Sogni .31: La fuitina

Era tutto pronto: invitati, prenotazione di ristorante e addobbi vari, abiti da cerimonia trucco e parrucco e via andare. Io e l’Arrotino stavamo per sposarci, e la coreografia della convenzionale cerimonia con l’intero parentado era offerta (cioè pagata) integralmente dai miei genitori, redivivi, ed un paio di altre persone.
Già mi chiedevo se a loro sembrasse davvero tutto normale ed anzi opportuno – specialmente mio padre, mai stato conformista – che mi saliva l’ansia e cominciavo a dubitare d’essermi fatta fregare. Ad imbastire un ambaradan del genere infatti non ero stata io direttamente, eppure avevo lasciato che altri, prendendo la mia scarsa resistenza e l’incapacità di impormi in modo netto per silenzio assenso, mettessero mano ad un evento che doveva riguardare solo me, l’Arrotino e, nelle nostre intenzioni, pochissimi affetti.
Il quadro si faceva ancora più confuso e preoccupante quando, dopo aver parlato con un mio cugino – che avevo raggiunto attraverso una serie di lunghi corridoi – durante la notte, per chiedergli conferma dell’orario; scoprivo che il matrimonio era previsto non a giorni bensì per l’indomani mattina. Come se non bastasse, ero in condizioni fisiche pessime e mi dicevo che non avrei mai avuto il tempo e l’energia per lavarmi, riordinarmi, prepararmi anche solo quel minimo indispensabile…
… la faccenda proseguiva, sempre in notturna, con al centro il vestito che avrei indossato (curiosamente non era più il classico abito bianco ma un normale, seppur elegante, abito lungo da sera: e qui si intravede un primo segnale di abbandono delle altrui velleità di cerimonia coi controfiocchi). C’era inoltre, nella stanza in cui mi trovavo con delle giovani parenti, un cofanetto dimenticato da una ragazza zingara passata di lì in precedenza, che conteneva gioielli vario tipo. Tra una discussione e l’altra sulla liceità di impossessarsene, la notte infine passava, e in teoria avrei dovuto presentarmi all’altare.

Senonché io non mi ci sono presentata. Affatto.
Anzi, ho scambiato due parole col mio promesso consorte, l’ho pigliato su e me lo sono portato via. Insomma, siamo scappati, piantando lì tutti e tutto.
Ci siamo ritrovati d’amblè nelle viuzze d’un paesino, un borgo storico di quelli in odor di Unesco e Fai. Abbiamo camminato finché non ci siamo trovati davanti un letto, nel mezzo della strada, affiancato alle mura esterne di una casa. Ci siam fermati a riposarci – e intanto, sul lato tra casa e fianco del letto, spuntava a ripetizione la testa di un cane, una specie di Labrador, che mi prendeva la mano tra i denti. Io ci giocavo e gli accarezzavo la testa.
Ad un certo punto, sono passati vicino a noi due ragazzi, studenti, stupiti. Ritenendo che stessimo commettendo un reato sono andati a chiamare… il loro rettore, il rettore di Tecnologia. Il quale ci ha proposto, per evitare una denuncia (!), una sorta di sfida: avremmo dovuto sconfiggere tre demoni, i quali ci aspettavano dietro a tre grandi porte situate nell’adiacente piazza. Il tutto, anche visivamente, assumeva le tinte ed i caratteri di un videogioco al livello finale…
… ebbene, noi ci siamo cimentati in questa cosa, scoprendo tuttavia che i tre demoni (con tanto di corna e coda, di colore viola-verde e gli occhi di brace) erano in realtà creature del tutto pacifiche e persino simpatiche. Abbiamo allora arrangiato con questi tre esseri un trabocchetto per fregare il rettore ed i suoi accoliti, i quali alla fine sono stati costretti dai demoni in una struttura quasi da tortura medievale: sdraiati su una seduta collo schienale reclinato e legati, dovevano tirare calci ad un pallone e infilarlo nell’ingresso (in muratura, privo di infissi) delle abitazioni davanti a cui stavano. Per ogni “rete” mancata, una scudisciata.

Sono certa d’aver sognato anche altro (come se non bastasse!), prima di questa lunga e dettagliata sequenza, più dettagliata di quanto abbia potuto renderla dopo il risveglio.
Ma naturalmente ormai quell’altro è obliato.

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