio di chilometri per soccorrerla, c’è un vissuto lacerante, un’infanzia che sembra essere dimenticata ma non fa che scivolare silenziosa sotto la superficie, qualcosa che è andato storto e condiziona il presente.
Così come spesso compare nei suoi romanzi un abuso di qualsivoglia tipo (qui non vedrete sesso esplicito, ma di sesso ne circola tanto, e pesa, e morde), e poi, bisogna anche dire, una eclissi.
King è il mio autore, il primo filo letterario saldo tra me e mio padre, uno che ti fa sentire forte le cose, e se di tuo già le cose le senti forte, è come entrare in risonanza con un diapason ogni volta. La musica che accompagna il film è funzionale e discreta, ma è stata sufficiente per raccogliere ed incanalare la mia emotività e farmi piangere sui titoli di coda – non lacrimare, proprio piangere. Da tanto non capitava.
Compartecipazione profonda, insomma, e una discreta dose di angoscia, sono i chiari meriti ascrivibili a Flanagan e, nondimeno, a Netflix, azienda discussa della quale questo è il primo prodotto, mi pare, che vedo. Non potevo chiedere miglior esordio!

Da notare che, persino per uno stomaco piuttosto forte come il mio, c’è stata una scena (senza spoiler, quella del bicchiere frantumato che fa… accapponare la pelle), da nausea. Letteralmente, perché ho dovuto mettere in pausa e andare in bagno a quasi-vomitare. Ci sono certi dolori, fisici e non, che hanno bisogno di essere evacuati – non sarà del tutto un caso, credo, se “rimettere” è un verbo utile sia per l’espulsione di materiale indigesto dallo stomaco che per la liberazione da materiale indigesto nell’anima.

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Muori papà, muori! (Why don’t you just die!) – Kirill Sokolov

Uno spettacolo. Ne hanno parlato Cassidy e Lucia.
Consiglio per la visione: abbinate il “sangue” sullo schermo ad un buon thé nero carico.
Il titolo italiano è più aderente all’originale, ma la versione inglese dice qualcosa di fondamentale: che la gente, in questo film, è dura a morire. Ma dura dura, davvero tanto tanto, eh.
Saremmo portati a pensare che, quando un ragazzo col martello incontra un uomo col fucile, il primo debba soccombere. E può darsi che accada anche questo, ma, come dire, le cose si rivelano più difficili (e complicate) di così.
Certo non imprevedibili, ma nemmeno banali – e del resto anche in questo esordio con passaggi tarantiniani ciò che conta non è né la vicenda né il pulp o come si chiama in sé, ma la dolenzìa dell’anima russa.
Comunque la cosa più inquietante, e che ormai infesta i miei incubi, è che Andrei somiglia tanterrimo ad un mio conoscente O.o

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Shaun, vita da pecora: il film – Mark Burton, Richard Starzak
Shaun, vita da pecora: Farmageddon – Will Becher, Richard Phelan

Ho conosciuto Shaun (dello stesso autore di Wallace & Gromit, Nick Park) attraverso gli episodi brevi mandati in onda in tv su uno dei canali dedicati ai cartoni.
Il primo film è carino, ma non paragonabile alla serie animata, mentre il secondo, oltre ad avere un tema (fantascientifico) ed una storia meglio sviluppati, ha anche un ritmo più accattivante ed una sceneggiatura più ricca – che include omaggi almeno a quattro colossi del genere: Incontri ravvicinati del terzo tipo, Arrival, E.T., 2001 Odissea nello spazio. L’alienino è teneroso ♡

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A lonely place to die – Julian Gilbey

Presentato come un horror, in realtà è un (buon) thriller che sa giocare sul filo dei generi. Melissa George e le Highlands scozzesi sono la ciliegina sulla torta di un’ottima sceneggiatura (scritta a quattro mani dal regista col fratello William).
Proprio per non sciuparne la scoperta spoilerandovela, vi dico soltanto che l’incipit vede cinque escursionisti accingersi ad una scalata importante, quando uno di loro sente una voce nel fitto del bosco. E seguendo quella voce finiranno trascinati in una caccia all’uomo: l’azione è ben congegnata e mai sopra le righe.

