85, 31

A casa del mio compagno, l’ormai noto Arrotino, mi trovo relativamente a mio agio – relativamente perché, da ossessivo-compulsiva nonché amante dell’ordine, della pulizia e della comodità, ogni ambiente sul quale non ho controllo e che si distanzia anche di poco dal mio standard minimo rappresenta pur sempre un mondo parallelo, per la mia sensibilità.
Mi trovo a mio agio ma, appunto, non potrei fermarmici più a lungo di due, tre settimane a far tanto: vivrei come d’autunno – col vento forte – sugli alberi le foglie, soffrendo di più via via che i giorni scorrono, stando sulle spine e limitando le mie azioni a poche, sicure isole di tranquillità.
Per dare un’idea sommaria di uno di questi fattori fondamentali, e di come qui manchi, ecco: in fondo al letto dove dormiamo c’è una panchetta, un divanetto vecchio tipo, credo di stile orientale. Su questa panchetta, per altro senza funzione riconoscibile in quella posizione, la Mater dell’Arrotino ha accumulato (mai verbo fu più esatto) parecchi capi di vestiario comprati nel tempo, soprattutto in vari mercatini dell’usato della capitale, capi che per inciso non solo non indossa, ma neppure rivede quasi mai dacché abita quasi sempre in un’altra casa, in un’altra città.
Ebbene. Ieri ho dissotterrato la succitata panchetta, su invito della di lui Mater, per visionare tutto l’ambaradan e valutare se vi fosse qualcosa che mi poteva piacere.
Senza contare gli accessori, poca roba tra cui una cintura ed un guanto spaiato, ecc.; ho contato la bellezza di 85 capi. Ottantacinque. Stiamo parlando di un pezzo d’arredo che manco dovrebbe star lì, usato come base d’appoggio d’emergenza (un’emergenza, ne sappiamo qualcosa di questi tempi, che facilmente diventa una situazione stabile), senza dunque tener conto dei normali armadi guardaroba ulteriormente stipati.
Non ci metterei la mano sul fuoco, dovrei contarli, ma dopo l’ultimo repulisti posso dire che all’incirca i miei armadi dovrebbero ormai contare una cifra simile di abiti di vario genere nel loro insieme: cioè non dovrei possederne molti di più comprendendoli tutti.
Lo stesso dicasi per le scarpe che, ad esempio, solo in questa “seconda” abitazione, occupano svariati spazi – sempre fuori dagli armadi – per un totale di 31 scatole di calzature. Trentuno.

Ora, siccome questo non è un post polemico ma soltanto una specie di grido d’aiuto che si confonde nello smog violetto romano, mi fermo. Se, comunque, dovessi perdermi nella giungla delle pile di roba dimenticata da Dio e dagli uomini che mi circonda, sappiate oh miei lettori che vi ho voluto bene: conversare con voi è stato molto bello.

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