Libri .21: Invisibili

Lo dico subito: nell’insieme è un saggio che fa riflettere, ma non rivoluziona nulla di ciò che già sappiamo sulla non visibilità, sull’emarginazione, sul ruolo secondario anzi accessorio delle donne nella società.
E’ un bacino di informazioni importante, che raccoglie sotto un unico cappello molte questioni che negli anni sono state trattate, ma spesso in modo distinto; il che gli fa merito. Tuttavia per un testo che vuole essere divulgativo non è bene risultare così ripetitivo nelle conclusioni che trae (fermandosi per altro ad esse, senza l’ombra di una prospettiva differente unitaria), ed indugiare sulle percentuali in modo ossessivo, continuo.
Alcune – diverse – affermazioni mi son parse addirittura, quando non contestabili, un po’ tirate per i capelli. Ed è un peccato, perché la tesi di fondo sostenuta è corretta.

quale sia questa tesi è presto detto (e anticipato nel titolo): le donne nei fatti, se non nelle opinioni – oggi certamente meno di ieri, e ieri meno de l’altroieri – sono percepite e vissute, dagli uomini in primis ma anche dalle donne stesse, un’aberrazione rispetto alla norma. Esiste una propensione al maschile, un habitus mentale che considera il maschile come universale e il femminile come di nicchia (nella loro fisiologia, nel loro funzionamento cognitivo, nei loro caratteri precipui…).
Tanto che esiste, fra gli altri, un pregiudizio di genialità: è insolito identificare in una donna il genio, la capacità, la profondità mentale; e quando questa emerge si tende spesso ad attribuirla a tratti mascolini più sviluppati della media.
Interessante a questo proposito il caso, che non conoscevo, della programmazione di computer: nata da menti femminili, furono alcuni uomini ad appropriarsene non solo non riconoscendone la maternità al gruppo originale di impiegate che la svilupparono insieme, ma estromettendo dal nascente ambito disciplinare il sesso opposto, e contribuendo nel tempo a creare il mito del programmatore nerd, maschio e socialmente alienato. Non si tratta, naturalmente, di un caso né di un settore unico:

[…] Felix Mendelssohn pubblicò a proprio nome sei opere composte da sua sorella Fanny Hensel; nel 2010 è stato dimostrato che il manoscritto di un’altra sonata prima attribuita a lui era in realtà di Fanny.
[…] Per anni i latinisti hanno discusso sulla vera identità della poetessa romana Sulpicia: i suoi versi erano troppo belli – e troppo sconci – per essere stati vergati da una mano femminile.
[…] Nel 2017 sono stati esposti alcuni nuovi paesaggi di un’acquarellista canadese dell’Ottocento, Caroline Louisa Daly: in precedenza erano stati attribuiti a due uomini, uno dei quali non era nemmeno un pittore.
[…] Ma forse l’esempio più macroscopico di questo tipo di ingiustizia [in ambito scientifico] è la storia di Rosalind Franklin, che grazie ai suoi esperimenti con i raggi X e alle misurazioni della cella elementare accertò che il DNA è composto da due catene più una spina dorsale zucchero-fosfato, permettendo a James Watson e Francis Crick (che vinsero il Nobel e oggi sono famosi in tutto il mondo) di “scoprire” il DNA.

Sono particolarmente grata all’autrice per aver ricordato Rosalind Franklin: ancora oggi quasi nessuno la cita, nonostante il suo ruolo sia stato riscoperto da anni. Neppure in Spillover, per altri versi così accurato, quammen la menziona…
… le donne, anche le più brillanti, sono state innumerevoli volte fatte sparire dalle scene, anche quando ne erano protagoniste. Un fatto che si interseca con la questione della declinazione al femminile dei sostantivi (professionali e non solo) nella lingua italiana, e del “genere maschile neutro” – presumo che con questa espressione la Criado Perez si riferisca all’uso del maschile di default, per esempio per indicare una voce nei dizionari; mentre più avanti nel testo menziona la questione del plurale che, quand’anche riferito ad un singolo maschio entro un nutrito gruppo di persone / oggetti femminili in netta prevalenza, va declinato al maschile.
Alla questione linguistica sono sempre stata refrattaria, più perché mal digerisco le troppe rivendicazioni cariche di ideologia e/o di semplicismi che perché avversa alla cosa in sé. Ammetto poi che la necessità di modificare, seppure con molto criterio, lo status quo grammaticale mi è meno evidente per l’abitudine che anch’io ho al maschile come mattoncino base del linguaggio comune.
Ho iniziato, comunque, a rivalutare la cosa.

Il punto focale della lunga dissertazione rimane tuttavia la mancanza di dati di genere disponibili, con conseguenti corollari che impediscono, nel concreto, un’analisi corretta della realtà di vita delle donne in svariati frangenti – fra i quali il lavoro:

Tutti gli spostamenti per motivi di lavoro retribuito vengono quasi sempre raggruppati in un’unica grande categoria, mentre gli spostamenti resi necessari dal lavoro di cura sono suddivisi in svariate tipologie, alcune delle quali, come ad esempio “acquisti”, rischiano di confonderli con le attività del tempo libero.

