Diario di lettura .5: Decrescente

I più di voi sanno che sono una sostenitrice della decrescita felice (e del downshifting).
A parte uno degli innumerevoli testi di Latouche, però, su questo argomento specifico non avevo ancora letto nulla. Il primo della serie di libri a mia disposizione attualmente, in prestito dalla biblioteca, è di Maurizio Pallante: La decrescita felice: La qualità non dipende dal PIL. Ho atteso parecchio prima di prenotarlo, perché me lo immaginavo un po’ banale e superficiale. Sbagliavo. In verità, fatte salve piccole leggerezze nel controbattere alle critiche, il quadro che dipinge è assai preciso e dettagliato, ingenuo certo no.
Deludente è stato piuttosto Contro la decrescita: Perché rallentare non è la soluzione di Luca Simonetti. In poche pagine introduttive l’autore ha dimostrato di aver molto letto e cogitato, ma anche di aver compreso poco o nulla di quanto scoperto. Ed è l’eventualità peggiore, avere cervello ma usarlo male.
In questo post raccoglierò alcune citazioni e brani da Pallante, con pochi commenti; che spero possano risultare interessanti per chi già aderisce a quest’ottica di vita non-consumistica e stimolanti per chi invece la conosce poco e la vuole magari approfondire senza saltare subito al capitolo finale.

La primissima distinzione – fulcro dell’intero discorso – è quella tra beni e merci.
Beni ossia prodotti, possessi, oggetti ma altresì servizi, utilità, attività in quanto tali.
Merci ossia beni corrisposti da terzi a chi ne fa uso dietro pagamento in denaro.
La differenza dell’opzione decrescita rispetto alla struttura economico-sociale contemporanea alla quale siamo abituati e nella quale siamo immersi sta, in buona sostanza, nella disponibilità dei beni coi quali ci sostentiamo: diretta e personale, autonoma e non mediata da organizzazioni statali o peggio commerciali, non dipendente da persone diverse dall’utilizzatore finale e non vincolata ad un sistema societario che detta, per il loro legittimo uso, regole che travalicano la tutela pubblica e tendono a limitare la libertà individuale.
Ma senza addentrarmi troppo in un sostrato sociopolitico, che già così suono mezza anarchica e poi chi glielo spiega all’Arrotino che invece non lo sono?, chiunque può capire che il mare in cui nuotiamo quotidianamente è quello del sistema capitalistico, di qualsivoglia foggia. Ergo consumistico, ‘ché le due cose sono inscindibili ed intrecciate alla radice, molto prima che si possa parlare di acquisti in senso stretto: consumismo è sfruttamento di cose e persone, negazione del rispetto dovuto ed asservimento delle stesse al proprio vantaggio meramente materiale.

Un’economia che non cresce è considerata come un pesce che non nuota.
Una contraddizione in termini.

Così come i lacci della burocrazia e del potere finanziario lasciato libero di intervenire su ogni micro-aspetto della vita delle comunità ci impediscono di scegliere senza durar fatica un’alternativa al noto “produci-consuma-crepa”, anche l’idea di non avere un reddito, o averne uno non derivato da un lavoro retribuito né da sussidi in forma economica o equivalente, è malvisto e non accettato, ti pone senza sconti in un’area più nera che grigia di irregolarità e financo illegalità.
Io mi sono sentita dire da un’impiegata Aler che loro non contemplavano l’eventualità che un loro inquilino non avesse reddito alcuno, e che bisognava dichiarare almeno un contributo statale o comunale, altrimenti si era passibili di perdere il diritto all’alloggio…

… di solito, tuttavia, non ci scontriamo in modo così diretto con le pareti della gabbia.
E’ più probabile che, semplicemente, ci illudiamo di avere un ventaglio ampio di possibilità d’azione: per esempio per quanto concerne la salvaguardia ambientale, che pure è legata a doppio filo alla scelta di decrescere.
Solo da poco ho realizzato quanti trucchi si possono mettere sul tavolo per falsare le carte del dibattito, e del commercio: dal greenwashing all’ormai sfibrato concetto di di sviluppo sostenibile, che punta sull’allure dell’aggettivo per obliare la sostanza del sostantivo – appunto.

La prospettiva [della decrescita felice] è opposta a quella del cosiddetto “sviluppo sostenibile”, che continua a ritenere positivo il meccanismo della crescita economica come fattore di benessere, limitandosi a proporre di correggerlo con l’introduzione di tecnologie meno inquinanti e auspicando la sua estensione, con queste correzioni, ai popoli che non a caso vengono definiti “sottosviluppati”.
[Invece] La sostituzione delle merci con beni, dell’acquisto con l’autoproduzione, comporta una decrescita del prodotto interno lordo, ma non ristrettezze di approvvigionamento, sacrifici e rinunce. Ne derivano anzi sensibili miglioramenti della qualità della vita individuale e delle condizioni ambientali. La frutta e la verdura autoprodotte non sono nemmeno paragonabili qualitativamente a quelle prodotte industrialmente.

