Sogni .27: L’amore è cieco

Sono a Roma, a casa dell’Arrotino. L’ambiente non è quello reale, sa di appartamento nuovo ancora da arredare ed affittare, e nelle stanze si alternano i toni del bianco e del blu (non alle pareti, ma piuttosto nella luce che vi si diffonde: un blu che vela tutto di tristezza. Forse un blu-separazione, dacché sto per partire).
Faccio le valigie, verifico il percorso per la metro ed il treno e lui mi accompagna alla porta, ma non è quella d’ingresso: è una porta scorrevole automatica, che dall’interno dell’abitazione permette di accedere ad un museo all’aperto adiacente.
Entriamo in quello che è di fatto un grande cortile, circondato da un ballatoio su due piani. Passeggiamo lungo tutto lo spazio disponibile, ed io mi fermo spesso a scattare fotografie di noi due, delle pareti – in prevalenza blu ed arancione – oppure di entrambi. Duro però molta fatica, perché mi ritrovo ogni volta senza occhiali, tutto risulta sfocato e non riesco nemmeno a cogliere a cosa appartenga il profilo che sto inquadrando. Oppure gli occhiali li indosso, ma all’improvviso la luce del sole, pur non diretta, diventa così potente da accecarmi ed offuscarmi la vista: il risultato è un diffuso ed indistinto chiarore privo di oggetti identificabili che mi danza negli occhi come acqua corrente.
Finisco ad un certo punto per dover attraversare, come stessi sfilando in passerella, una doppia colonna di uomini sconosciuti che mi osserva: non sono nuda, ma mi ci sento. Capisco che ci siamo divisi, allora telefono all’Arrotino e gli chiedo dove si trovi. Mi dice che sta al piano di sotto, sta fotografando dei frame di un film che ho visto di recente al cinema con un amico. Mi raggiunge subito, dice. Ed è subito lì. Poi mi metto a canticchiare una canzone, qualcosa tipo filastrocca ma russa o addirittura sovietica (Casatschok?) e dalle toilette alle nostre spalle un uomo ci rimprovera; così, per stizza, quando quello esce sbattendo la porta io riprendo a canticchiare a volume sempre più alto via via che lui s’allontana.

In seguito, ad una cert’ora della notte, con una compagnia di amici si gioca a sfidarsi a far cose banali ma imbarazzanti. Uno dei presenti mi sfida, appunto, a baciare Giovanni Ciacci – aridaje. Ci avviciniamo, e lui mi piazza un bacio a stampo sulle labbra, ma io penso che forse così il tentativo non è valido e per superare la prova lo abbranco dietro la nuca e comincio, con suo sommo stupore, a slinguarlo [sì, lo so. No, non avevo bevuto, ma devo forse averlo visto ospite dalla Carmelina nazionale aka Barbara d’Urso ed essermelo tirato dietro nel sonno].
Più tardi, verso mattina, lo raggiungo in cucina dove sta preparando dei pancake per tutti con l’intensione di scusarmi per essermi spinta così arditamente in là. Ce lo trovo nudo, con solo un grembiule addosso, e penso a quanto con la sua stazza e la forma cilindrica mi ricordi Peter Griffin. Porgo le mie scuse e lui, invece, commosso mi ringrazia: il fatto che non solo non l’abbia scansato, ma anzi mi sia lasciata andare così – senza neppure provare una qualche attrazione, perché dava per scontato di poter interessare solo ed esclusivamente a uomini gay – l’aveva colpito e fatto sentire accolto. [Mi sento male. Male forte].

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