Voglia di violenza

Ieri mattina, in posta, ho incontrato l’unica mia zia materna superstite. Ci siamo scambiate un saluto svogliato e arido.
Lei attendeva in piedi (nonostante ci fossero sedute libere), col ticket in mano, io avevo prenotato online. Chiamano la mia sigla, e lei si fionda allo sportello. Faccio: “Scusa…” all’impiegata, che conosce entrambe ma non sa che siamo parenti, e mia zia subito si schermisce: “Sono venti minuti che aspetto in piedi”. Ah, beh, allora.
Le faccio segno di fare pure (come se me l’avesse chiesto…), che ci sarei andata poi, e tempo due secondi la collega allo sportello di fianco chiama il numero di mia zia.
Una volta uscita la mia cara congiunta, sento la prima impiegata commentare negativamente il suo comportamento – diceva tra l’altro che per lei è un’abitudine. Ah, ecco. Le ho rivelato che mi era toccata in sorte come parente. Sguardo di comprensione e compatimento.

Ora: avendo la prenotazione ed essendo la sala quasi vuota, ho lasciato fare; né la piccola prepotenza mi ha toccato granché.
Successivamente però, mentre raggiungevo in auto il centro commerciale, mi sono chiesta – almeno chiesta – se non sarebbe stato meglio insistere rivendicando la precedenza che avevo. Forse la risposta è banale: no. Il gesto non avrebbe neppure scalfito l’ottusità del suo raziocinio, veicolandole il messaggio “Stai al tuo posto. Non ti permetto di scavalcarmi”. Forse non è così vero che, quando sono io ad avere le redini delle situazioni e delle scelte, le so condurre.
La verità è che se mi fossi imposta, la soddisfazione di non essermi fatta mettere i piedi in testa sarebbe stata fugace e poco significativa.
Ce ne vuole per compensare anni di soprusi e ruberie (dall’eredità di mio nonno, all’atteggiamento irriguardoso e di scherno che ha sempre tenuto nei confronti di mia mamma).
Ciò che fugace non è, invece, è la voglia di violenza che mi pervade voluttuosamente nei momenti in cui vado a compensare le frustrazioni quotidiane – interiormente, nella mia fantasia.

Incidenti mortali o almeno che rendano gravemente compromessi. Decessi violenti. Ufficiali rigorosi ed inflessibili che un bel dì si risvegliano e la fanno pagare, da portafogli e in metafora, ai rei impuniti. Veglie e funerali ai quali non presenzio, partecipazioni a collette e mazzi di fiori che rifiuto recisamente. Tracolli finanziari. Disgrazie ambientali (tipo una casa che crolla, un’alluvione che si porta via l’auto, la sarneghera sul lago d’Iseo che inghiotte il nemico). Peste e carestia. Eccetera.
A proposito di nemici sott’acqua, ieri ho anche pensato che per quanto malridotta e sfigata io sia mia zia è pur sempre vecchia, e più a rischio di me. Mi sono detta e le ho detto, ad alta voce, che prima o poi il suo cadavere mi passerà davanti sospinto dal fiume; e le mie mani hanno accarezzato con libidine il volante.

20 pensieri riguardo “Voglia di violenza

        1. Siamo troppo buoni. Ci fantastichiamo sopra, ma poi – almeno per quanto mi riguarda – non ho mai nemmeno tracciato una bella riga sulla fiancata delle auto dei miei nemici. Figuriamoci squarciare le ruote.
          Ma sai come si dice… c’è sempre una prima volta.

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  1. Ah, ma non sapevo che ti fosse passata avanti, e che fosse una sua prerogativa. Ti stavo per dire che forse non sa come funziona il sistema delle prenotazioni online e per questo andrebbe scusata… ma ciò sarebbe ininfluente, visto il personaggio e le prepotenze di cui si è macchiata per tutta una vita.
    Sì, pensa al suo funerale. A quanto sarà bello (andarci o anche no, a seconda dei punti di vista). Pensa che accadrà un giorno in cui tu non ci pensi e allora ti sembrerà un regalo insperato e comprenderai che magari ti saresti risparmiata qualche incazzatura a sapere prima che sarebbe finita così. 3:-)
    AND JUSTICE FOR ALL…

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    1. Pensa che quando accadrà, dopo aver pregato – e del tutto sinceramente, sia chiaro – per la sua anima, stapperemo insieme una bottiglia di chinotto ed una di birra. Davanti alla nostra pizza migliore.

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