Chi ha o ha avuto un orto lo sa.

Photo by Karolina Grabowska on Pexels.com

Se la crescita del prodotto interno lordo è considerata sinonimo di benessere e la crescita quantitativa delle merci un bene in sé, la possibilità di acquistarne la maggiore quantità e, quindi, la sostituzione dei beni autoprodotti con merci prodotte industrialmente, viene identificata con un miglioramento della qualità della vita.

Se, coerentemente con i parametri di una società fondata sulla produzione di merci, la povertà viene valutata in termini di insufficiente reddito monetario, sembra ovvio che l’unica cosa da fare per ridurla sia accrescere la disponibilità economica di chi si trova in quella condizione. […] questra strada […] impedisce di vedere un’altra possibilità molto più efficace: quella di ridurre il bisogno di merci sviluppando l’autoproduzione di beni.

Anche perché il fraintendimento è doppio, e coinvolge la natura stessa della nozione di lavoro:

L’occupazione non esaurisce il concetto di lavoro.
La decrescita del prodotto interno lordo derivante dallo sviluppo dell’autoproduzione di beni può comportare un decremento dell’occupazione (non necessariamente: se ben guidata una “recessione ben temperata”, usando le parole di Elemire Zolla, è l’unico modo per accrescere l’occupazione nei paesi industrializzati), ma non del lavoro, e compensa la diminuzione del reddito monetario con una minore necessità di acquistare merci.

Un’evidenza che si collega alle proposte di downshifting lavorativo, e a quelle, sempre meno di nicchia, di settimane lavorative a orario ridotto e redistribuito a parità di retribuzione. Rrobba de sinistra? Magari no.

Chi denuncia i gravissimi problemi posti dalla crescita e ritiene che ci si debba avviare al più presto sulla strada della decrescita, si pone fuori dalla dialettica fra destra e sinistra perché rifiuta l’ideologia del progresso che accomuna i due schieramenti.
[…] La libertà e la democrazia per essere tali devono includere la possibilità di rimettere in discussione il paradigma e progettarne un altro. Chi rimette in discussione il paradigma progressista è più progressista dei progressisti che lo considerano un dogma intoccabile. Ma è anche conservatore, perché la critica dell’innovazione come valore in sé implica una rivalutazione del passato e il riconoscimento che non tutti i cambiamenti sono stati miglioramenti. Il progresso non esclude la conservazione, ma si realizza con una serie di aggiunte a un patrimonio di sapere e saper fare ereditato dalle generazioni precedenti [anziché attraverso la distruzione sistematica di tutto ciò che non è “nuovo”]. Chi critica il valore della crescita economica e l’ideologia progressista rimette in discussione le categorie concettuali su cui si fonda la modernità.

Georgia O’Keeffe. Pedernal, 1941

Ma in definitiva, se tutto questo ci convince, cosa possiamo fare in concreto per aderire al movimento della decrescita? Non è necessaria alcuna tessera (e nemmeno dobbiamo trasferirci tutti in campagna, anche se indubbiamente la città è il tipo di insediamento umano funzionale al sistema economico fondato sulla crescita della produzione di merci). Scrive ancora Pallante:

Per aderire al movimento è sufficiente:
autoprodurre qualsiasi bene primario: lo yogurt, la passata di pomodoro, la marmellata, il succo di frutta, le torte, l’energia termica e/o elettrica, oggetti e utensili, le manutenzioni ordinarie;
fornire i servizi alla persona che in genere vengono delegati a pagamento: assistenza dei figli nei primi anni d’età, degli anziani e dei disabili, dei malati e dei morenti.

Photo by Anna Shvets on Pexels.com

Volete dei consigli magari impegnativi, ma più precisi, per cominciare? Vi riporto quelli suggeriti da Michela: da questi non si prescinde.
— Smettere di mangiare carne;
— Rinunciare all’automobile;
— Riparare gli oggetti, anche tecnologici, anziché sostituirli.

La dieta vegetariana è, a tutt’oggi ed a prescindere da considerazioni collaterali (anche etiche: se vi interessa l’argomento vi segnalo il recente post di Elena Marcoz che individua l’alimentazione carnea quale male banale, e per questo ancor più grave), lo step e lo strumento primario, ineliminabile, per evitare non tanto il tracollo violento del sistema (prevedibile anche se non esattamente auspicabile), ma il tracollo del pianeta.


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2 pensieri riguardo “Diario di lettura .5: Decrescente

    1. Di nulla, grazie a te piuttosto ^_________________^
      Sono minimalista da un po’, ed avvicinarmi lateralmente a vegetarianesimo e zero waste è naturale, quasi inevitabile, anche se queste ultime sono aree nelle quali sono più che novizia.
      Avere poche idee ma almeno chiare aiuta, comunque; e sì, senza idealismi si può ben dire che abbiamo un certo potere di cambiare le cose.
      Buona giornata! 🙂

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