Diario di lettura .4: Vite di plastica

Maurizio Maggiani lo conosco per Il viaggiatore notturno, libro che ho amato. La zecca e la rosa, in lettura attualmente, non è un romanzo bensì una raccolta di brevi articoletti pubblicati originariamente sul Sole 24 Ore, a tema natura – quella vicina, prossima, di casa.
I testi, che vorrei riportare a man bassa per la loro lingua curata ed un po’ arcaica ma non vetusta (come mi scrive l’amico S.: una scrittura ricercata ma ben risolta, riuscita), per come si arrotonda e fa poesia, e per la loro sostanziosità, sono accompagnati dalle belle illustrazioni di Gianluca Folì:

Di forma simile è il Poemario di campo con testi di Alonso Palacios (la cui versione italiana di Francesca Lazzarato risulta spesso più accattivante e meglio congegnata) e disegni di Leticia Ruifernández. Come suggerisce il titolo raccoglie 40 poesiole dedicate ciascuna ad un animale o ad una pianta presenti nei campi, negli orti e via dicendo. Tra le mie preferite, la lumaca:

Purtroppo l’essere umano è ben lungi dal limitarsi ad osservare, lodare ed assistere la natura nel suo farsi: e così a fianco di una felice convivenza tra uomo ed animale si allineano libri ben diversi, libri che indagano e spiegano come tutto nel mondo, anche le profondità marine più estreme, è inquinato dalla nostra mano e sconsideratezza. Non solo, ma soprattutto, di materie plastiche in quantità difficili anche da figurarsi.

E’ assiomatico: dove c’è petrolio c’è la plastica.
[…] Davanti a noi, uno splendido panorama all’orizzonte, baciato dalla luce del tramonto, si estendeva da nord a sud. Con le loro cupole scintillanti, le torri simili a minareti e gli arabeschi disegnati da tubi e passerelle, le raffinerie sembrano grandi città proibite. In realtà sono proprio loro il cuore pulsante dello stile di vita americano, e l’unità embrionale dell’industria della plastica.

Così l’inizio del lungo percorso di Charles Moore alla scoperta dello stato di salute (non buono) degli oceani del pianeta, e del discretamente lungo e corposo libro che ha scritto in proposito raccogliendo vari articoli per riviste pubblicati negli anni – L’oceano di plastica, appunto.
Un testo che può diventar pesante sulla lunga distanza ma resta interessante anche per chi di rifiuti di plastica, in particolare quelli che infestano le acque, già ne sa; essendo stato il primo a porre la questione in termini così chiari, ampi e diretti; attraverso il lavoro dell’associazione Algalita che del problema si è occupata almeno dal 1997.
Un testo che viene citato, a mo’ di tributo, nel più recente Un mare di plastica, resoconto di un lavoro simile, solo condotto vent’anni più tardi nell’area del mitico passaggio a Nord-Ovest dal gruppo di citizen-scientists – 5 Gyres – cui l’autore, Franco Borgogno, si è aggregato.

Un argomento, quello della plastica, dei rifiuti che genera e del loro impatto sull’ambiente (non è solo la fauna ittica ad essere danneggiata dall’incontro con i nostri scarti, ma anche, per dire, i cammelli) che fa parte del più ampio bacino di interesse a cavallo tra ambientalismo, animalismo, (anti)consumismo, decrescita.

Opera di Jenny Jinya -clicca qui per la storia intera

Il vasto sottomondo dello zero waste è ciò che, al momento, mi sta attraendo di più.
Di testi, saggistici o divulgativi o di lifestyle che siano, in merito ancora non ne ho letti (il primo mi aspetta sul tavolino, altri li ho prenotati stamane), ma la comunità, nel mio piccolo, l’ho approcciata prima attraverso gruppi Facebook e soprattutto blog – fra questi, segnalo l’importante e intelligente Sustainable Olivia.
Di cosa sto parlando?
Della scelta di ridurre al massimo i rifiuti personalmente prodotti nella vita quotidiana e sempre, tutti i rifiuti e non solo la plastica, anche se quest’ultima chiaramente ha un ruolo principe nella creazione di scarti: “zero waste”, ossia nessuno spreco – nessun rifiuto.

C’è chi ci sa fare davvero, e non riempie più di una piccola pattumiera o addirittura sacchetto al giorno, tutto compreso. A me non importa di gareggiare o impegnarsi allo stremo o rappresentare alcunché, tuttavia prevedo di modificare alcune delle mie abitudini in tal senso, e insomma di entrare in gioco anch’io.
Come spesso accade, poi, più fattori si intersecano e si sostengono a vicenda; e l’animalismo non può che condividere la lotta per una migliore gestione della monnezza (non solo a Roma: per esempio con l’azione volontaria dal basso di Retake), inclusa quella composta dalle mille e più tipologie di plastiche che s’accumula nelle acque e, fra l’altro, uccide non poche creature per intrappolamento, ingestione, avvelenamento.
E tutte queste istanze a loro volta si combinano perfettamente con il proposito di eliminare dalla propria dieta la carne. Vedetevi questa puntat di Indovina chi viene a cena per ricordarvi come mai è una cosa buona – e anche tutte le altre, fra cui questa:

E se le macroplastiche rappresentano, nella stragrande maggioranza, l’esito di occasionali ed accidentali sversamenti di container merci durante le traversate ed ancor di più l’esito di pratiche superficiali ed oggi abusive diffuse negli ambienti della pesca commerciale, quali gettare a mare le reti e le canne “andate” (e se per questo catturare tartarughe e delfini insieme al resto), le microplastiche sono invece il risultato di un più ampio e duraturo problema relativo ai consumi di ogni cittadino, ed alla maggiore o minore, più o meno efficace azione di recupero, smaltimento o riciclo – una possibilità comunque assai limitata – da parte delle istituzioni e delle aziende.


Per approfondire:


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