Diario di lettura .7: Vedi Gardaland e poi muori

L’ho prenotato in biblioteca perché stavo cercando libri da sollazzo, cioè libri (di qualsiasi genere, ma spesso son cataloghi) che mi consentano di farmi una vacanza senza muovermi dal divano – non che non voglia, ma poco posso -, immaginare e persino progettare ferie, vivere grandi abbuffate culinarie pur non andando in alcun ristorante, albergo e nemmeno cucinando io stessa cose per lo più fuori dalla mia portata, visitare città, musei, parchi, godere di esperienze fra le più diverse e innumerevoli (non a caso amo i classici “1000 cose”).
L’ho prenotato a questo scopo, per evadere in un’isola di piacere, insomma; ma L’unico viaggio che ho fatto: Storia di Gardaland e di quel che è successo dopo, di Emmanuela Carbè, è di più. Non solo nostalgia retrospettiva generata dal confronto tra ricordi e presente (anzi, realisticamente accoglie il nuovo), bensì una sottile analisi dei propri meccanismi intepretativi del (proprio) mondo, concettualizzazione dei luoghi e modi di vita – soprattutto dei non-luoghi, che qui recuperano graziaddio il loro legittimo status.
È non-fiction delle migliori – promette narrativa e ne ha in parte il piglio, ma usa gli aneddoti personali quasi come pretesto per infilare considerazioni antropologiche in formato Müller Mix – accessibili, stratificate, dosabili a piacere – con nonchalance; quello su Gardaland non è un racconto piano, e prevedibilmente noioso, ma un puzzle smontato nei suoi pezzi e ricomposto solo parzialmente, con incastri differenti eppure mai forzati.

Nel testo, breve e ben scandito in paragrafi, si trovano cenni anche a Consonno, la (fu) Las Vegas del Nord: per chi ama le cittadine abbandonate, o meglio i resti abbandonati di sogni che in quelle cittadine hanno tentato di insediarsi, qui trova certamente pane per i suoi denti.
Per chi vuole invece restare in tema parchi divertimento, seppure “fantasma”, sarà bene spostarsi in Cina, a Wonderland: il parco che doveva essere tra i più grandi al mondo ma non ha mai visto la luce. In realtà, la rete mi informa che è stato interamente demolito nel 2013, ma chissà: a volte le fondamenta sono più suggestive ancora delle rovine. Sempre che non ci abbiano nel frattempo costruito sopra.

David Gray / Reuters

quanto a me, resto in attesa dell’autunno e del clima adatto ad imbarcarmi verso Castelnuovo del Garda, Verona.
Non ho mai superato il lutto per la vecchia dark ride de La Valle dei Re, da almeno dieci anni riconvertita a shooting ride (un mezzo videogioco con pistole laser). Però ho riassorbito quasi del tutto la botta dell’aver visto sparire Tunga, aka Safari in Africa aka “la savana” per gli amici, della quale conservo una bella foto del Grande Gorilla ed un tragico ricordo, di quando scrissi all’amministrazione per averne notizie: era ancora vivo? Che per caso, Dio non voglia, l’avevano smantellato? Risultò, almeno allora, che veniva conservato in un magazzino, ma non era detto che le cose non cambiassero se si fosse dovuto un giorno far spazio ad altro. Povero Gorilla, ti abbiamo amato tanto.
Edit: [ho poi scoperto che, già all’epoca, il Nostro era entrato a far parte del carnevale veronese. Sono sicura gli abbiano tributato molti onori].
Così, non solo dopo 11 anni sto meditando di tornarci – del resto mi mancano tutte le ultime montagne russe: Raptor, Shaman ed Oblivion, e ciò è male -, ma sto addirittura pensando a farmi l’abbonamento. Senza dimenticare Mirabilandia, che non ho mai visitato (anche se non sarà mai vicina al mio cuore quanto la grande G).

22 pensieri riguardo “Diario di lettura .7: Vedi Gardaland e poi muori

    1. Eh, mi sa di sì, specie se sei sensibil-nostalgico-tradizionalista. Io lo sono abbastanza. E non è la prima volta che faccio quest’operazione di recupero, ma credo che andrà meglio a questo giro, perché non ci andrò con altre persone delle quali condividere e sopportare un carico emotivo condiviso.

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  1. qualche anno fa sono tornata a Gardaland e.. la magia era svanita, le dimensioni completamente ridotte a come le ricordavo (esattamente come entrare oggi in una scuola elementare e vedere banchi, sedie e stanze troppo piccole per i miei ricordi da bambina..).. Però credo che non sia male farci un giro per riflettere su alcune cosette, ma stai pronta 😀

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    1. Sicuro, mi attrezzerò psicologicamente! Poi mi sa che, se davverò acquisterò l’abbonamento, dividerò le visite in sessioni-ricordo e sessioni-adrenalina, per cominiciare.
      A me non preoccupano le dimensioni, ci sono tornata anche da adulta seppure anni fa, ma naturalmente capisco cosa vuoi dire… e mi fai venire in mente un episodio ben diverso ma significativo: il momento in cui sono tornata a casa, e nella fattispecie nella mia camera con tanto di materasso sottile appoggiato quasi a terra, da Roma: non che là vivessi in una reggia, ma forse gli spazi esterni, forse la libertà, dopo tre soli mesi la stanza che avevo abitato fino a poco prima mi sembrava piccola, aggettante su di me, e gli oggetti ridotti alla metà! Che impressione O.o

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  2. Per un po’ di anni ogni volta che tornavo dall’andare a trovare i miei facevamo tappa a Mirabilandia… l’ultima volta mio figlio faceva le medie, bellissimo Sierra Tonante, l’ottovolante… a Colonno c’era andato sempre mio figlio, alle superiori, per girare un film insieme a dei suoi amici, me ne ha parlato come un luogo spettrale, sì. A che serve viaggiare quando si può leggere?

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    1. Io che son pigra, ne approfitto a man bassa! 😉
      Anche se certe emozioni te le dà solo il luogo reale, ma non tutti van per forza visitati.
      Sto puntando a ritirare il biglietto per Mirabilandia coi punti della Conad. Me ne mancano relativamente pochi.

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      1. Bellissimo! Mi ricordo delle tazze rotanti che a momenti mi facevano vomitare, ed una specie autobus che dondolava finché non finivi a testa in giù, e avevo paura che mia nipote scivolasse di sotto al sedile e cadesse di sotto… che strizza!

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        1. Eh sì, le Tazze fregano sempre tutti… sembrano una bambinata, ma van veloci! 😉
          L’autobus non lo identifico – a meno che non si tratti di una cosa tipo quella che si vede spesso ai luna park…
          … quella che invece avrei voluto fare da bambina, senza mai averne il coraggio, era Moonraker: una roba rotonda che girava su se stessa, e poi si inclinava a 90°. Che batticuore che mi dava! Il Tagadà delle fiere un po’ le assomiglia, ma non la eguaglia.

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        1. Andavamo sempre in quel mese, per evitare caldo e ressa. L’unica volta che ci siamo arrischiati a trasgredire la nostra regola, tornata a casa (prima del previsto) avevo la febbre!

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