La percezione non basta

Se per Zan il “cambio sesso” dei minori è «un diritto umano» – di Giuliano Guzzo

Signori, badate che ormai qui non c’è più nulla da immaginare, da ipotizzare, da supporre a suon di complottismi o dietrologie. Basta semplicemente guardarsi il video in cui, dialogando con Fedez, l’onorevole Alessandro Zan spiega chiaramente cosa sia l’identità di genere che campeggia all’articolo 1 della nota “legge di civiltà” recante il suo nome. «Ci sono dei bambini e delle bambine», afferma Zan, «che percepiscono il loro genere, sin da quando sono bambini, diverso dal loro sesso biologico. Ecco che allora, bisogna aiutare questi bambini – ed i genitori oggi sono molto più sensibili in questo – in un loro percorso di transizione, perché si trovano con un genere che non corrisponde al loro sesso».

«L’identità di genere è riconosciuta dallo Stato, cioè esiste già», aggiunge a quel punto Fedez, a quanto pare fresco di studi giuridici. «Esatto, è un diritto umano», conclude Zan, lasciando intendere che dubitare del “cambio di sesso” dei minori sia, dunque, una crudeltà. Ora, vediamo di fare un po’ di ordine perché la premiata ditta Fedez-Zan, in una manciata di secondi, è riuscita a sommare un numero di imprecisioni notevole. Iniziamo con i minori «che percepiscono il loro genere, sin da quando sono bambini, diverso dal loro sesso biologico». qui gli elementi omessi dall’onorevole Zan sono almeno due e risultano, pur volendo evitare ogni enfasi, semplicemente enormi. Il primo riguarda i bambini «che percepiscono diversamente il loro genere».

Ebbene, quel che andrebbe chiarito è che la disforia di genere – perché è di tale condizione che stiamo parlando – non è una novità del 2021. Si tratta di una realtà oggetto di studio da anni. E, studiandola, gli specialisti si sono accorti di un dato notevole, e cioè che il 90% dei minori «che percepiscono il loro genere, sin da quando sono bambini, diverso dal loro sesso biologico» – per essere pignoli, l’88% delle ragazzine e addirittura il 98% dei ragazzini – dopo la pubertà supera tale condizione, riconoscendosi nel proprio sesso biologico (American Psychiatric Association, Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition, Arlington 2013, p. 455). Ecco che allora portare questi ragazzi a «un loro percorso di transizione» non significa affatto aiutarli, dato che nove volte su dieci essi evadono da soli dal loro disagio.
Tanto più – seconda enormità detta da Zan – che l’onorevole Pd non ha neppure accennato ad un vaglio psicologico; per come cioè l’ha messa lui, tutti i minori «che percepiscono il loro genere, sin da quando sono bambini, diverso dal loro sesso biologico» andrebbero avviati ad «un percorso di transizione». Ciò significa ignorare sia la citata realtà clinica, sia le tante storie di giovani adulti che, “cambiato il loro sesso”, poi si pentono. Emblematico è il caso dell’inglese Keira Bell, giovane che vive col rimpianto d’aver scelto di passare al genere maschile da adolescente e che ha portato in tribunale i medici; ebbene, l’Alta corte britannica, pronunciandosi sul suo caso, ha stabilito che gli under 16, secondo Zan da avviare a «un loro percorso di transizione» non possano più dar da soli pieno consenso informato per i bloccanti della pubertà, e che i medici debbano avere l’approvazione di un giudice, prima d’intervenire.

Andiamo avanti perché anche sull’identità di genere urge un chiarimento, nel senso che non è vero – Fedez non si offenda – che sia già «riconosciuta dallo Stato». Vediamo perché. Il ddl Zan, all’articolo 1, la definisce come «identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione». Si dà però il caso che, con la sentenza 180/2017, la Corte costituzionale abbia chiarito almeno due aspetti in conflitto con tale definizione. Il primo è «la necessità di un accertamento rigoroso non solo della serietà e univocità dell’intento, ma anche dell’intervenuta oggettiva transizione dell’identità di genere». Il secondo è l’esclusione «che il solo elemento volontaristico possa rivestire prioritario o esclusivo rilievo ai fini dell’accertamento della transizione».
Secondo la Consulta l’«identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione» – da sola – non basta insomma a definire l’identità di genere. Ed è proprio su questo, sull’identità di genere ricondotta all’inafferrabile sfera dell’«identificazione percepita di sé», che sta la più sconvolgente svolta antropologica del ddl Zan, che mira a sciogliere l’identità sessuale nell’acido delle percezioni individuali. Se passa questa legge, significa dunque che non solo maschi e femmine non esisteranno di più, se non nel perimetro percettivo (articolo 1), ma che tale visione – indifferente alla biologia, all’endocrinologia e alla genetica – sarà quella insegnata nelle scuole (articolo 7), e rispetto alla quale si potrà esprimere sì qualche perplessità, ma fino ad un certo punto (articolo 4).

In altre parole, la tesi secondo cui il “cambio di sesso” dei minori è «diritto umano» – espressa apertis verbis da Zan a Fedez -, con la legge arcobaleno diventerà prevalente. Col surreale esito che, a dover dare spiegazioni, saranno quanti si ostineranno a pensare che maschi e femmine si nasce.

6 pensieri riguardo “La percezione non basta

    1. Esatto.
      Non solo i diritti civili hanno sopravanzato di molte lunghezze i diritti sociali e, alla base, i diritti umani stessi – questo può essere il frutto di un processo storico che a qualcuno piace e ad altri no, ma va come va, è un fatto neutro -, il guaio è che vengono considerati diritti cose che propriamente sono altro, cioè desideri, volontà di categoria, aspettative, speranze… in ogni caso, non diritti.

      "Mi piace"

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