🎬

I film non commentati:
Jumanji, The next level – Jake Kasdan
Tutti i soldi del mondo – Ridley Scott
The accountant – Gavin O’ Connor

28 pensieri riguardo “film (maggio 2020) – pt. II

    1. Sì, potentissimo. La Bates è grande.
      Ho visto la mail, ma avevo probelmi col pc e quando s’è spento per l’ennesima volta l’ho lasciato stare. Comunque, ovviamente, la risposta è un enorme SI’, MAGARIIIIIII! 🙂 ❤

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  1. Anche io mi soffermo su il gioco di G. Di cui mi piacque molto il libro ma non ho mai visto il film (non è che ne esisteva anche un’altra versione? boh!). A tal proposito mi sono letto la vecchia recensione che feci, che ti invito a leggere, Denise. E ti chiedo: sai per caso rispondere alle domande che pongo alla fine?
    https://coulelavie.wordpress.com/2015/02/04/stephren-king-il-gioco-di-gerald/

    PS: il mio libro preferito di King credo rimanga Misery. 3:-)

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    1. Non me la sentirei di nominare un preferito, andrei a dormire coi sensi di colpa e poi da sotto il letto un mostro di riccioli di polvere sorgerebbe per vendicare gli esclusi… però sicuramente quello che citi nel post, Dolores Claiborne, è sul podio.

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        1. Basta che non uccidi nessun povero rattolino.
          Se ne trovi, li devi spulciare a uno a uno.
          Le pulci si devono uccidere, i rattolini no ❤
          (Potremmo anche fare uno scambio culturale: una pantegana romana per una nutria bresciana. Però mi sa che non me la farebbero portare in treno, neanche col guinzaglio…).

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        2. Ma figurati! Una volta mi sono commosso a vedere un ratto con una zampa rotta che non poteva più muoversi che si dibatteva in strada…
          Poi, a parte che adoro i roditori (che sono anche molto più puliti degli uccelli), pensa che l’ultima volta che ho beccato uno strano grosso insetto in casa mia, per non ucciderlo, l’ho messo in una scatola di carta e l’ho portato sotto da me liberandolo in uno spazio verde… 😉

          Tu credi di guadagnarci da uno scambio rattesco/topesco? Io non lo so, sai. Qui ci sono sia i topolini graziosi di campagna che le pantegane grosse come mezzo gatto… Non ti credere… 😉

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        3. Bravo. Io facevo da Croce Rossa alle coccinelle, che mia mamma non voleva in casa (certe volte quando faceva freddo fingevo di portarle di fuori, ma per non farle gelare me le mettevo in tasca e poi le liberavo in un’altra stanza).
          Anche i ragni, se son ragnetti e non ragnoni, ormai mi conoscono. Se riesco a dstinguerli gli do anche un nome, ma è dura. Finisce che sono tutti Asdrubale e via andare.
          Ah, ma io volevo proprio la pantegana. Me la tengo al posto del cane da guardia. Da noi le pantegane camminano su due zampe, certe volte…

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        4. Le coccinelle se non erro non sono insetti poi così tranquilli (ma non ricordo i dettagli :D).
          I ragni invece ormai li adoro. D’altronde mangiano mosche e moschini perché dovrei avercela con loro?
          Sì, anche i ragni non li uccido più e li rilascio in natura. 🙂
          Se ti fai la cresta e ti vesti con le borchie forse potresti dare l’idea che sei cattivissima… 😉

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        5. C’era una certa filastrocca su mamma coccinella che lasciava andare a fuoco la casa con dentro i piccolini… ‘na roba angosciante. Ma non so se ha a che fare con qualche caratteristica birichina delle coccinelle…
          … oltre ai ragni, conviene allevare un paio di rospi che si mangino le zanzare. A proposito, come siete messi a disinfestazione zanzare da voi?

          Cresta e borchie temo non intimidiscano più nessuno.
          E poi vuoi mettere il gusto di sembrare inoffensivi e poi ramazzare il malcapitato di turno? 😀

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        6. Zanzare… Bene, per ora! In casa ci sono le tendine che ne limitano di molto le venute. Fuori, nei parchi, stranamente, in questo periodo non ci sono, quando prima del lockdown erano ancora molto presenti.
          Oggi mi son messo pure una felpa, le temperature si sono leggermente abbassate, sarebbe il periodo ideale (mi sto mangiando le mani)!

          A me continua a sorprendere enormemente come cambino gli atteggiamenti degli altri quando indosso abiti diversi dal mio solito… 😉

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        7. Mannaggia, pure la felpa! Eh sì, sarebbe perfetto (per lo meno fantasticare non è reato!) Comunque l’importante è che sia in forma tu. Anch’io patisco il caldo, ma a patto di essere organizzata bene posso ancora sfidarlo 🙂

          (Perché, la felpa ha fatto scalpore?
          Hai mai provato a sorprendere i condòmini con delle scarpe trasparenti a tacco alto, da trans? Noi in stazione abbiamo un negozietto specializzato, certe volte i tacchi a spillo di 30 centimetri possono tornare utili).

