Sogni .22: Trasparenze

Due sogni distinti anche se consecutivi, la notte scorsa,
ed entrambi han visto la presenza costante dell’Arrotino.

Nel primo il Master, P., ripiombava a secco nella mia vita come sempre ha fatto e come niente fosse. Ma quando accidenti smetterà di scassare la minchia in sogno?
Ovviamente io ne ero entusiasta e, ovviamente, lui mi deludeva: mancando ad un appuntamento per una pizza – che ci siamo divisi io e l’Arrotino in beata e più confortevole solitudine – e poi scordando il mio compleanno.
Però le giocate no: quelle non le dimenticava, non le disertava, tanto che dopo il primo pomeriggio (casa mia, che poi non era quella reale, era oscurata dai drappeggi neri nonostante fuori il sole bruciasse), ne ha subito stabilito, senza nemmeno chiedermelo e dandolo per scontato, un secondo per il giorno seguente.
Mi rendevo anche conto che, pur non volendolo, finivo per trascurare il mio legittimo compagno per star dietro a questo malnato; era come stare immersa nella corrente d’un fiume e veder la riva allontanarsi, con nostalgia ma con un senso di impotenza.
L’unica consolazione è stata questa: nel sogno, proprio come nella veglia, ogni volta che si ripresenta focalizzo quant’è miserabile e lo depenno dalla mia esistenza.

La seconda parte è stata molto più bella.
Inizialmente ci trovavamo all’interno di uno studio legale, attorno ad un tavolone ovale da riunioni. Le due avvocatesse che mi assistevano, di fatto, svolgevano un ruolo medico, dato che insieme esaminavano una checklist di fattori di rischio per pazienti diabetici: io però dopo tanto ciarlare non ne ero soddisfatta, e insieme all’Arrotino ci defilavamo.
Uscivamo dallo studio e dall’edificio storico che lo ospitava per trovarci in pieno sole mattutino – una pietra abbacinante sospesa nel blu cristallino – in mezzo ad una via dall’atmosfera familiare e serena di paese di provincia – che tuttavia al tempo stesso aveva dei tratti, architettonici soprattutto, praghesi.
Un qualche piccolo, ma decisivo stimolo che ora non rammento (forse come nella realtà soltanto una bella prospettiva, una luce adatta, un frangente suggestivo) mi ha indotto, subitaneamente, a regolare la reflex che m’era comparsa nelle mani e dare indicazioni rapide a susseguenti al mio uomo: posizione, postura, espressione…
… e via scattando, mi godevo l’aria pura, il suo sorriso insolitamente frequente e munifico.
In piedi sul cordolo della fontana, di spalle mentre si avvia per la strada tra la folla, e poi l’ultima posa: dacché gli era improvvisamente comparso vicino uno shofar – un corno rituale ebraico, dal suono tonante e vibrante -, ho pensato di farlo apparire nei panni di un moderno ebreo; moderno ma tradizionalista. Con la bocca allo shofar e allacciata in vita la mia vecchia pashmina azzura, che nemmeno possiedo più, a mo’ di taled, mi appariva ancora più libero, creativo e virile.


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