Corpi (non) estranei

Non si può scegliere, lo sappiamo tutti, chi compone la nostra famiglia (di origine).
Certamente però si può scegliere quella che ci facciamo noi, da adulti o comunque persone consapevoli: compagno/a, amici, gruppi di qualsivoglia tipo possiamo tutti considerarli “famiglie”sociali alle quali aderiamo senza costrizione.

Vorrei allora dire questo: che, se anche davvero io fossi meno “bigotta”, più “colta” e, in ogni caso, “diversa” da coloro che ieri sono scesi in piazza per riaffermare il proprio dissenso alla proposta di legge sull’omofobia, e che ancora scenderanno in piazza nei prossimi giorni (anche a Roma, il 16, davanti a Montecitorio) – e onestamente, conoscendo “quella gente”, so che così non è -, cionondimeno quella gente è come me ed io sono proprio come loro: perché li ho scelti come famiglia.
Al di là delle singole posizioni, sfumature e differenze; siamo fratelli non solo in quanto esseri umani ma anche perché condividiamo qualcosa che va oltre e conta più di tutte le possibili discrasie.
E questo qualcosa è più che generica fede, è più e soprattutto cosa diversa da uno stesso sistema di pensiero, che pure c’è: è la relazione con una persona, reale e presente, non riducibile ai pur necessari precetti morali e alle pur indispensabili strutture sociali (la Chiesa).
Se scendessi in piazza non sarebbe dunque per me sola, a parte dagli altri, ma con loro perché, con buona pace dell’Arrotino, io sono come loro.

Per altro, posso stare contemporaneamente con un uomo che trova bigotte (in maggioranza, con tutte le precisazioni che volete, ma comunque le trova bigotte) le persone che scenderanno in piazza contro questa legge, e sentirmi pienamente in sintonia con queste ultime (le quali, ricordiamolo, non si oppongono alla legge da cattolici, che non sono i soli a partecipare, ma da laici: non occorre né avere fede né essere schierati “a destra” per considerare un disvalore la fluidità di genere, l’omosessualità vissuta come prerogativa speciale e desiderabile, la mercificazione del corpo attraverso l’utero in affitto e l’equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio eterosessuale dal punto di vista civile e sociale, molto prima che morale).
Posso farlo perché, in entrambi i casi, valuto e giudico idee e comportamenti, ma le valuto e giudico avendo davanti, di nuovo, persone reali. E se pure le idee continuo a giudicarle sbagliate, e non le giustifico, le persone se è il caso le posso ugualmente accogliere, amare, stimare.
Posso farlo perché discrimino. Discriminando – ponderando i vari elementi di una situazione, distinguendo intenzioni azioni e sentimenti, dividendo opinioni e scelte cattive da opinioni e scelte benintenzionate ma mal informate – rispetto e sono onesta con tutti. Se non lo facessi, non solo non porterei alcun rispetto, ma ucciderei l’anima di chi mi sta di fronte, ne azzererei il valore e la dignità, ridurrei la sua personalità ad una serie di voci di contabilità: attivo, passivo; utile, perdita; tenere (per mio profitto, non per giustizia), scartare.

Perciò sì: per paradossale che possa sembrare (ma il paradosso non è un errore, è una verità dalla forma insolita), la salvaguardia dei diritti e del benessere delle persone, comprese le varie minoranze come quella degli omosessuali (che pure socialmente sono addirittura più tutelati del necessario già ora) la si ottiene solo e soltanto discriminando.
Non perseguendo una falsa equivalenza tra un modo di essere ed un altro, una parificazione tra realtà, concetti e vite differenti e che come tali a differenti riconoscimenti hanno appunto diritto.
Un diritto naturale, prima che legale.

5 pensieri riguardo “Corpi (non) estranei

  1. Però, scusami. Io vorrei proporre una precisazione, perché vedo che tu usi il verbo “discriminare” nella sua accezione di “distinguere”. E io sono un sostenitore delle distinzioni. In forza di questo propongo di distinguere bene questa accezione da quella oggi più comune, e che si riferisce invece al “trattare” in modo diverso situazioni (o persone) uguali. In certo modo, c’è un’azione discriminatoria dove c’è una distinzione sbagliata. Ma se la distinzione è giusta (perché si ha a che fare con situazioni diverse) la diversità di trattamento può essere giustificata, e persino doverosa.

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    1. E’ un discorso che abbiamo già affrontato.
      E concordiamo: ma discriminare ha più di un’accezione (quella negativa per altro, anche se ora più diffusa, è più recente e connotativa).
      E’ il contesto a far capire in che senso la si usa – e se qualcuno al contesto non è attento, o è analfabeta funzionale per l’italiano, mi spiace ma il problema è suo, non mio 😉

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  2. Amo la laica distinzione tra pensiero e persone. Le persone sono comunque da amare. Soprattutto quando sbagliano. Una laica distinzione oggi difficile da comprendere, in tempi di laicità tanto proclamata quanto travisata e deformata.

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