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        8. Aggiornamento: ora puzze di bruciato diffuse che mi hanno indotto a tornare presto a casa.
          Grrr! Qui è così: un attimo sembra di stare in paradiso, l’attimo dopo arriva l’inferno a ricordarti che… no, il paradiso in terra non potrà mai esistere finché esisterà l’essere umano.
          Anche io so come sfuggire al caldo, ma per me il problema principale è l’aria che mi fanno respirare…

          Se mi hai fatto tutto un giro di parole per dirmi che talvolta ti fai crescere di trenta centimentri, praticamente raggiungendomi, mi hai fatto molto sorridere mettendomi di buonumore. 🙂

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  2. Purtroppo non ricordo il twist de “I bambini di Cold Rock”, ma ricordo che mi lasciò piacevolmente colpito: sembrava un film banale, uguale a tanti altri, invece d’un tratto acquisiva nuovo spessore. Però, ripeto, non ricordo proprio altro.

    Sono molto legato al romanzo “Il gioco di Gerald”, letto in un momento scolastico molto difficile, o meglio più difficile della media drammatica della mia terrificante vita scolastica. Ricordo quei giorni in cui il pensiero che a casa c’era Gerald che mi aspettava mi davano la forza di resistere all’orrore della scuola. Non so perché tutti quelli che l’hanno letto abbiano usato parole sferzanti, io l’ho trovato un romanzo splendido. E nel film, che a priori avevo già bocciato, ho ritrovato quello spirito che ricordavo – con tutti i limiti di un film – quindi me lo sono gustato appieno. La scena che citi m’aveva già fatto star male da ragazzo, quindi ero preparato ^_^

    “Muori papà, muori!” l’ho visto perché mi manca il cinema russo, che da ragazzo del pre-crollo sovietico mi capitava di vedere spesso. Che la qualità tecnica del cinema russo fosse altissima l’avevo già scoperto una decina d’anni fa, ma scopro che anche l’arte della commedia nera crudele ha raggiunto altissimi livelli. Spero che la Midnight Factory continui nella sua annosa opera di distribuzione russa in Italia.

    Anche per “A lonely place to die” non ho ricordi del film se non che quando uscì i miei amici di facebook lo segnalarono entusiasti, principalmente perché ogni film con Melissa George merita d’esser visto 😛 La sensazione che mi è rimasta addosso, pur avendo dimenticato tutto, è che c’erano tante potenzialità non sviluppate a dovere. Però visto che ne parli bene a questo punto meriterebbe una seconda visione.

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    1. Il twist è insospettabile ma sempre molto attuale, secondo me.
      Figurerebbe bene in un legal-thriller, con arringhe, disquisizioni e spaccati di vita sull’America dimenticata.
      E invece, reso così con meno pretese, ha anche più peso. Ed ognuno ne può trarre ciò che crede e ciò che può autonomamente, senza lezioncine preconfezionate.

      Non ricordo quando lessi Gerald, ma parecchi anni fa, tanto che intere parti non le ricordavo.
      Mi sono chiesta anch’io se ci sia stato un precedessore, ma in ogni caso adesso mi piace così tanto questo che aspetterei a vedermelo.
      Ma quanto alle critiche, sono sconvolta. Per fortuna ignoro tante cose, incluso che qualcuno abbia avuto da ridire su questo romanzo. Che secondo me è uno dei suoi migliori, addirittura, restando pienamente horror ma con la libertà di adattarlo a qualsiasi possibile contesto o situazione. E’ vero il contrario, in effetti: non è King che adatta l’horror alla situazione, ma la realtà che contiene una particella di orrore in ogni singola cosa – l’abilità sta nel notarla e portarla alla luce.

      Sokolov mi ha divertito un sacco.
      Non esiste solo la grande tragedia, in russia, anche se per quella forse potremmo fare un discorso come quello appena sopra fatto per l’horror… il russo soffre, ecco. Anche quando ci ride su. Però, appunto, sa ridere, e qualche volta noi ce lo dimentichiamo.
      Il fatto è che davanti all’esistenza il russo se ne sta particolarmente muto, sulle sue, e quindi chi lo interpreta è bravo. Lo stesso Matvei dirà sì e no tre frasi compiute oltre ai mugugni ed ai monosillabi, in un’ora e mezza.

      E poi la George (e ciò che le sta intorno 🙂 )
      Non è un capolavoro, e magari ci si lamenta perché vorremmo vedere solo capolavori. Ma io l’ho trovato onesto e sensato, non forzato, e già non è poco.
      Di sicuro pagherei più volentieri per vedere al cinema A lonely place to die che per vedere una delle tanterrime sbruffonate piene di armi ma prive di nerbo.
      Più potere si ha, meno armi si usano.

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