Sogni 12.: Abbandonato all’altare

Ho sognato per la seconda volta l’Arrotino, stanotte.
E di nuovo a quanto pare avevo una relazione avviata, che stavolta stava addirittura arrivando alle nozze, ma io ho piantato il tipo e me ne sono andata da lui.
In parte mi sono autosuggestionata, in parte questo schema, se non ancora ricorrente, è già diventato familiare.
L’unico pensiero plausibile che ci ho fatto sopra, finora, è che a questo contribuisca anche l’incredulità che ancora provo per il colpaccio che ho fatto. In realtà, più che una vera e propria incredulità (a questo punto sta scemando), ipotizzo di stare traducendo in sogno un mai morto desiderio di riconoscimento ed autonomia, ed elaborando al tempo stesso la riapertura di un orizzonte.
Un orizzonte mi mancava da tempo.

Ma c’è di più: in termini che devo ancora ben definire, di fatto (al di là delle persone reali che li hanno ispirati) i due personaggi, lo sposo e l’amante, rappresentano entrambi sempre l’Arrotino.
E’ un livello di analisi superiore.

💤💤💤

Lo sposo era un ragazzo che ha fatto con me il corso Excel ormai quasi quattro anni fa.
Più giovane di me di un paio d’anni, simpatico e benintenzionato ma decisamente troppo irrequieto, sempre caricato a molla, per me (questo lo dico da sveglia).
Fisicamente era identico a com’è nella realtà, per il resto nulla lo caratterizzava se non la proprietà di una casa in montagna, della quale discutevo con un gruppo di amici e familiari: io mi figuravo una roba tipo villa a Cortina, e stavo già storcendo il naso, ma loro mi hanno corretto dicendo che si trattava solo di una baita, e che lui l’aveva non perché fosse ricco ma perché appassionato di escursioni.
Risolta la prima crisi pre-matrimoniale, mi sono chiusa in bagno a restaurarmi.
Ricordo che indossavo un normalissimo abito, per altro nero, della OVS (nella realtà ce l’ho, identico, e l’ho recuperato al mercato dell’usato); un abito da sposa/o non avevamo avuto il tempo di procurarcelo – forse era stata una cosa messa insieme di fretta, del tipo “domani parto per la guerra firmiamo le carte”. Avevo anche una collana doppia, di finte perle, e pure questa esiste davvero: era di mia mamma e l’avevo provata proprio con quel vestito, che non sarà il tubino della Hepburn ma insieme fanno la loro figura.

Tornata nel salone pieno di conoscenti mia cugina, l’infermiera, mi piazzava sotto il naso un contratto non pre-, ma proprio matrimoniale, le cui clausole a me ignote la preoccupavano.
Stabilivo che l’avrei letto per bene durante il viaggio in auto verso la chiesa – viaggio che, scoprivo in quel momento, sarebbe durato diverse ore, anche più di un giorno.
Dopo una specie di intervallo onirico (in tutt’altro ambiente, e da sola, mi trovavo a discutere di questioni tecniche con un architetto: osservando una scala di metallo, tipo quelle esterne antincendio, troncata a metà da una grata, ci lamentavamo del progettista), compivo un breve viaggio al piano superiore di un double decker londinese – quegli autobus turistici a due piani, rossi: ho appena cercato come si chiamasse.
A bordo dell’autobus ricordavo di botto che nella mia vita c’era un altro uomo: non stavamo insieme, però di lui ero innamorata, del mio futuro sposo no.
Ergo, ne sono scesa con le idee chiare.

Dichiaravo agli ospiti che avevo un annuncio da fare, poi perdevo un po’ di tempo di nuovo in bagno: cambiavo il vestito, facevo delle prove, la mia teorica suocera mi vedeva scorazzare indolente con addosso solo delle fasce di tessuto qua e là…
… alla fine promettevo che mi servivano solo altri cinque minuti.
In quei cinque minuti, non chiedetemi perché, ho cercato di rinfrescarmi il viso con una pezza, che però non era affatto una pezza: era una mascherina chirurgina ripiegata un sacco di volte su se stessa, tutta grigia e di strap (sì, insomma, quel materiale coi rampini che chiude giubbini e scarpe dei bambini). La studiavo infastidita e poi mi giravo alla mia destra: dove stavano due chirurghi con sovracamice, guanti e tutto, al più grasso dei quali appoggiavo l’enorme mascherina sull’enorme pancia da birra, dicendo:
“Così protegge il bambino”.

Titoli di coda.

17 pensieri riguardo “Sogni 12.: Abbandonato all’altare

    1. In effetti… 😀
      Al massimo potrebbero essere film di Nolan.
      Il che mi fa sorridere, visto che più di una volta ho rubato materiale da Inception per costruirci un mio sogno personale ed altrettanto complesso – angoscioso 😉

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  1. Lo so che stiamo correndo troppo, siamo stati assieme appena 6 giorni… ma, a parte che converrai con me che sono stati assai intensi… e poi condividiamo entrambi la sensazione di avere incontrato la persona giusta, quando non ce lo aspettavamo proprio più. Io voglio solo te. Tu vuoi solo me [è lecito tradire nei sogni]. E ci si fa un pensierino… al matrimonio.
    Tra un anno facciamo il punto della situazione? :*

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    1. Ciabattino?
      Vuoi dire l’Arrotino?
      E’ l’alias che uso qui per il mio compagno 😉

      Eh, sì, la protagonista – cioè io – ha un bel caratterino…
      … del resto mica ho chiesto io di ritrovarmi a un passo dall’altare senza preavviso 😄

      Piace a 2 people

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