Il coraggio di essere come tutti

Nei giorni scorsi, alla Mostra del cinema di Venezia, una giuria composta da rappresentanti del mondo degli artisti nel quale, anche quando la società era diversa da oggi, dilagavano esempi di vita difformi dalla morale, ha premiato un film ipocrita ed immorale.

Gli artisti si inginocchiano sulla via dell’aborto facile
in cerca di premi e di fama

La vittoria a Venezia di un film sull’interruzione di gravidanza
è l’ennesimo caso di dittatura del politicamente corretto

di FRANCESCO BORGONOVO
Tratto da: La Verità 13 sett. 2021



Mai come in questo tempo di pandemia abbia­mo potuto toccare con mano l’arroganza e la vio­lenza con cui il potere impone il suo racconto sul virus, silenziando dubbi, proteste e critiche. Abbiamo raccontato come si cerchi di mettere a tacere gli intellettuali, di come si riducano le loro obiezioni a «sofi­smi», di come si cerchi di scredi­tarli quando si permettono di uscire dal seminato. Sono po­chi ad avere il coraggio di resi­stere di fronte a tale geometri­ca potenza e le voci libere ven­gono via via messe a tacere o oscurate. Non avviene soltan­to con il virus: anche chi osa opporsi alla narrazione domi­nante sull’immigrazione o sui temi Lgbt viene ostracizzato: giusto ieri abbiamo racconta­to il caso di Marina Terragni, a cui è stato ritirato un invito al Festival letteratura di Mantova perché Rebecca Solnit, l’au­trice femminista americana con cui avrebbe dovuto dialo­gare, non gradiva le sue posi­zioni contro l’utero in affitto e gli eccessi dell’ideologia arco­baleno.

Tocca però prendere atto della realtà. Il più delle volte non è il potere a censurare gli intellettuali e gli artisti. Sono questi ultimi che si sottomet­tono volentieri al discorso pre­valente, che scelgono (per al­tro con grande entusiasmo) di seguire la corrente, che si dan­nano a ripetere a pappagallo la lezioncina preparata dai sa­cerdoti della Cattedrale del politicamente corretto.

Gli intellettuali si allineano ma la stampa parla di «coraggio»

In questo modo, le loro ope­re «impegnate» smettono di essere atti di denuncia e si ri­ducono a materiale di propa­ganda, poiché non fanno altro che ribadire e rafforzare la vulgata imposta dalla Cattedrale: diventano l’eco triste della banalità istituzionaliz­zata. Prendiamo il film che ha trionfato alla Mostra del cine­ma appena conclusasi a Vene­zia. La giuria ha scelto di con­ferire il Leone d’oro, il massi­mo riconoscimento, a un film dichiaratamente politico: L’événement di Audrey Diwan (nella foto), basato sull’omonimo roman­zo della scrittrice Annie Ernaux, attivissima vestale del­l’ideologia dominante. Il tema della pellicola è l’aborto, per la precisione l’aborto clandesti­no a cui la protagonista deve sottoporsi negli anni Sessan­ta, epoca in cui in Francia l’in­terruzione di gravidanza non era ancora regolamentata. Per celebrare la vittoria, ieri La Stampa ha pubblicato in prima pagina un articolo di Elisabetta Sgarbi (anche lei regista) intitolato: «Mostra del cinema, il coraggio di premia­re l’aborto». Viene da chieder­si dove stia, questo coraggio. Il messaggio del film della Diwan è piuttosto chiaro, ed è stato ampiamente veicolato da tutti i media: l’orrore dell’a­borto clandestino non deve più presentarsi (cosa su cui siamo pienamente d’accordo), ecco perché bisogna consenti­re alle donne di abortire sem­pre più facilmente (conclusio­ne che contestiamo sentita­mente). Non c’è bisogno di un «film d’autore» presentato a Venezia per sentirsi dire che l’aborto è cosa buona e giusta e che va praticato con sempre maggior semplicità: questo è l’ordine che parte dalla Catte­drale del politicamente cor­retto e ci viene costantemente ribadito. Eppure, pensate un po’, c’è ancora chi ha il coraggio di so­stenere che produrre un film o un romanzo a favore dell’abor­to sia un atto rivoluzionario, un gesto fondamentale di mili­tanza politica. C’è ancora qualcuno convinto che obbe­dire ai diktat del pensiero uni­co sia roba da ribelli, quando in realtà si tratta della massi­ma dimostrazione di suddi­tanza possibile.

In Italia abortire è possibile e niente affatto complicato, al­meno dal punto di vista buro­cratico. L’introduzione della pillola abortiva ha contribuito a rendere tutto ancora più ve­loce, sdoganando il concetto di .«aborto facile»: basta una pillolina e il fastidioso feto è tolto di mezzo. Però ancora non ba­sta. I servi del regime liberal devono riuscire a ottenere an­cora di più. La loro battaglia, ormai da tempo, consiste nell’opporsi ferocemente all’o­biezione di coscienza, e il film veneziano da una mano.