Il lavoro di cura, l’elefante nella stanza della vita quotidiana femminile, ha così tanti risvolti da far venire un capogiro. Eppure continuiamo ad osservarlo, e cercare di creare delle politiche sociali che lo riguardano, in modo statico e rigido, meccanico e burocratico: tutto il contrario di ciò che dovrebbe essere, cioè muliebremente flessibile e creativo:

Nella Frauen-Werk-Stadt I il lavoro di cura occupa una posizione centrale anche nella progettazione degli appartamenti. A imitazione dei gruppi di edifici costruiti attorno a un cortile comune, il cuore di ogni unità abitativa è rappresentato dalla cucina, da cui è possibile vedere ogni altro ambiente della casa.
Oltre a permettere alle donne di tenere d’occhio i figli mentre sono impegnate in cucina, questo assetto spaziale colloca il lavoro domestico al centro di ogni abitazione: una sfida indiretta a chi vorrebbe sbolognarlo tutto alle donne.

[…] quando la progettazione degli spazi pubblici esclude metà della popolazione mondiale il problema non sono le risorse, ma le priorità: che lo si faccia di proposito o meno, è chiaro che in questo momento le donne non sono considerate una priorità.

quanto al lavoro preminente delle donne, quello appunto casalingo e/o di cura – che è da esse svolto al 75% di media nel mondo -, sappiamo bene come sia ben sfruttato ma per nulla riconosciuto.
E riconosciuto non significa soltanto apprezzato, ma anche nondimeno – e secondo giustizia – corredato di retribuzione contribuzione.
Un’informazione che mi ha fatto cadere le braccia, e che non avevo – anche se purtroppo mi stupisce molto relativamente, è che negli Stati Uniti alle lavoratrici spettano soltanto tre mesi di congedo maternità, neppure pagato, e ciò vale soltanto per le madri che lavorano da almeno dodici mesi in un’azienda con almeno altri cinquanta dipendenti.
In definitiva,

[…] l’espressione “donna lavoratrice” è una tautologia. Non esiste una donna non lavoratrice: esiste tutt’al più una donna che non viene pagata per il suo lavoro.
[…] Uomini e donne single dedicano alle faccende di casa pressapoco la stessa quantità di tempo; quando invece inizia la coabitazione, “il carico di lavoro domestico delle donne aumenta mentre quello degli uomini diminuisce, indipendentemente dalla posizione lavorativa di entrambi”, sostengono gli autori di uno studio australiano.

Non va poi molto meglio se si cerca di adeguarsi agli standard imposti ed alle aspettative nei confronti del “gentil” sesso:

Le insegnanti giudicate non abbastanza cordiali e disponibili ricevono giudizi negativi, ma quando invece sono cordiali e disponibili rischiano di essere disapprovate perché non abbastanza autoritarie o professionali.
D’altro canto, una docente autoritaria e autorevole può essere biasimata perché il suo atteggiamento contraddice le aspettative di genere.
Nel frattempo gli uomini sono ricompensati quando danno prova di una disponibilità che nelle donne si dà per scontata, al punto di notarla solo quando c’è.

E per quanto concerne l’aspetto più meramente fisico, fisiologico e corporale, in teoria meno passibile di travisamenti e mis-interpretazioni, ecco che la tanto venerata medicina è incapace di riconoscersi debole e condotta da persone poco formate, poco informate e spesso negligentemente prevenute nei confronti di ciò che i pazienti – ma ancor più le pazienti, specie quelle doloranti ma che non possono vantare analisi probanti – lamentano:

Uomini e donne hanno sistemi immunitari ed endocrini diversi, e questo può influire sulle modalità di assorbimento degli agenti chimici.
Inoltre le donne hanno un fisico tendenzialmente più minuto degli uomini e la pelle più sottile: fattori che potrebbero abbassare la loro soglia di tolleranza alle tossine, mentre la maggiore percentuale di grasso corporeo facilita l’accumulo delle sostanze tossiche.

In campo sanitario vige la pressoché totale assenza di dati riferibili al sesso femminile nelle sperimentazioni, alle risposte ai farmaci, alle diagnosi di sintomi specifici (l’attacco di cuore, esempio principe, presenta nei due sessi sintomi assai differenti e troppe volte, quando si tratta di donne, presi per innocui o scambiati con altro).
Un atteggiamento antiscientifico e per nulla etico – ma del resto, si sa, l’etica è tenuta ben lontana dalle facoltà e dalle strutture interessate. (E di medicina di genere si è cominciato a parlare, in Italia, di recente).
Figurarsi se si tratta di “riciclare” (con un grande vantaggio economico per chi se ne prendesse la briga) un principio attivo come il sildenafil citrato (a.k.a. Viagra) per il trattamento della dismenorrea, patologia che interessa molte più persone rispetto a quelle colpite da disfunzione erettile. Peccato che quelle persone siano, innanzitutto, donne: elementi trascurabili.

“Eppure a volte – spesso – le donne forniscono tutte le informazioni che servono. Solo che non vengono credute”.

Gli stati algici in particolare vengono regolarmente sottostimati quando non ignorati, nonostante la letteratura abbondi di materiale in proposito ed esistano branche mediche dedicate. Non ho ancora incontrato nessuno che sia stato indirizzato ad un centro di terapia del dolore, e non fosse un paziente oncologico e/o terminale!

L’aspetto peggiore di tutto questo, infine, non è nemmeno l’ablazione dal mondo reale di una sua intera metà. L’aspetto peggiore, secondo me, è che quando si tenta – magari in buona, ma superficiale fede – di porre rimedio alla situazione in un certo ambito specifico, solitamente non si va ad alterare la norma e l’abitudine a favore delle donne, bensì ci si sforza di “aggiustare” queste ultime.

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