Mississippi Los Angeles

Gli ultimi due saggi letti mi hanno convinto meno del solito, pur contenendo entrambi informazioni interessanti – ma le informazioni, da sole, non bastano: e dar loro struttura è molto meno facile di quanto sembri.
Si tratta di Il controllo della natura di John McPhee e di Atlantico: grandi battaglie marine, scoperte eroiche, tempeste titaniche e un vasto oceano di un milione di storie di Simon Winchester.
Se del primo, piuttosto grigio e monolitico, ho apprezzato di fatto solo la terza e ultima parte (dedicata a Los Angeles, alle sue montagne – in particolare le San Gabriel – e a chi ha deciso di andarci ad abitare sotto sfidando frane ed alluvioni); ho trovato il secondo un po’ più attraente, ma pur sempre meno appassionante di quanto desideravo. Con l’esclusione del capitolo VII, “Il trionfo delle mareggiate”, dedicato al futuro probabile dell’oceano più importante, ed alla questione del cambiamento climatico.

Entrambe le porzioni di testo appena citate, in ogni caso, hanno una lezione nient’affatto nuova da somministrarci; ed è questa: noi esseri umani dovremmo avere maggior rispetto della natura, laddove per rispetto s’intenda non l’ammirazione svenevole ma la conoscenza utile e l’adattamento coscienzioso alle circostanze reali. In genere, noi esseri umani ci ostiniamo ad agire nel modo esattamente opposto.
McPhee ce ne dà tre esempi differenti. Oltre alle caratteristiche quasi unicamente ostili della già citata Los Angeles, che così descrive…

Una metropoli che sorge in zona semidesertica, fa venire l’acqua da cinquecento chilometri, soffre di croniche alluvioni lampo, si trova a cavallo dei bordi frantumatori di due zolle tettoniche e ha un microclima nel quale gli ossidi nocivi persistono.

… racconta nei particolari (piuttosto ridondanti) anche la vicenda della modifica artificiale del corso del Mississippi – o meglio, dell’impedimento artificiale che gli uomini posero al suo naturale spostare il proprio corso su un differente letto -, vicenda che del resto era già inscritta nel DNA di coloro i quali, a ondate successive, colonizzarono l’area:

Parecchio a nord dell’Old River [affluente del Mississippi] vi sono zone dove la pianura alluvionale è ampia quasi duecento chilometri.
Gli spagnoli del sedicesimo secolo vi capitarono nel momento sbagliato, videro un oceano in moto verso sud e ne furono scoraggiati. […]
questo non bastò a dissuadere i francesi, i quali, per motivi militari e commerciali, in quella regione volevano una città. Ne tracciarono il perimetro nel 1718. qualche mese dopo vi fu una grande inondazione; mentre ancora New Orleans stava sorgendo, già le sue fondamenta si allagavano.

Illustrazione di Davide Bonazzi

Del saggio dedicato all’oceano per eccellenza riporto giusto due capoversi che, inaspettatamente, si ricollegano al medesimo tema, pur partendo da narrazioni molto differenti.
E ditemi voi se gli si può dar torto:

[…] persino i più ardenti sostenitori della teoria del cambiamento climatico antropogeno riconoscono che non si possono di per sé ricondurre al riscaldamento globale tempeste di estrema violenza come Katrina – solo se ci fosse un numero molto elevato di catastrofi simili si potrebbe dare per sicura la correlazione, ma al momento i dati a sostegno sono ben pochi. L’unica cosa che si può affermare con certezza è una realtà del tutto evidente: che le recenti tempeste atlantiche sono state più letali ed economicamente dannose non perché siano state più frequenti, ma perché nei luoghi copiti gli insediamenti umani sono più ampi e gli edifici più costosi che in passato.
Andrebbe perciò ribadito che la migliore soluzione a breve termine contro la regolare devastazione di tante comunità costiere dell’Atlantico e del Golfo del Messico non implica tanto la necessità di raffreddare il pianeta, quanto di conovincere la gente a non vivere in luoghi in cui il mondo, periodicamente, impazzisce. Ci sono molte ed eccellenti ragioni per voler limitare le emissioni di anidride carbonica, ma fra queste non rientra la prevenzione dei danni provocati dalle tempeste nelle comunità costiere americane. Sono comunità che non sarebbero mai dovute nascere.

8 pensieri riguardo “Mississippi Los Angeles

  1. Sull’ultima citazione che riporti, concordo. Fermo restando che è necessario ripensare i modelli di sviluppo e di vita per andare verso una maggiore eco-sostenibilità, è altrettanto necessario capire che costruire paesi, case laddove la natura dice chiaramente che “non è il caso, proprio qui”, è assurdo.
    Penso ad esempio, a tante case costruite attaccate ai greti dei torrenti… che poi ci stupiamo vengano spazzate via quando i torrenti (proprio per la loro caratteristica) sono in piena.

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  2. Anche in Liguria non scherzano con l’edilizia selvaggia. Se io cementifico una parte di suolo, l’acqua piovana, che prima penetrava nella terra, adesso vi scorrerà sopra e andrà a finire altrove: se a spostarsi è una grande massa di acqua piovana, è chiaro che essa abbatterà qualunque cosa sul suo cammino, causando frane e alluvioni. Questo è esattamente ciò che è successo in Liguria: hanno cementificato così tanto che quando piove l’acqua non trova nessun punto in cui penetrare, quindi scivola sul cemento e va a provocare frane e alluvioni ogni 3 per 2. Ma nonostante questo, la Liguria resta una delle regioni più belle d’Italia.

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