La Bonino sfrutta subito l’occasione e attacca l’obiezione di coscienza

Non a caso, Emma Bonino ne ha subito approfittato per perorare la causa e ricordarci quali siano i desiderata della Cattedrale: «La 194 ha messo fine all’umiliazione, alla ver­gogna e alla paura dell’aborto clandestino, ha carenze, ma non svuotiamola e possibil­mente miglioriamola». In che cosa consista lo «svuotamen­to» da evitare lo ha spiegato ieri Repubblica: «Svuotare la 194 significa consentire che sette ginecologi su dieci in me­dia in Italia siano obiettori di coscienza, che i consultori continuino ad essere sottodi­mensionati e che ora alcuni occhieggino al Texas e alla sua legge in cui si impedisce l’a­borto dopo la sesta settimana ascoltando il battito del cuore del feto». Ed ecco la conclusio­ne della Bonino: «I movimenti “pro life” esistono anche qui, ma li abbiamo battuti. […] Bi­sogna stare all’erta, però. Per difendere quanto abbiamo ot­tenuto e per ottenere quello che non abbiamo, l’aborto far­macologico ad esempio».

L’esercizio di mistificazio­ne è semplicemente strepito­so. L’aborto farmacologico in Italia esiste ed è consentito. Chi vuole interrompere una gravidanza può farlo senza dif­ficoltà. Per altro, nascono sempre meno bambini, dun­que non si capisce nemmeno dove stia il problema. Ma non importa: il mandato è quello di evocare il perfido nemico pro life, e di spingere affinché la pillola abortiva venga diffusa sempre di più, elargita alle ra­gazzine in un consultorio, in modo che possano farne uso all’insaputa della famiglia.

Mai come oggi difendere la vita è stato difficile. Abbiamo un ministro della Sanità che non sa gestire il Covid e nem­meno sembra preoccuparsi delle altre patologie, ma ha co­munque trovato il tempo per tentare di sdoganare l’aborto facile. Per le associazioni prò life è diventato complicato perfino aprire bocca. L’intero sistema mediatico e politico insiste con l’idea che l’aborto sia «un diritto umano fonda­mentale».

Un artista che si ribellasse davvero al potere dominante, si opporrebbe a questa pres­sione, a questo profluvio di bu­gie. Invece gli artisti fanno a gara per adeguarsi, scrivono libri e scrivono film a favore dell’aborto e ottengono fama e premi prestigiosi. La giusta ri­compensa per il servizio reso al regime. Dite: in tutto ciò, do­ve sarebbe il coraggio?

5 pensieri riguardo “Il coraggio di essere come tutti

  1. Mi toccherà guardare il film per farmi un’idea. Sulla dittatura del politicamente corretto sono d’accordo, considero però l’aborto un dramma, che quando era fatto in clandestinità provocava purtroppo spesso morti, e la legge l’ho approvata e trovata sacrosanta. Trovo che ci sia un numero spropositato di medici obiettori, e non tutti per motivi nobili; nel tempo se non sbaglio l’osservatorio sulla legge ha visto che i numeri degli aborti sono calati molto in Italia, spero che si azzerino del tutto ma non per qualche coarcizione o peggio condanna, ma perché la gente fa i figli quando decide di farli (e si spera prima dell’età attuale). Senza comprarli o farseli fare da qualcun’altra, possibilmente. Ma poi perché ci preoccupiamo tanto? Al mondo siamo otto miliardi, da noi magari no ma da altre parti i figli si fanno, eccome…

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    1. Direi che ci preoccupiamo perché non si tratta di rimpiazzare giovani “mancanti” con figli come in fabbrica, ma di garantire a quelli già concepiti di nascere, ‘ché dal momento che non hanno chiesto di esistere non gli si vuole togliere anche quell’esistenza improvvisa ed imprevista in modo altrettanto arbitrario.
      Ma precisato questo, che tu sai, siamo d’accordo.
      L’aborto è un dramma anche quando non è clandestino (cosa ormai rara, e circoscritta a settori sociali dei quali ci si occupa molto in tempo di dibattiti elettorali, e poco o nulla in altri periodi). E di quel dramma misconosciuto e passato come fatto marginale e meramente tecnico non sono i fautori del “diritto”, e dell’ampliamento della possibilità di abortire, a pre-occuparsi.
      Al solito, non sono le fazioni a rimetterci ma le donne stesse: si tratta tutt’al più di capire se una delle posizioni in campo, almeno, pensa (anche) a loro e non solo a sé.

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    1. Mi sorprende spesso – perché la norma è ormai lungaggine, confusione o idee giuste spinte in modo eccessivamente infuocato, come quando il motore sale di giri senza che noi ingraniamo la marcia successiva.

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